Un anno da garante: ‘Troppo da fare’

Bari. Pietro Rossi è il primo garante dei detenuti in Puglia. Eletto nel 2011 si è trovato davanti ad un intero sistema da riformare. Sede dell’Ufficio inclusa

BARI – Un Ufficio da costruire ed un sistema da riformare. E’ ciò che si è trovato davanti Pietro Rossi, criminologo, il primo garante dei detenuti pugliese. La Puglia è stata la terza Regione in Italia ad eleggere il garante dei detenuti. La sua nomina risale al luglio 2011 (delibera di Consiglio del 12 luglio e successiva nomina per decreto del presidente del 9 settembre 2011). Alla figura del garante viene affidata la protezione e la tutela non giurisdizionale dei diritti delle persone presenti negli istituti penitenziari, negli istituti penali per minori, nei centri di prima accoglienza e nei centri di assistenza temporanea per stranieri, nelle strutture sanitarie in quanto sottoposte al trattamento sanitario obbligatorio. La situazione con la quale Rossi si è trovato a contatto, come riferisce lui stesso nel rapporto sull’attività condotta nel 2012, presentato di recente in Consiglio regionale, è stata drammatica (vedi paragrafo “Carceri in Puglia, l’emergenza è la norma”). A partire dalla questione logistica. “L’Ufficio è dotato di una infrastrutturazione basica – scrive nel rapporto – che consente il raggiungimento dei risultati minimi essenziali all’espletamento del carico funzionale. Occorrerebbe migliorare sensibilmente la dotazione informatica e tecnologica. Anche sotto il profilo del decoro della funzione – continua – occorrerebbe rendere compiuto l’arredo con ulteriori acquisizioni di complementi per il complessivo miglioramento funzionale ed estetico”. L’attività del garante si è concentrata in prima battuta sull’organizzazione di ruoli e sulla distribuzione delle mansioni. Sono stati individuati professionisti volontari che, “a titolo oblativo e gratuito”, aiutino il garante nelle sue funzioni e sono stati individuati dei “preposti”, in affiancamento ed anche in sostituzione del garante, per Bari, Foggia, Lecce e Taranto, per aumentare “l’indice di penetrazione dell’attività istituzionale all’interno dei diversi istituti di pena dislocati sul territorio regionale”. Secondo punto, la tessitura delle relazioni istituzionali. Almeno tre le “intersezioni” (così le definisce il garante nel rapporto) nella costruzione della rete dedicata: con il volontariato di contatto (che eroga servizi di assistenza materiale e morale nei penitenziari); con le organizzazioni di impegno culturale civile e politico-sociale; con le imprese sociali e le imprese di profitto che orientano la propria azione alla responsabilità sociale di impresa. Ma l’attività di collaborazione con le organizzazioni ed i diversi Enti del territorio è in costante evoluzione. I primi risultati sono già visibili. Negli istituti dove sono stati individuate le figure dei “preposti” (Bari, Foggia, Lecce e Taranto) è stato possibile mettere a punto una organizzazione funzionale all’ascolto settimanale di una media non inferiore a cinque detenuti; per gli altri istituti il sistema è in corso di perfezionamento. I casi presi in esame dall’Ufficio nel primo anno di attività sono stati oltre cento con un trend di crescita mensile pari a circa il 10%. Prevalentemente le istanze hanno riguardato problemi di territorialità legate all’espiazione della pena e di una più corretta ed agevole gestione delle relazioni familiari. Possono essere gli stessi detenuti a mettersi in comunicazione con l’Ufficio. Il primo contatto avviene per telefono, attraverso un numero dedicato. In genere in quell’occasione si fissa un incontro de visu. Ma anche i parenti dei detenuti possono presentare le proprie richieste all’Ufficio del garante. In occasione di alcune iniziative di animazione ed accoglienza, vengono infatti predisposte delle postazioni che consentono di raccogliere le istanze e i bisogni dei familiari. Articoli correlati: Carceri in Puglia, l’emergenza è la norma Antigone nel carcere di Lecce: ‘Insufficiente’

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