Il Poligono dei veleni

 

//L’INCHIESTA Lecce. Le ispezioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito al Poligono di Torre Veneri hanno svelato un quadro ambientale inquietante

LECCE – E’ un problema di salute pubblica la bonifica dell’area del poligono di tiro sito in località Torre Veneri, a due passi da Lecce. I sopralluoghi tecnici effettuati pochi mesi fa, finalizzati ad accertare le condizioni nelle quali si svolgono le operazioni addestrative e di esercitazione, il loro impatto sull’ambiente, sulla salute del personale impiegato e sul coinvolgimento della popolazione civile residente nelle zone circostanti, non hanno offerto riscontri positivi in ottica di tutela del territorio. A testimoniarlo, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta “sull’esposizione a possibili fattori patogeni, con particolare riferimento all’uso dell’uranio impoverito” approvata il 30 maggio scorso. Con la consulenza del Capitano ed esperto balistico Paride Minervini, il 9 marzo 2012, una delegazione della Commissione si è recata presso il poligono verificando “la presenza di zone dove si sono accumulati residuati delle attività di esercitazione, che richiedono presumibilmente importanti interventi di bonifica, finora evidentemente non attuati, sia a terra sia nel mare circostante”. Durante la perlustrazione, sono stati quindi effettuati prelievi di campioni di terreno. E ancora, un successivo sopralluogo tecnico, effettuato sempre da Minervini su incarico della Presidenza della Commissione, ha consentito di svolgere ulteriori accertamenti dai quali “è emersa una scarsa osservanza disciplinare per la tutela ambientale”. Inoltre, il personale addetto al controllo delle stesse bonifiche “non risulta adeguatamente qualificato”. Infine, nell’area “Bersaglio Carri” “non risulta che sia asportato il materiale di risulta prodotto dall’esplosione dei colpi in arrivo e durante le analisi è stata rinvenuta una notevole quantità di materiale inerte affiorante”. Per quanto concerne l’area marina (le ispezioni hanno avuto luogo il 23 e 24 aprile e il 13 – 19 maggio con attività subacquea), le immersioni “hanno evidenziato la presenza di numerosi relitti inerti, di proiettili da esercitazione, di un barcone metallico e di penetratori in materiale attualmente in fase di identificazione. Dalle informazioni raccolte risulterebbe altresì che l’area, sia marina sia terrestre – attualmente interdetta –, sarebbe frequentata da recuperanti clandestini di metalli per scopi commerciali” (con rischio di traffico di sostanze inquinanti). “Tale attività, ove confermata, risulterebbe altamente pericolosa, sia per il rischio di esplosioni sia per i danni alla salute”. Le annotazioni tecniche di Minervini, successive alle ispezioni, hanno sottolineato la priorità per l’identificazione e la messa in sicurezza, tramite recinzione, delle aree a rischio, per presenza di materiale metallico. Inoltre, si è rimarcata la necessità di una più rigorosa applicazione delle norme di tutela ambientale e la necessità che si effettuino le bonifiche successivamente a ogni operazione: “il ritrovamento di materiale inerte sul terreno fa infatti ritenere che il personale addetto non verifichi adeguatamente l’effettuazione della predetta attività di bonifica”. Ma su questo le posizioni divergono. Da un lato, gli ufficiali Cutropia, comandante della Scuola di Cavalleria e il colonnello Capraro secondo i quali, per le esercitazioni a terra, la bonifica successiva è obbligatoria e certificata da un verbale redatto dal responsabile dell”esercitazione; dall’altro il consulente Minervini, su disposizione della Presidenza, il quale ha documentato, anche fotograficamente, “una situazione non del tutto rispondente a quella descritta dal comando della base, e, soprattutto, tale da fare ritenere che il materiale residuato da esercitazioni non sempre sia oggetto di bonifiche accurate”. Di fronte a tale scenario, è lecito chiedersi a che punto siano le attività di risanamento. Per saperne di più, abbiamo contattato proprio Paride Minervini. Il Capitano, sollecitato sulla questione, non ha potuto fornirci alcun dettaglio, non avendo autorizzazione a divulgare informazioni nel merito. Sappiamo però che il 24 luglio scorso, si è svolta una nuova audizione del consulente, ma poiché i risultati delle indagini svolte (con particolare riferimento all’area marittima del poligono), erano provvisori, l’audizione si è svolta in seduta segreta, per volere del Presidente, Senatore Rosario Giorgio Costa. Che abbiamo incontrato e intervistato. Non è comunque la prima volta in cui il poligono di Torre Veneri finisce sotto la lente di ingrandimento. Nel 2007, il sito dell’associazione Vittimeuranio.com gli dedica un dossier. Lo stesso anno, la deputata del Partito Democratico, Teresa Bellanova richiede un’indagine ministeriale per verificare l’ipotesi di un possibile rapporto tra l’incidenza tumorale a Frigole e la presenza, durante le esercitazioni militari, di uranio impoverito, ovvero di quel materiale radioattivo che penetra nell’organismo sotto forma di pulviscolo o di schegge, generando patologie mortali. La Bellanova, però, non ottiene risposta e Buccoliero dell’Udeur interviene nel dibattito affermando che non sono mai state utilizzate munizioni contenenti uranio impoverito a Torre Veneri. Nel gennaio 2010, ancora Bellanova, annuncia e presenta un’interrogazione parlamentare nella quale chiede al Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, di riferire circa il pericolo di contaminazione da uranio fra i militari. La risposta arriva il 30 luglio. Secondo il Ministro, dalla documentazione custodita presso l’ente gestore del poligono, risulta che sia stato sempre impiegato solo munizionamento convenzionale”. Intanto, pochi giorni prima dell’interrogazione della deputata salentina, l’”Associazione Vittime Uranio” denuncia nuovi casi, in Italia, di morte e di malattia. Tra questi, due ex militari della provincia di Lecce anche loro ammalatisi di cancro: il primo dopo una missione in Bosnia, il secondo, 27 anni, di Aradeo, dopo il servizio di leva nel poligono salentino. Non sono gli unici e già nel 2002, a un militare di leva presso il poligono leccese si diagnostica un linfoma di Hodgkin. Diventano quindi sospetti i decessi e le patologie di militari e civili che vivono nei pressi delle aree in cui si svolgono esercitazioni e addestramento. A distanza di tanti anni e dopo un muro di colpevoli silenzi, è necessario, per il bene della salute pubblica, che i poligoni facciano i conti con i propri veleni. Che, nel frattempo, sono diventati anche i nostri. Articoli correlati Uranio e vaccini. Risposte entro il 15 gennaio (19 dicembre 2011) Uranio impoverito. A Campi la banca dati nazionale (25 luglio 2011)

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