Prestiti e lasciti

Versi rugiadosi in Giuseppe Verdi e nella musica brasiliana

Metafore e similitudini in poesia sono come la piuma in questa canzone di Tom Jobim e Vinicius de Moraes: svolazza qua e là e cade quando non c’è più vento a tenerla su. Sono foglie che si staccano da un albero e vanno dove meno ce lo aspettiamo. Ai comparativisti letterari il compito di ricostruire le arzigogolate traiettorie di una foglia. La rugiada, per esempio, che autori come Torquato Tasso associavano alle lacrime dell’universo (quando perfino la natura piangeva insieme ai poeti innamorati), può risultare un benefico bagno di freschezza mattutina che ridona la vita a un fiore appassito. È questo il senso di “Come rugiada al cespite”, cantata dall’Ernani di Giuseppe Verdi. Lui è un nobile decaduto, espropriato dal suo stesso re, e ora fa vita da bandito sui monti dell’Aragona. L’unico balsamo capace ancora di renderlo felice è la voce di un’aragonese vergine, Elvira, che si appresta a rapire, salvandola da un matrimonio forzato. L’effetto rugiada, però, è tristemente breve, ci ricordano Vinicius e Tom nella canzone di prima: la goccia, che sul petalo di fiore brilla per un attimo, oscilla e cade come una lacrima d’amore. Perché la tristezza non ha fine, la felicità (dialettalismo indispensabile alla rima) “sine”.

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