'La stanza del naturalista'. Giallo a Maglie

// L’INTERVISTA. Esce per Ananke il thriller di Pier Francesco Liguori interamente ambientato nella città salentina. Dove i misteri si intrecciano

MAGLIE – E’ ambientato a Maglie, terra di mistero e di intrighi. Si chiama “La stanza del naturalista” ed è l’ultimo libro, uscito pochi giorni fa per Ananke, di Pier Francesco Liguori. Magliese d’origine, trapiantato a Torino. Che però sceglie la sua città nel Salento come location di un thriller colto e mozzafiato. Liguori, 53 anni, è un antropologo fisico che vive a Torino ed attualmente si occupa di archeologia ed antropologia forensi applicate ai crimini di guerra nell’ambito di un’agenzia dalle spiccate connotazioni internazionali. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche ed alcuni saggi storici. Con lo pseudonimo di Vittorio L. Perrera ha pubblicato nel 2010, sempre per Ananke, il thriller archeologico “Il custode delle reliquie”. Perché scrive? Ce lo dice lui stesso. “Parafrasando Carmelo Bene, la scrittura è diventata per me è un ‘atto terapeutico’, un modo per liberare la mente e lo spirito dalla banalità del quotidiano, consentendo alla fantasia di riprenderne il possesso”. // La trama Teodoro De Angelis è un biologo con l’hobby dell’allevamento delle farfalle, soddisfatto della propria vita, che scorre tranquilla in una piccola città di provincia, e del suo lavoro di insegnante di scienze. Quando la preside del suo liceo gli chiede di riordinare le collezioni naturalistiche della scuola, Teodoro non ci pensa due volte ed accetta l’incarico con entusiasmo. Tra i preparati tassidermici che il professore si appresta a restaurare c’è anche un grande serpente, opera di Gregorio Sebastio, un naturalista vissuto alla fine dell’800, la cui memoria in paese è sempre stata avvolta da un alone di mistero. De Angelis scopre, proprio durante il restauro del serpente, che il rettile racchiude in sé molti segreti, non solo scientifici, e per riuscire a svelarli chiede aiuto a Monsignor Eugenio Guarnera, suo ex compagno di studi, ora Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, che a sua volta coinvolge nella ricerca l’archeologo Luca Leonardi, una sua vecchia conoscenza. I tre amici, eccitati dall’inaspettata ed intrigante avventura, si troveranno ben presto a dipanare un groviglio di intricati misteri che affondano le loro radici molto indietro nei secoli e ad indagare, loro malgrado, su alcuni efferati delitti che funestano la calda estate della piccola, tranquilla città di provincia. Perché un thriller? “Sin da molto giovane, oserei quasi dire da bambino, mi sono dissetato all’inesauribile fonte della letteratura cosiddetta “gialla”. Leggevo con passione, ufficialmente, i gialli per ragazzi che iniziavano ad essere pubblicati da Mondadori nei primi anni ’70, ma si trattava di avventure molto soft ed il culmine del “crimine” contemplato era lo spionaggio industriale, giusto per non turbare i giovani lettori. Parallelamente – e segretamente – sottraevo a mia madre i classici della letteratura gialla: Van Dyne, Conan Doyle, Simenon, Rex Stout, Agatha Christie. Ero affascinato dai cosiddetti delitti della “stanza chiusa”, dal vortice delle “celluline grigie” di Poirot, dal roteare degli ingranaggi della complessa mente di Sherlock Holmes. Ma le storie che più mi appassionavano erano quelle venate di mistero: i delitti che affondavano le loro radici nella leggenda, nel soprannaturale e nella storia antica, i cui protagonisti erano spesso archeologi o bibliofili”. Come nasce questo interesse trasversale tra archeologia ed antropologia? “L’archeologia era una mia grande passione. Sarò sempre riconoscente a mio padre che, quando avevo ancora dodici anni, ottenne che un suo vecchio amico, il professor De Lorentiis, mi permettesse di frequentare come volontario il Museo di Paleontologia di Maglie di cui era direttore. E così entrai anche a far parte, quasi una mascotte, del Gruppo Speleologico Salentino i cui membri, all’epoca, erano giovani studenti universitari: Nunzio Pacella, Giuseppe Donadeo, Giovanni Giangreco e molti altri con cui si instaurò un forte legame di amicizia”. In quegli anni conobbi archeologi del calibro di Paolo Graziosi, il più grande studioso mondiale di arte preistorica e Piero Messeri, antropologo fisico di fama, che più tardi sarebbe diventato mio professore. Quando fu il momento, mi iscrissi perciò alla facoltà di Lettere Antiche dell’Università di Firenze, per diventare un paletnologo, uno studioso cioè di archeologia preistorica. Partecipai a numerose campagne di scavo, sia in Italia che in Medio Oriente e a poco a poco mi avvicinai alla paleontologia umana. Finii per diventare un antropologo fisico, affascinato dalla straordinaria quantità di informazioni che lo scheletro umano – o poche delle sue ossa – sono in grado di fornire. Per molti anni perciò mi dedicai alla stesura di articoli scientifici che venivano pubblicati nelle riviste del settore, organi dei vari Istituti di cui ero diventato membro”. Perché la scelta di ambientare il thriller a Maglie? “Se ‘Il custode delle reliquie’ era sì ambientato nel Salento, ma i suoi protagonisti seguivano le tracce di un antico mistero lungo le vie dei pellegrini medievali, dai Pirenei alla Terra Santa passando per alcuni borghi dell’Italia centrale, quando iniziai a scrivere, questa volta col mio vero nome, ‘La stanza del naturalista’, decisi di ambientarlo a Maglie e non solo per rendere omaggio al luogo in cui sono nato. Maglie è una tranquilla – calda e afosa d’estate e umida d’inverno – piccola città di provincia in cui, a mia memoria, si sono consumati negli ultimi cinquant’anni solo un paio di omicidi. E forse proprio per questo il delitto appare più efferato. A Napoli, Torino, Milano, nessuno si stupirebbe alla notizia di un morto ammazzato, ma a Maglie. Maglie è però una città assai strana. Le dimensioni sono quelle di una qualunque città della provincia italiana, in cui tutti si conoscono, in cui chiacchiere, bisbigli e pettegolezzi – a volte la calunnia – sono il costante rumore di fondo. Una città in cui gli intrecci familiari e le parentele sono complicati, tanto da rischiare di commettere continue gaffes… Ma una cosa distingue Maglie da tutte le altre città della provincia italiana: il background culturale molto al di sopra della media. Dove avrei potuto infatti trovare figure così complesse e colte a cui ispirarmi per i protagonisti del mio libro? Maglie ha generato infatti uomini di scienza, di lettere, politici e legislatori come poche altre città della cosiddetta provincia italiana”. Che ricordo ha della sua terra? “Maglie è una città che a volte ho odiato, specialmente durante la mia adolescenza. Non vedevo l’ora di lasciarmela alle spalle, forse perché mi stava troppo stretta, e trovai in Firenze la mia seconda patria. Poi, per motivi di lavoro, fui costretto a cambiare ancora: prima Roma, poi Bari, Bologna e infine Torino. Col passare degli anni, però, la lontananza iniziava ad assumere la connotazione dello sradicamento, a cui si accompagnava la nostalgia e infine il richiamo della terra. Strumento di questa fascinazione, almeno per quanto mi riguarda, sono gli ulivi. Considero gli ulivi un tramite, un medium: essi sono un parto della Madre Terra, e per mezzo delle radici mantengono uno stretto legame con essa. L’albero è la potenza maschile che esce alla luce del giorno e l’olio prodotto dai suoi frutti esprime simbolicamente l’unione della materia con la luce, della potenza tellurica, femminile, con quella solare, l’unione tra il sanctum ed il sacrum, come direbbero i latini… E il mondo sotterraneo, in cui affondano le radici dell’ulivo, a sua volta è fitto di misteri. Ne sondai alcuni proprio nel corso della mia giovinezza quando, per esempio, partecipai agli scavi nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco e Paolo Graziosi svelò a me e agli altri laureandi quali riti di passaggio si svolgevano lì, nel ventre della Madre Terra, migliaia di anni fa”. Il Salento è pieno di leggende e di credenze popolari. In che modo hanno influenzato la sua “scrittura” o la sua vita? “I salentini hanno avvertito forte, nei secoli, il mistero che promanava dal sottosuolo: ne hanno utilizzato le cavità carsiche trasformandole in santuari, come per l’appunto la Grotta dei Cervi in epoca preistorica e la Grotta Poesia a Roca Vecchia in epoca preromana, oppure in chiese, come nell’alto medioevo italo-greco o bizantino, e ancora in frantoi… Questi ultimi rappresentano, secondo me, una delle dimensioni più misteriose del sottosuolo salentino, in quanto mondi quasi autonomi, con delle gerarchie quasi iniziatiche, dei rituali quasi religiosi ancora tutti da indagare, solo apparentemente collegati al mondo contadino ma estremamente più complessi ed articolati. Un’altra dimensione fortemente simbolica del soprannaturale, legata anch’essa al mondo tellurico e che forse ha ispirato il mio ultimo romanzo è quella del Serpente, messaggero dell’aldilà. Rammento, a tal proposito, quanto mi affascinò la storia della Torre del Serpe di Otranto. La Torre – raccontavano – era stata un faro, e sulla sua sommità ardeva una grande lampada a olio. Ogni notte un enorme serpente emergeva dal mare e avvolgeva le spire intorno alle lisce pareti cilindriche della torre, fino a sorbire tutto l’olio della lampada causando lo spegnimento del faro. Fatto drammatico, a volte, in quanto i pescatori e i marinai, senza la guida del faro, naufragavano sulla scogliera, al contrario salvifico quando i pirati, senza alcun punto di riferimento, sbagliavano rotta e la città veniva risparmiata dalle scorrerie. Da ciò, si dice, nacque lo stemma di Otranto: un serpente che avvolge le spire attorno alla torre e che a me, al di là della leggenda, ha sempre ricordato l’iconografia dei Larari, gli altari dedicati ai numi tutelari della casa – gli antenati – degli antichi popoli romani”.

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