Tre anni all’estero ed il terzo principio della dinamica

Cheosa vuol dire andare via dalla propria terra? Cambia in qualche modo la visione del mondo? Lo racconta Flavio D’Amato, salentino in Polonia

Di Flavio D’Amato Sono salentino, nato e cresciuto in quel di Copertino, ma da oltre tre anni sono residente all’estero. E’ una giornata fresca ma soleggiata del settembre 2012 qui a Breslavia (Wrocław), città Sud-Occidentale della Polonia, la quarta in ordine di grandezza. Come tanti, sono andato via dalla mia terra per l’impossibilità di trovare un lavoro stabile e che mi gratificasse, e l’inizio del mio percorso post-studi nel Salento è paragonabile a quello di tanti giovani d’oggi: non avendo trovato altro, avevo ripiegato mio malgrado nell’emblematico “mestiere” di operatore telefonico in un call-center. Dopo circa tre anni di lavoro in cui non avevo ottenuto né un avanzamento di grado né una mansione più congeniale, avevo maturato la necessità di cambiare rotta in modo più deciso, più radicale, nella speranza di trovare la strada giusta. A facilitarmi il compito c’è stato anche il programma europeo “Leonardo da Vinci” vinto nel 2009, che mi ha consentito di vivere tre mesi a Cracovia per uno stage, un periodo “cuscinetto” utile per ambientarmi nel nuovo posto e vedere con i miei occhi cosa, dove e come cercare. Dopo i tre mesi cracoviani, mi sono trasferito direttamente nella capitale, Varsavia, dove per due anni e mezzo ho vissuto soprattutto mettendo a frutto i miei studi – lingue straniere -, e cioè impartendo delle lezioni d’italiano in giro per le scuole. Dapprima, la volontà di rimanere a Varsavia era l’origine del mio sostanziale disinteresse per le offerte di lavoro provenienti da altre città. Ma con il passare del tempo (e dell’età) mi rendevo conto che poteva diventare più difficile anche l’ottenimento del desiderato contratto a tempo indeterminato, così all’inizio del 2012 ho preferito trasferirmi a Breslavia per accettare un lavoro buono e stabile in una multinazionale, dove sono tuttora. Il futuro lo scoprirò vivendo. Probabilmente alcuni si chiederanno come mai ho scelto proprio la Polonia, e non altri Paesi più gettonati come Inghilterra, Spagna, Olanda, Germania o Francia. In realtà non era la prima volta che ci andavo. Ci ero già stato in precedenza, nel 2006 per cinque mesi a Rzeszów, grazie ad un altro programma europeo dedicato agli universitari, l’“Erasmus”. Quindi era un Paese che già conoscevo. Ma la domanda si ripresenta allorché ci si sofferma al 2006: perché la Polonia? Allora si, era un Paese che non conoscevo per niente, ma preferii sperimentare qualcosa di veramente alternativo e di totalmente diverso e “sconosciuto” dal punto di vista climatico e culturale. E tra Polonia e Cipro scelsi la prima. Per caso, dunque. Vien da sé che non era nei miei progetti trasferirmi lì, né prima, né durante il mio soggiorno, sia perché era un periodo in cui non pensavo ancora tanto al mio futuro professionale, e sia perché davvero non potevo immaginare la mia vita in un Paese diverso dal mio e ad imparare una lingua così diversa e complicata come il polacco. Solo dopo la fine degli studi a Lecce nel 2007 mi resi conto di quanto difficile fosse trovare un’occupazione, e fu così che compresi il valore della scoperta di un Paese in cui lingua e cultura italiane sono apprezzate ed amate, e in cui la nutrita presenza di aziende italiane e multinazionali rendeva la possibilità di un buon lavoro non così utopica. Ma trasferirsi è la giusta decisione? E’ meglio restare nella propria terra o andare via? Cambia il sentimento o la concezione del luogo da cui si proviene? E a proposito dell’Italia o dell’estero? Intanto confesso di aver avuto a volte l’immagine di chi emigra come di un “perdente”, come di qualcuno che, non essendo riuscito a realizzarsi in casa propria, ci prova altrove. Ma basta riflettere solo un secondo in più per ricordarsi che se si va via, spesso lo si fa perché si è costretti, e non perché si è degli inetti. Insomma, sempre più spesso si emigra perché si deve e non perché si vuole. Sappiamo tutti che la realtà lavorativa di oggi è molto intricata, che le opportunità non sono molte, e che realizzarsi in campo professionale è ancora più difficile di quanto lo fosse in precedenza. Ma è pur sempre necessario per vivere, anche a costo di andare via, appunto, come fecero i nostri nonni e prozii 40, 50, anni fa, o anche prima. E sappiamo come per molti salentini, e italiani in generale, questo passo sia davvero pesante, a volte quasi impossibile, da fare. Ma è qui che di frequente si scopre una grande verità: la possibilità di vivere altrove dà a chi lo fa la grande occasione di conoscere altre dimensioni, altre storie, modi di pensare, tradizioni, abitudini. Detta in altre parole, si possono conoscere altre culture in ogni loro componente di cui spesso si ignora l’esistenza, o che magari si è convinti di conoscere attraverso gli stereotipi che, invece di trasmettere la vera essenza di una determinata cultura, la storpiano appiattendola e incasellandola in dei quadratini tanto semplici quanto approssimativi. E gli stereotipi non rappresentano l’unico nemico. Il vero punto-chiave è il nostro approccio al mondo esterno: è spesso istintivo per l’essere umano avvicinarsi ad un’altra cultura con un atteggiamento etnocentrico, ovverosia con la convinzione più o meno conscia di una certa superiorità della propria cultura rispetto alle altre. Con questa premessa, raramente si potrà comprendere il vero significato o il vero perché di una tradizione piuttosto che di un gesto o di un’azione da parte di uno straniero. Forse invece sarebbe opportuno usare quella che io chiamo “tecnica del bambino”, che scopre il mondo guardando, toccando, osservando, annusando, assaggiando senza pregiudizi di sorta, con l’aggiunta che noi, essendo adulti, possiamo usare anche un’arma utilissima come l’empatia per metterci nei panni dell’altro, per capirne il modo di pensare, i comportamenti, le abitudini e le azioni. E’ in questo modo che si vedrà come fuori da casa nostra c’è davvero un mondo tutto da scoprire. Dopo aver compreso come mettere il naso fuori dalla finestra, arriva in modo pressoché inevitabile il terzo principio della dinamica, secondo cui “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“. Questa regola infatti, oltre alla fisica, si applica spesso e volentieri anche quando ci si sradica dalla propria terra per trapiantarsi altrove (ma nel discorso qui impostato non include né i casi di nostalgia disperata per la famiglia né quelli dei mammoni), ed è presto spiegata: dopo aver osservato (e magari apprezzato) città, persone, culture, abitudini, paesaggi nuovi, si diventa sempre più coscienti del vero valore di ciò che c’è a casa nostra. Se guardo nel complesso la mia esperienza, vedo che il trasferimento mi ha portato giocoforza ad immergermi nella cultura polacca e a conoscere nella quotidianità tante componenti interessanti, nuove, strane, curiose o anche “incomprensibili”, seppur sempre attraenti nella loro esoticità. Ma, come tutti gli emigrati, una rimpatriata una tantum la faccio e l’ho sempre fatta, e ogni ritorno a casa mi ha fatto osservare con una luce sempre più nuova ciò che ho avuto intorno a me, e a cui l’abitudine mi rendeva indifferente: una stradina in pietra nel centro storico, la specificità degli archi e dei balconi in pietra leccese ornate di gerani o edere, ho apprezzato finalmente nella loro pienezza monumenti come il Duomo di Lecce (dove mi reco ad ogni mio ritorno per ammirarlo, sebbene ci sia già stato infinite volte), la città vecchia di Ostuni o i trulli di Alberobello. E uno dei particolari che mi ha fatto comprendere tutto questo è stato il vedere gli amici stranieri da me ospitati ammirare, invidiare, e nondimeno fotografare, queste e mille altre cose che per me erano ovvie: il barocco leccese, i colori e le forme delle coste marine, la mozzarella e il gelato artigianali, il pasticciotto, la parmigiana di melanzane, il pesce e i frutti di mare, la puccia, la focaccia, la musica pizzica, il dialetto salentino… Insomma, è con il tempo e l’emigrazione che ho capito il vero valore di casa mia. Quello che ho appena detto sembra ovvio, quasi stupido. I salentini, poi, sono i primi a celebrare la bellezza e il valore di queste cose. Ma qui mi preme fare una precisazione importante (e forse impopolare): nel fare questo, una buona parte di persone non ha modo di fare dei paragoni con altri luoghi e culture, e nei casi in cui ciò succede, è probabile che l’etnocentrismo (e gli stereotipi) distorca il tutto, non dando modo di far capire che in realtà ci sono cento, mille altre culture non inferiori in quanto a storia, arte, cibo e paesaggi. Quindi credo che chi ami la propria terra – ma anche chi ne è indifferente – debba essere paradossalmente invogliato a viaggiare, a scoprire nuovi posti vicini e lontani, ma alla larga da qualsiasi pregiudizio: con gli occhi del bambino e l’empatia si apriranno frontiere prima ignote e si conosceranno cose e culture nuove. Questo ci insegnerà ad aprirci all’altro, al diverso, e a capirlo davvero, ma non cancellerà l’amore o i caratteri della nostra cultura originale. Anzi, tutto si accumulerà e ci arricchirà, migliorandoci, e come il terzo principio della dinamica dimostra, ci porterà a ricordare e ad apprezzare con una luce tutta nuova la nostra terra d’origine, cogliendone la sua unicità, ma non mettendola in competizione con altre culture in un’ipotetica classifica. E’ proprio questo il grande traguardo da raggiungere: nel pensare alla propria regione come alla “numero uno”, non si deve pensare che le altre nazioni e regioni siano al di sotto, ma che in verità sono tutte al numero uno, ognuna con le sue peculiarità culturali e naturali. Si conclude così riprendendo la mia esperienza. Vivo all’estero abbracciando con entusiasmo il mio nuovo mondo, so che solo qui posso mangiare la vera szarlotka (torta di mele) o il vero sernik (torta al formaggio dolce), non sento l’esigenza di tornare nel Salento, ma rimane sempre intatto l’orgoglio di avere in casa una maglia del Lecce, di sentire ad alto volume una canzone in dialetto, di prepararmi una frisella, e di sapere che il vero pasticciotto posso mangiarlo solo nel Salento. Articolo tratto dal blog www.flaviodamato.wordpress.com

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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