Interporto di Bari. La Puglia rischia di restituire 73 milioni

Bari. L’infrastruttura per il trasporto logistico intermodale è al centro di un'inchiesta della Corte dei conti europea. Perché di intermodale ha poco

BARI – Funziona da sei anni ma di treni nemmeno l’ombra. E di navi nemmeno. Eppure doveva essere il centro dei trasporti del Mezzogiorno, lo strumento per sconfiggere il traffico su gomma e spingere invece quello su rotaia. Un’infrastruttura strategica non solo per il Sud Italia ma per l’intero Paese in quanto in grado, sulla carta, di soddisfare più del 20 per cento del traffico combinato italiano. Sulla carta, appunto. L'Interporto di Bari è al centro di un'inchiesta della Corte dei conti europea il cui esito potrebbe conoscersi in questi giorni; il rischio, per la Puglia, è di dover restituire il finanziamento Ue con il quale il gruppo Degennaro è riuscito a realizzare l'opera: 73 milioni di euro. La storia della struttura è iniziata 20 anni fa, quando il gruppo imprenditoriale ha avuto l’idea di investire sul trasporto logistico intermodale nella zona industriale di Bari. Peccato che di intermodale, dopo sei anni, ci sia poco. All’appello mancano il sistema portuale ed il sistema ferroviario. Così, l’interporto di Bari oggi è costituito solo da grandi capannoni affittati da società che movimentano merci servendosi unicamente di mezzi su gomma. Il risultato è che, invece di ridurre il traffico dei camion, l’ha moltiplicato: sono circa 1.300 i mezzi pesanti che ogni giorno transitano nella struttura. Perché non si vedono treni? Perché il binario costruito da Rfi, la controllata di Fs Spa, è morto. Ora la Corte dei conti europea vuole vederci chiaro. I tecnici di Bruxelles sono stati nel capoluogo pugliese per un sopralluogo sullo stato di avanzamento del progetto. Quelli incaricati dalla Regione Puglia, dal canto loro, hanno preparato delle controdeduzioni nella speranza di ottenere prescrizioni alle quali i privati si dicono pronti ad adeguarsi. Rfi, intanto, ha autorizzato il raccordo, assicurando che i lavori potrebbero partire presto. Un “presto” che potrebbe essere troppo tardi. (pubblicato oggi su “Left” in abbinamento a “L'Unità”)

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