Don Raffaele: ‘L’usura nasce dal bisogno’

L'INTERVISTA. Per il referente regionale di Libera, gli sportelli “Compro Oro” e le sale da gioco possono rivelarsi i luoghi ideali del business criminale

Se il sistema bancario è sordo, gli usurai sentono benissimo e sanno dove e come intercettare chi è in cerca di denaro, insinuandosi nel “buco nero” dei bisogni. Sono, infatti, molto alte le possibilità che un accanito giocatore di slot machine, videopoker o roulette in sale Bingo, diventi un potenziale obiettivo dell’usura: avvicinato dallo stesso gestore del locale o da terzi e sollecitato sulle proprie debolezze, l’incallito scommettitore accetta il prestito. Ma quel credito che ha tra le mani e che, sul momento, percepisce come “una boccata di ossigeno”, in realtà è già un nuovo debito a tasso usurario che grava sulle sue spalle. L’usura, però, non è solo nell’interesse illegale applicato al prestito, ma in una manovra compiuta e avvolgente che stritola uomini e famiglie in vortici di ricatti, criminalità, violenza e disgregazione, fino alla totale espropriazione del proprio patrimonio. “Se l’Istituto bancario non fa credito – dice Don Raffaele Bruno, referente regionale di “Libera” – il fenomeno dello strozzinaggio si attiva con grande facilità, soprattutto in tempo di crisi, quando la richiesta di garanzie è uno scoglio insormontabile e le esigenze economiche di privati e aziende del nostro territorio si fanno più pressanti”. L’usura, infatti, si nutre di recessione e, come rivela Don Raffaele, “non è certamente casuale l’ascesa del business degli sportelli ‘Compro Oro’”. Risale proprio a due giorni fa un blitz della Guardia di Finanza nelle sedi di queste agenzie, con perquisizioni in tutta Italia e sequestro di beni per 163 milioni di euro. Sono 118 le persone indagate e accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere, riciclaggio e reinvestimento di proventi illeciti, ricettazione, esercizio abusivo del commercio di oro e frode fiscale. Il sodalizio criminale, con vertice in Svizzera, avrebbe, secondo le indagini, gestito e scambiato 4.500 kg d'oro (solo nel 2012) e 11mila d'argento. Le forniture avvenivano in nero e mediante scambi di oro contro denaro contante in banconote di grosso taglio. Nell’indagine sono stati sequestrati oltre 500 rapporti bancari per bloccare le disponibilità finanziarie detenute dai principali indagati. Pur non volendo comunque criminalizzare chi le dirige onestamente, “sappiamo che è ancora una volta l'urgenza di liquidità in tempi brevissimi che spinge la gente a rivolgersi a queste agenzie alternative, talvolta fuori controllo, per ottenere denaro, barattando oro. Il rischio è di manifestare tutta la propria debolezza economica di fronte a occhi indiscreti e interessati che si fanno avanti per aiutare il ‘malcapitato’”. L’usuraio, però, a causa di presupposti deviati di tipo socio–culturale “si presenta come benefattore e non come tiranno” perché lo stato di benessere economico di chi presta soldi è metro della sua valenza sociale. “Per questo, siamo ormai terra di mafia – afferma l’esponente di “Libera” – perché il nostro consenso è l’elisir di lunga vita degli affari criminali”. In quest’ottica, un’attività tipica dei clan è quella di fidelizzare il rapporto con le persone attraverso ciò che Don Raffaele definisce “elargizioni caritative a fondo perduto”. Non riesci a pagare la bolletta del telefono? Ci pensa il boss. “La gente deve volerci bene” disse, a tal proposito, il collaboratore di giustizia mesagnese Ercole Lino Penna per spiegare agli inquirenti le tattiche di aggiramento e avvicinamento a danno delle persone in difficoltà. Chiediamo a Don Raffaele se c’è sempre un organizzazione criminale, nel Salento, dietro il fenomeno dell’usura. “Non sempre”, risponde. O meglio: può accadere che siano “personaggi ben noti” a fare recupero credito presso le vittime. E di vittime potrebbero essercene oltre 50 nell’ambito di una vicenda che tiene banco, in questi giorni, e che ha Monteroni come suo epicentro. Siamo nel mese di ottobre 2012. Con le accuse di usura pluriaggravata a danno di imprenditori edili e favoreggiamento, vengono arrestati l'imprenditore edile Domenico Giancane, 62enne di Monteroni (titolare della “Edilgiancane” di via San Cesario, a Lecce, e della “Edil Magà” di via Copertino, a Monteroni) e un dipendente delle sue aziende, Paolo Giovanni Guido, 43 anni di Castrignano del Capo. Il primo è condotto in carcere mentre il secondo è sottoposto agli arresti domiciliari. Le ordinanze di custodia cautelare sono emesse dal gip Ines Casciaro (su richiesta del pm della Dda, Alessio Coccioli) di Lecce. Gli arresti sono eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Lecce. Giancane, secondo l’accusa, avrebbe approfittato di rapporti di credito già esistenti per commesse di lavoro. Tutta l’operazione aveva già subìto un’accelerazione, lo scorso 14 settembre, a seguito di alcune perquisizioni domiciliari a carico degli stessi Giancane e Guido e di altre persone. Le ricerche, eseguite a Monteroni, San Pietro in Lama e Lizzanello, diedero esito positivo con il rinvenimento di documenti importanti per l'impianto investigativo. Le manette scattarono perché Giancane avrebbe cercato di inquinare il quadro probatorio con l’aiuto di Guido. L’imprenditore, dal canto suo, avrebbe contattato le tantissime vittime (che intanto sfilavano davanti alle Forze dell’Ordine per testimoniare) al fine di prescrivere una versione comune dei fatti da riferire. Sempre a settembre, nell’ambito della stessa indagine, la Procura aveva iscritto alcune persone nel registro degli indagati per usura continuata in concorso. Tra loro anche nomi eccellenti. Come quello dell'avvocato Fabio Frassanito, consigliere comunale di Monteroni con deleghe al Contenzioso e alla cittadinanza attiva. Con lui, l’imprenditore Gianfranco Pati, 52 anni, già implicato in un'inchiesta per riciclaggio ed esercizio abusivo dell'attività finanziaria, poi conclusasi con l'assoluzione in primo grado. Il coinvolgimento in un presunto giro di usura del consigliere comunale di Monteroni aveva poi sollevato un polverone tale da spingere alle dimissioni (poi ritirate) il sindaco Lino Guido che aveva spiegato, in una lettera, le ragioni della scelta, riferendo di un “isolamento istituzionale e di un condizionamento ambientale insostenibili”. Intanto, il 30 ottobre, per Paolo Giovanni Guido è stata disposta la scarcerazione entro 20 giorni, mentre a Giancane, la mattina del 7 novembre, è stato notificato un nuovo ordine di arresto presso il carcere di “Borgo San Nicola”, dove è detenuto. A suo carico, accuse di usura pluriaggravata continuata, estorsione ed esercizio abusivo di attività finanziaria. Si contesta anche attività usuraria nei confronti di un altro imprenditore edile monteronese il quale, ha poi sporto denuncia. L’imprenditore ha raccontato di due operazioni usurarie, avviate nell’ambito del rapporto di collaborazione tra la sua azienda e quella di Giancane, con tassi di interesse che hanno toccato il 75% annuo. In una circostanza, ha dovuto svendere un appartamento di sua proprietà, passato così nel patrimonio di Giancane, per ripianare una parte dell’illecito debito nel frattempo sproporzionatamente cresciuto. Come dimostra anche la denuncia di questo imprenditore – solo ultimo in ordine di tempo -, il lato positivo della vicenda è il progressivo venir meno del muro di gomma dell’omertà, ma tutta l'operazione, secondo i carabinieri, rappresenta solo la punta dell'iceberg: sarebbero tantissime le vittime del giro, strozzate da tassi di interesse schizzati fino al 144%. “Con l’evidente coinvolgimento della politica e dell’Istituzione – afferma Don Raffaele – il ricordo va ai primi anni ’90 e alle possibilità di scioglimento del Comune di Monteroni per infiltrazioni mafiose”. A distanza di 20 anni, però, poco è cambiato. Nella relazione per l’apertura dell’anno giudiziario dell’anno 2011, il presidente della Corte d’Appello di Lecce, Mario Buffa affermava che “anche per Monteroni si è rilevata una sorta di contiguità di amministratori pubblici ed esponenti politici con l’ambiente della criminalità organizzata locale e della loro disponibilità a tenere conto degli interessi ad esso riconducibili e delle relative istanze anche nelle scelte amministrative – prime fra tutte quelle in tema di conferimento di appalti – e nell’adozione dei relativi atti, con una condivisione di logiche mafiose che conferma l’abbassamento della soglia di legalità e comporta una sorta di legittimazione della criminalità mafiosa e di riconoscimento del suo ruolo”. La vicenda di Monteroni è solo l’ultima in ordine di tempo. Di operazione antiusura nel Salento ricordiamo, di recente, “Shylock” (per la quale rimandiamo alla lettura degli articoli in homepage). Molti i casi di confisca di beni per soggetti coinvolti in reati di usura. Tra questi i Corciulo di Felline, arrestati nel 2005 e rinviati a giudizio per usura, estorsione e minacce. All'alba del 23 giugno 2010, la Dia sequestra un immobile da 220mila euro. Stesso destino per Dario De Carlo, Damiano Surgo e Santo Paglialunga. Infine i fratelli Caroppo. Accusati di aver prestato del denaro ad imprenditori in difficoltà – almeno sei i casi denunciati da altrettante presunte vittime – e di averne preteso la restituzione con tassi del 120%, finiscono dietro le sbarre.

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