Il monumento Kater I Rades, grazie a Bologna

LA STORIA DELLA DOMENICA. Otranto. L’appello a Vendola per la trasformazione in mausoleo della motovedetta naufragata partì dall’associazione Skanderbeg di Bologna

OTRANTO – E’ stato trasformato in mausoleo ed è il monumento all’umanità migrante. Sul lungomare di Otranto ricorda a chiunque passi da lì, la “tragedia del venerdì santo”. Così viene ricordato infatti il drammatico incidente che si consumò notte del venerdì santo del ’97, quando la motovedetta Kater I Rades, entrata in collisione con la Marina militare locale, naufragò nel Canale di Otranto con 120 persone a bordo. I superstiti furono solo 34, i morti 57 in gran parte donne e bambini e 24 i corpi mai ritrovati. Quel relitto oggi sta lì, dov’è avvenuto il naufragio, ed è simbolo di fuga e di integrazione, memoria di una storia che non si deve dimenticare. L’idea di trasformare quella motovedetta in opera d’arte, ad opera dello scultore greco di fama internazionale Costas Varostos, è partita da Bologna, dove esiste l’associazione Skanderbeg, nella quale si ritrovano gli esponenti della comunità albanese della città delle torri. Nell’estate del 2010 l’associazione ha inviato un appello al presidente della Regione Puglia a mantenere il ricordo di quel venerdì santo. Secondo Giuseppe Chimisso, portavoce di quell’associazione, il mausoleo di Otranto rappresenta un prezioso elemento di conoscenza e di testimonianza di una verità dolorosamente nascosta. “L'Opera di Otranto – dice – malgrado il silenzio stampa, rappresenta anche un antidoto potente contro una patologia che affligge pesantemente questo nostro Paese: la perdita della memoria che sconfina nell'amnesia, l'irresponsabile sottovalutazione del pericolo che si corre quando si occulta il passato. In sostanza una mancanza continuativa di coscienza etica, fino all'eclissi della questione morale”. Invece ad Otranto si è compiuta “una tappa importante e significativa nel percorso teso a ristabilire la memoria storica di gravi fatti accaduti, è stata raggiunta. Nel nostro caso – aggiunge – le idee e le proposte di Mausoleo assieme al sostegno di tante altre persone, spesso sconosciute, ha finito per muovere le montagne”. Chimisso è nato a Campomarino nella Fascia albëreshe del Molise, dove vi sono minoranze linguistiche albanesi e da 50 anni vive a Bologna, dove lavora presso Unipol Assicurazioni. L’impegno per la valorizzazione della cultura albanese e per l’integrazione tra i popoli è per lui un imperativo morale. Signor Chimisso, quando nasce l'associazione Skanderbeg? “Nasce nei primi anni 90 ma dggi, diversamente dal passato, essendosi esaurite le serie ed a volte gravi problematiche delle comunità albanesi della prima immigrazione, l’associazione Skanderbeg del territorio bolognese è piuttosto un movimento d’opinione non strutturato come in passato, quando raccoglieva l’adesione di centinaia di famiglie, ma è sempre la riconosciuta ed autorevole voce della comunità schipetara che si muove ed esprime ‘in caso di necessità’ o quando è stimolata dai fatti o dai singoli. In questi ultimi anni la nostra voce ha continuato a levarsi per rompere il muro di gomma attorno ai tragici fatti della strage del Venerdì Santo ’97, con il risultato positivo della costituzione del Mausoleo, ma ha promosso anche una raccolta fondi per la nazionale albanese di Rugby in formazione nel triveneto, finanziando la permanenza degli atleti nelle prime partite di Rugby effettuate in Albania, dove questo sport è ancora sconosciuto; ha ospitato e mantenuto per due anni, il piccolo Aid di anni quattro, kossovaro ammalato di leucemia, accompagnato dalla mamma. Aid dopo due anni di chemioterapia è potuto tornare nella Kosova sano e pronto ad affrontare il suo futuro. Spesso riusciamo a coronare il sogno di giovani in difficoltà, vedi Agron B., giovane giocatore albanese del Montenegro, di 16 anni, al quale abbiamo costruito un percorso legale in Italia facendolo affidare allo zio ed ora con documenti in regola, è in corso l’iter per essere tesserato dal Bologna F.C. – In queste settimane Agron è in Montenegro per giocare con la Nazionale contro il Bosnia-Erzegovina. Le iniziative, coronate da successo, per la liberazione dalla illecita detenzione del Comandante Kossovaro Gashi Muharrem”. Come nasce la proposta di trasformare un mausoleo il relitto di Otranto? “La proposta di trasformare il relitto in Mausoleo, l’abbiamo forgiata lentamente in confronti fra collaboratori, amici e conoscenti qui a Bologna, guarda caso nel giardino prospiciente il Museo ove sono conservati i resti dell’aereo ITAVIA abbattuto ad Ustica, dopo avere ricevuto lo spunto da una telefonata dell’amico Arnaldo Baffa, fratello di Giuseppe Baffa, primo avvocato dei sopravvissuti della Kater i Rades, perito in un tragico incidente d’auto, oramai dodici anni fa”. Articolo correlato: La barca del naufragio diventa un'opera d'arte

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