Marthia Carrozzo, poesia di ‘sontuosa sensualità’

L’INTERVISTA. La poetessa salentina Marthia Carrozzo, ha vinto il Premio nazionale di poesia inedita “Ossi di Seppia”. Con Alda Merini nel cuore

Sembra una gatta. Gatta, nelle movenze eleganti e raffinate, ma ha la voce ammaliante ed incantatrice di una sirena. Timbro ipnotico e versi intrisi di vera sensualità, questi i tratti distintivi della sua poesia. Una poesia ispirata dall’amore, nei suoi versi prendono vita ardori fatti di fiato, corpo e pelle, in molti la definiscono la poetessa dell’eros della città barocca. Ma è molto più di questo. Poetessa ed attrice, si chiama Marthia Carrozzo ed è salentina, trapiantata da poco a Firenze, dove frequenta l’ accademia del doppiaggio. Genio creativo in poesia, fascinosa artista salentina, la Carrozzo sta conquistando grandi spazi nel panorama letterario nazionale con la sua poesia litaniante, densa di lirismo e ritmo travolgente e calzante, contenuta in un vertiginoso ‘cerchio’ concentrico che si apre alla potenza del verbo che diviene melodia. Prima l’incontro con il Teatro, l’amore per la lettura fin dall’età di sei anni, poi nel 2007 la prima raccolta di versi “Utero di Luna” (Besa Editrice), con prefazione di Alda Merini, nel 2009 la seconda raccolta “Pelle alla Pelle, dimore di mare e solo sensi” (LietoColle). Qui potete vederla in “Granelli” Rappresenta la Puglia per la poesia alla Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo, Bjcem Skopje 2009, il suo ultimo lavoro è del 2012: “Di bellezza non si pecca eppure – Trilogia di Idrusa“. Vincitrice, pochissimi giorni fa, del prestigioso Premio Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” – XIX Edizione, tenutosi a Taggia (Imperia), prima classificata tra 800 autori e 4.000 singoli testi pervenuti da tutto il mondo. Questa la motivazione della giuria: “Poesia di febbrile, sontuosa sensualità, quella di Marthia Carrozzo descrive con naturalezza e matura coscienza stilistica la dinamica psico-fisica dell’amore, e del suo mondo fatto di slanci, possessi e radicale nostalgia dell’altro. Architettati in lunghe lasse dal timbro percussivo e litaniante, i versi della Carrozzo riescono nella difficile prova di dar voce insieme all’urgenza dei sensi e a un lucido, ossessionato percorso di conoscenza per ardore. Una prova che rimanda alla migliore lezione del barocco, opportunamente rivisitata in accezione post-novecentesca”. Marthia, nei tuoi ricordi umani ed artistici, c’è la conoscenza con Alda Merini. Come è avvenuta? Che cosa ti è rimasto di lei? “Ho conosciuto Alda in occasione dell’uscita della mia prima silloge, ‘Utero di Luna’ avendola io scelta e fortemente voluta come prefatrice, tanto da cercarne spasmodicamente l’indirizzo e poi andarla a trovare a Milano, sul suo Naviglio Grande. Di quell’incontro, di quella serie di incontri che seguirono a quel 20 gennaio 2006 mi resteranno impresse negli occhi le parole che accompagnarono con una carezza il mio pianto mentre le mostravo i versi: ‘Non faccia così signorina, la scrittura è il peggiore dei mali’. Peggiore, la poesia. Peggiore, perché mette con le spalle al muro. Perché germina oltre le nostre più armate difese e ci scardina da dentro. Mi scrisse poi, in seguito, Alda, in prefazione al libro: ‘questa poetessa scrive bene, ma soprattutto piange..’ a connotare non i miei versi, ma me sola, esattamente, a sottolineare il valore aggiunto di una vulnerabilità che mi rendeva ‘senza pelle’ allora, come ora. Una vulnerabilità spericolata che fa aprire all’abbraccio, che mentre crediamo più semplicemente di inspirare, ci schiude la cassa toracica facendoci allargare le braccia. Questo, conserverò di Alda. La sua eresia e la sua vulnerabilità. Acuta, come acuta era lei. ‘esiste un tempo esatto in cui sospendi ogni giudizio, rammenti solo la bellezza data e ricevuta. esiste un tempo in cui non hai più tempo, e lo capisci, se non per la bellezza. esiste un tempo in cui ti sospendi come in volo, come in un quadro di chagall, e dall'aria ti vaporizzi in sfumature d'occhio, per essere inalata, per essere l'odore di un ricordo, di un'immagine precisa, e ti fissi all sangue, in quel respiro, per farti vita per quella vita, semplicemente, per farti vita per ogni vita che ti ha toccato, attraversato, tradito e traghettato a ciò che sei, non semplicemente sedotto, ma condotto, portato per mano, con sé sino a qui. se questo tempo esiste, lo devo al prima’.” Scrivere è una scelta o una necessità? “È stato, è accaduto. E successivamente è stata una scelta. La scrittura è stata per me il canale d’espressione privilegiato, da subito. Non sapendo, io, ballare, ad esempio. O successivamente, non reggendo i ritmi sfiancanti delle lunghe ore di prove che la vita in una compagnia teatrale richiede, perché il mio corpo era più fragile. Non riuscendo a fare bene delle cose, per necessità ‘pratiche’ appunto, ho convogliato da subito e poi nel tempo ogni mio volontà di dire nella scrittura, nella poesia ed ho scelto di farla vivere nel mio fiato, nella mia voce, in queste partiture ritmiche che nel tempo mi hanno rapito (penso all’Odissea regalatami da mio padre quando avevo appena sei anni!) fatto innamorare (ai tempi dell’odiato ed amato liceo classico) sino a restarmi dentro, come la forma più istintiva di versificazione che io sappia riconoscere come mia. Ed eccoci qui”. Qual è la tua passione più grande e trainante? “La passione più grande? Una sola? Allora vivere ed osare, sempre. Osare d’essere ciò che siamo. Amare. Vivere ogni cosa come fosse il nostro amato. Ed è un osare, quello di cui parlo, che non ha bisogno di atti ‘estremi’ ma di semplicità. Di piccole delicatezze che fanno la differenza. ‘Rendimi innamorabile, ogni giorno’ scrivevo in una ‘wish list’ per questo Natale. Rendimi innamorabile, si. Rendimi vulnerabile, sempre. Perché la vita con la sua bellezza ed il suo dolore mi attraversi e mi trasformi”. Molti ti definiscono la poetessa dell’eros, ma tu che percezione hai di te stessa e della tua poesia ..della tua sensualità tradotta in poesia? “Guardarsi ‘da fuori’ è sempre un’operazione complessa. Di me, nello specifico, posso dirti ciò che rispondo spesso alle persone più mie e che magari mi esprimono apprezzamento (tanto a me, quanto alla poesia, a volte) e cioè che: ‘io non sono bella, io sono Marthia’. E non lo dico con presunzione, attenzione, quanto in tutta la consapevolezza di ammettere anche dei limiti, delle fragilità, ma di farle mie, in modo inevitabile, indistinguibile. Io sono ciò che mi ha attraversato la vita sin qui, sono i libri che ho letto, le parole che mi hanno fatto innamorare. Sono tutte le ‘ingiustizie’ che mi hanno scosso, fatto arrabbiare, sono la pelle che ho mischiato alla mia, sono i viaggi che ho fatto, le prove che ho superato e anche tutte le mie sconfitte, sono i miei affetti più cari, sono l’amare che mi caratterizza, la passione per la bellezza sino a commuovermi.. Questo, circa me e la mia poesia, nel bene e nel male. La mia poesia al nucleo centrale, prima del lavoro di cesello, delle architetture “sonore” dei versi. La mia sensualità? È ‘mia’, appunto. È data dalla percezione che i miei sensi hanno del mondo intorno, degli incontri.. La sensualità appartiene ad ognuno di noi in un modo specifico, che, a mio parere ci fa unici. Parte dagli occhi, la sensualità. A lezione, in sala doppiaggio, il mio maestro Christian Iansante, ci disse da subito, dei filmati su cui seguire gli attori per percepirne le intenzioni ( il fuoco, la sensualità, appunto): ‘non seguire la bocca, segui gli occhi!’. Ed è così. Come mi disse un fotografo molto vicino al mio sentire, che mi indicava, in un pomeriggio di pioggia, a Firenze, un’anziana donna dal basco rosso molto simile, nell’immagine, ad Alda: ‘bisognerebbe fotografare con gli occhi, non con la macchina, per catturare la bellezza nella sua verità, senza inibirla’. Io concordo, sorridendo e concludo, sulla sensualità: ‘La bellezza, sta sempre negli occhi di chi guarda’.”

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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