Il folletto dell’Italia meridionale e la papagna

//LA LUPA CHE TESSE. Laurieddru, lauru, uru, urulu, moniceddru, scarcagnulu,sciacuddhi…..sempre lui. I parte

//LA LUPA CHE TESSE. Dei nostri folletti se n’è parlato tanto, ma sempre in un modo troppo generico, identificandoli con i folletti di tutto il mondo. Ogni spirito, divinità, folletto è un’entità ben precisa che nasce dal retaggio di antichi culti: ognuno tramanda una determinata sostanza, pianta medica, psicoattiva, usata per il rituale del culto nel quale lo spirito si identifica. Laurieddru

I folletti dell’Italia meridionale hanno una caratteristica in comune che ci fa intuire che si trattI sempre dello stesso essere: egli infatti compare mentre una persona dorme, si mette sulla pancia per svegliarlo ed è talmente pesante da togliergli il respiro. E’ un’entità legata al sogno ed al sonno: d’altronde le favole più antiche lo associano al mondo onirico; ma si comporta in modo contraddittorio, sembra uscire dal sonno per disturbarlo. I suoi colori sono uguali in tutto il Meridione: il cappellino rosso ed il vestito marrone tabacco. Anche i colori lo identificano con il sonno o meglio con il sonnifero: il papavero. Il cappellino rosso è l’allusione ai petali del rosaliccio, il colore marrone tabacco è quello tipico della capsula di oppio essiccata al sole, tra il verde ed il marrone.

La credenza nel folletto è tanto radicata che ancora oggi sono una piccola minoranza le persone che non credono nella sua esistenza, a prescindere dall’età, cultura, religione. Ho conosciuto ragazzi giovanissimi di Lecce, contestatori, ribelli, che non credevano in a ma al ‘laurieddhru’ si. Tra tutte le creature vegetali solo il culto del papavero è così radicato nel Meridione, tanto che la papagna è stata usata fino ai nostri giorni. Anche la caratteristica del cappellino lo associa al papavero: il folletto quando perde il cappello piange come un neonato. L’allusione è chiara, quando il papavero perde i petali la sua capsula è piena di lattice bianco. Per anni ho cercato di risolvere il paradosso del perché il folletto rappresentI il papavero ma non si comporta come un ‘mpapagnatu’ (addormentato), tutt’altro: fa caciara, frastuono, fa vedere cose che non ci sono, è giocherellone e a volte donnaiolo.

La soluzione l’ho avuta dal ‘laurieddhu’ di Lecce e dal ‘lauru’ di Brindisi: entrambi i nomi derivano da laurus, l’alloro. Le stele dauniche tramandano rituali del culto della ‘dea del papavero’ con stati di allucinazioni, altri reperti, stati estatici, non associabili all’uso del papaverum oppium dal quale si estrae sonnifero, quindi la sostanza usata era sicuramente una mistura di papavero ed alti ingredienti, misture analoghe sono state tramandate anche dai Sumeri. Dalle mie interviste sulle ricette della papagna abbiamo scoperto una mistura di alloro, papavero e camomilla, chiamata babafarina. Quindi il folletto rappresenta le misture del papavero, per questo ha svariati nomi, è uno ma tanti, perché diverse erano le misture ma lo spiritello era sempre lui: dai nomi sono riuscita ad individuare vari intrugli. E’ con questa nuova interpretrazione che possiamo capire come mai compare con caratteristiche diverse nelle varie zone, non associabili al papavero né alle sue misture, ma tutte riconducibili al culto della grande madre: il folletto è uno spiritello che nasce dalla menhirica madre, signora del papavero. CONTINUATE PURE AD IMMAGINARLO, MA CON UN OMBRELLINO DI PAPAVERO.

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