Gli ulivi non devono morire

LA STORIA DELLA DOMENICA. I patriarchi ‘capitozzati’ per far posto all’asfalto della strada statale 16 (Maglie-Otranto) stanno vegetando

Le loro chiome sono rigogliose e sfavillanti. Folte e lucenti come i capelli che ricrescono dopo una poderosa sforbiciata. Il vento di tramontana li scapiglia allegri e il sole del meriggio di ottobre li fa sembrare ancora più argentei.

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Sono gli ulivi, molti dei quali secolari, capitozzati, cioè tagliati di netto, quasi alla base, per far posto all’asfalto della statale 16 Maglie-Otranto. Accadeva nel giugno 2011 e l’allarme si era levato forte da tutti i comitati ambientalisti del Salento.

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Ottomila ulivi segnati con numeri identificativi in rosso e in blu, come agnelli sacrificali pronti al macello. Un’immagine difficile che cancellare nel ricordo di chi ama il simbolo, sacro, della storia e della cultura salentina. Dono degli dei, tagliare o espiantare un ulivo nella cultura contadina, è un sacrilegio.

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Eppure l’imponente opera, 14 kilometri per un costo di quasi 70 milioni, per il primo tratto ha ottenuto l’autorizzazione paesaggistica, rilasciata dagli uffici regionali. Come ha dichiarato l’assessore all’urbanista Angela Barbanente ciò è avvenuto “con il fiato sul collo”, lasciando intendere di aver subito pressioni (Corriere del Mezzogiorno, 4 agosto).

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In rotta di collisione due modelli di sviluppo: da una parte il cemento e l’asfalto, i grandi appalti pubblici che nel breve termine danno lavoro, finché dura, a decine di operai. Dall’altra il culto della bellezza, il rispetto dell’ambiente considerato una risorsa da sfruttare, sì, ma per le proprie caratteristiche, come materia prima per sviluppare turismo e nel medio termine, ricchezza.

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Gli ulivi assistono silenziosi e tendono l’orecchio – che cosa possono fare altrimenti? Lo fanno da secoli – al clangore delle ruspe, che s’odono in lontananza. Intanto paiono affrettarsi, le loro chiome, a crescere, crescere, e urlare la loro bellezza, sperando che i denti ferrati delle ruspe si arrestino, rapiti. Per ricostruire la questione leggete qui

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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