Carceri in Puglia, l’emergenza è la norma

Dal rapporto del garante dei diritti del detenuti emerge una condizione al limite della vivibilità negli undici istituti pugliesi. Dove l’affollamento è al 180% del consentito

Un affollamento pari al doppio del consentito. Condizioni di vivibilità al limite della sopportazione che si ripercuotono sulla possibilità di realizzare percorsi di rieducazione e di reinserimento. Eccessivo carico di lavoro per il personale amministrativo e di sorveglianza. E’ la condizione di continua emergenza che però costituisce la “norma”, per le carceri pugliesi. Sottolineata nel rapporto sull’ultimo anno di attività (il 2012) dell’Ufficio del garante dei diritti dei detenuti. Il garante, Pietro Rossi, l’ha presentato e discusso di recente in Consiglio regionale. Ma di nuovo c’è poco. Per lo meno per quanto riguarda le condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti ed a lavorare i dipendenti degli istituti. In Puglia ci sono undici istituti di pena. Si trovano a San Severo, Lucera, Foggia, Trani (due sedi, una per i detenuti uomini ed una per le detenute donne, ubicate in due diverse zone della città), Bari, Altamura, Turi, Brindisi, Taranto e Lecce. Ospitano complessivamente 4.145 persone (di cui 210 sono donne e 777 sono cittadini stranieri) a fronte di una capienza massima consentita di 2.459. Significa un sovraffollamento pari al 180%. Il dato della sovrappopolazione è confermato in tutte le strutture di pena del territorio regionale, “caricate” praticamente al doppio rispetto alla propria capienza. Nel dettaglio, Bari ospita 500 detenuti, quando avrebbe capienza regolamentare di 292; Brindisi ne ospita 225 a fronte dei 147 consentiti; Foggia, 724 rispetto ai 371 della capienza regolamentare; Taranto, 630 a fronte del limite di 315. A Lecce, il secondo carcere in Italia per sovraffollamento, dove la capienza massima è di 680 detenuti, se ne contano il doppio: 1.360. Nel rapporto consegnato al Consiglio regionale, Rossi ha sottolineato una situazione di “insostenibile affollamento”, la quale determina il “fallimento della tensione trattamentale e rieducativa di cui al dettato costituzionale dell’art 27”. Ovvero, in una tale condizione di sovraccarico diventa impossibile ogni programma rieducativo, finalizzato al reinserimento dei detenuti in società, una volta lasciato l’istituto di pena. Gli effetti di un tale sovraffollamento si ripercuotono direttamente sui detenuti, ma anche sul personale amministrativo e sugli addetti alla sorveglianza, che invece risultano sottodimensionati rispetto al bisogno. L’unica soluzione “tampone” è, come sempre, il ricorso alla buona volontà ed al senso di “collaborazione reciproca, anche finalizzate – dice il garante – alle soluzioni di problemi, apparentemente di corto respiro (legate alla quotidianità) ma che consentono di alleviare di molto la condizione negletta cui sono sottoposti tutti gli attori”. Un elemento di ulteriore “ingorgo” (così è definito nel rapporto) è costituito dalla presenza, all’interno della casa circondariale di Bari, di uno dei più importanti centri diagnostici e terapeutici del territorio nazionale, il più attrezzato del Sud Italia. Questo comporta un flusso di trasferimenti di detenuti da altre regioni “non sempre – dice il garante – giustificato dall’effettivo svolgimento di azioni diagnostiche adeguate”. La questione “centro diagnostico” ne comporta, strettamente collegata, un’altra: quella legata all’assistenza sanitaria nelle carceri. Nel rapporto si sottolinea infatti la difficoltà a garantire, nelle condizioni di emergenza che caratterizzano gli istituti di pena, il pieno diritto alla salute dei detenuti. “Scuola, formazione e lavoro – continua il rapporto – rappresentano ulteriori traguardi che in parte riescono ad essere raggiunti anche per effetto di una particolare sensibilità espresso dall’Amministrazione regionale, nella misura in cui ha dotato il comparto di strumenti adeguati al raggiungimento del risultato di formare in carcere per anticipare la soglia del reinserimento sociale”. Tuttavia, nonostante gli sforzi della Regione, la mancanza di riforme a livello nazionale mantiene la situazione di vita nelle carceri fortemente critica. // I decessi in carcere E’ la nota più drammatica del discorso relativo alle condizioni di vita nelle carceri. Perché è il campanello d’allarme di un’emergenza a cui trovare rapida soluzione. Chiama in causa l’intero territorio italiano e la Puglia non fa eccezione. Negli anni dal 2000 al 2013 negli istituti di pena italiani sono morti 2.140 detenuti (il dato è aggiornato all’aprile del 2013). Un numero altissimo. Un terzo dei decessi è avvenuto per suicidio: 766 casi. E’ l’effetto estremo di un sistema inadeguato e da riformare. In Puglia, dal 2012 all’aprile 2013 si sono verificati dieci decessi. Di questi, sei sono stati i suicidi accertati (due a Lecce, due a Foggia, due a Taranto); un decesso è avvenuto in seguito a sciopero della fame (Lecce, 13 maggio 2012); uno per omicidio (Foggia). Due sono i casi da accertare. Un po’ di tempo fa, in seguito al decesso per sciopero della fame di un detenuto presso il carcere di Lecce, il vicedirettore di Borgo San Nicola Giuseppe Renna riferì che, all’epoca, erano circa 40 i detenuti che nella struttura leccese portavano avanti da tempo le loro proteste, attraverso scioperi della fame, nella più totale indifferenza da parte delle istituzioni. 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