Arrivati a Lampedusa, accolti nel Salento

//LA STORIA DELLA DOMENICA. Storia di nove minori in cerca di un futuro, e di una casa famiglia che li cura.

Di Simona Palese //LA STORIA DELLA DOMENICA. Amù ha quindici anni. Almeno, così pare. Così dicono i documenti con cui è stato affidato alla casa-famiglia Crisalide di Felline. Eppure a parlarci avverti un senso di smarrimento, perché a volte sembra un uomo di cento anni – per lo spessore della sua storia, per la durezza delle sue parole – a volte un bambino indifeso. Parla in inglese, come gli altri ragazzi arrivati qui insieme a lui all’inizio di settembre. Erano in nove, poi uno è scappato via. Succede, come spiega Venusia Zizza, responsabile del centro di affidamento temporaneo per minori stranieri non accompagnati. Tutti gli ultimi arrivati sono stati affidati dalla Questura di Agrigento, un paio di settimane dopo essere sbarcati a Lampedusa.

“Eravamo più di cento su quell’imbarcazione” racconta Muhz, 14 anni, ghanese anche lui, “c’erano quattro donne e almeno cinque bambini”. Sono partiti dalla Libia, come spesso accade, dopo aver trascorso molto tempo in condizioni di violenza e sfruttamento. Arrivano qui e hanno in tasca solo tanta paura. Più che andare verso qualcosa, scappano. Alla domanda “cosa vorresti per il tuo futuro?” rispondono con un generico “lavorare”, oppure “poter aiutare la mia famiglia che è rimasta lì”. Diventano più precisi quando devono raccontare da cosa sono scappati. Jallow, Malang, Amadou, e Buba arrivano dal Gambia, Amù e Muhz dal Ghana, Lamin dal Senegal, Oussou dal Mali, Ali Omar (che è scappato via) dalla Somalia. “Tutti siamo partiti dalla Libia, è un passaggio praticamente obbligato” ci spiega Amù “se stai scappando dalla fame, o da una guerra e vuoi raggiungere l’Europa, l’unico modo è passare del tempo in Libia a lavorare e a cercare un modo per pagarti il viaggio”. Già dalla Libia però inizia la loro storia di clandestinità. Lui ci è rimasto un anno circa, ed è stato sfruttato e tenuto prigioniero. I segni sul viso raccontano di maltrattamenti, di monetine bollenti gettate sul volto. Ha perso un dito a causa di un’infezione che i suoi aguzzini non gli hanno permesso di curare. Muhz ci fa vedere il segno di una coltellata sulla coscia destra, ricevuta durante un tentativo di fuga. Poi l’arrivo di un “benefattore”, o almeno così la raccontano loro oggi. Un uomo che in cambio di un paio di mesi di lavori edili nella sua casa, avrebbe regalato loro il costo del viaggio. Non un viaggio in prima classe, non un volo, ovviamente. Ma una traversata pericolosa che negli ultimi mesi è costata la vita a centinaia di uomini e donne nel Mediterraneo. “Stavamo tutti accalcati gli uni sugli altri. Ti ritrovavi a calpestare uomini e donne, ad addossarti ai bambini.

Il viaggio è stato una lotta continua, ci sono state risse, scontri fisici, e ogni volta la paura era tanta perché con un’imbarcazione precaria sovraccarica di esseri umani, rischi di affondare in ogni momento”. Poi raccontano anche dell’arrivo a Lampedusa “la gente si avvicinava a noi, i soccorritori erano gentili, molto umani. Si sono presi cura di noi, e io ero felice in un modo indescrivibile”. Molti di questi ragazzi sono orfani di padre: il tasso di criminalità e quello di mortalità in alcuni paesi dell’Africa sono altissimi e si sommano, producendo generazioni di orfani costretti a crescere troppo in fretta, e spesso a ricorrere a ogni mezzo pur di sostentare la famiglia. C’è la storia di chi ha da mantenere una madre malata, che non può alzarsi dalla sedia a rotelle. C’è chi ha perso il padre da due anni, e a tredici si è ritrovato capofamiglia responsabile di due sorelle più piccole. L’obiettivo oggi è lavorare, lavorare, lavorare per poi poter mandare qualche soldo a casa. “Come prima cosa hanno bisogno di imparare la lingua” ci spiega Silvia, mediatrice culturale che collabora con la cooperativa “senza la conoscenza, anche minima, dell’italiano non potranno sperare né di integrarsi né di lavorare”. Tutti i ragazzi frequentano ogni pomeriggio una scuola di italiano per stranieri, a Ugento. Alcuni di loro hanno bisogno di un sostegno specifico perché non hanno confidenza nemmeno con la lettura o la scrittura. “La cosa importante è che imparino la lingua e si sentano accolti positivamente dalla comunità. In questo modo l’atmosfera diventa costruttiva e tutto è un po’ più semplice”. Oltre ai ragazzi arrivati da Lampedusa, la Crisalide ospita due ragazzi egiziani e un ragazzo pakistano, che sono qui da più tempo.

“Possiamo ospitare fino a dodici minori, e quando c’è un’emergenza il Ministero ci chiede disponibilità per ulteriori tre posti” ci spiega la responsabile. Si alternano due operatori al giorno, che seguono e sostengono i ragazzi nelle diverse attività. “Si divertono a giocare col biliardino, o con la playstation. E poi sono impegnati nelle attività di collaborazione domestica, come pulire gli spazi comuni, o tenere in ordine le proprie camere. E la mattina fanno i compiti. C’è chi frequenta un paio di giorni a settimana la palestra, chi fa parte da qualche giorno di una squadra di calcio locale. E poi, ovviamente, c’è la scuola”, continua la signora Zizza. “Le associazioni del territorio e la gente comune hanno sempre riservato attenzione e disponibilità nei confronti dei minori che abbiamo ospitato, c’è grande attenzione anche da parte delle autorità e delle forze dell’ordine che in molti momenti difficili – ci sono anche quelli – si sono rivelate indispensabili”. Da tre anni questa cooperativa sociale accoglie e sostiene minori in difficoltà. Tutto è nato dalla mente e dal cuore di Jari Zizza, fratello di Venusia scomparso meno di un anno fa a trentasei anni. “Raccogliere quest’eredità non è stato facile, spesso il lavoro è duro, ma ho la fortuna di avere molte persone che mi aiutano quotidianamente”.

Tra gli operatori impegnati in Crisalide, oggi ci sono Marco e Paola, che riservano un pensiero al futuro di questi ragazzi “Al compimento del diciottesimo anno di età dovranno andare via, come hanno fatto gli altri. Ci saranno le richieste di asilo politico, la valutazione delle commissioni, la ricerca di lavoro e il tentativo di costruirsi una vita, qui o altrove. Molti sperano di andare presto in Germania, in Svizzera, in Inghilterra. Noi facciamo di tutto perché siano preparati a quello che c’è fuori da qui”. Mentre stiamo salutando, arriva una chiamata della Questura di Foggia: a quanto pare hanno trovato un altro ragazzo, afghano, anche lui scappato qualche settimana fa. Si tira un sospiro di sollievo, e ci si prepara all’inizio di un nuovo percorso. Contatti e info su www.cooperativacrisalide.it

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