Storie di donne e bambini uccisi dalla mafia

 

Ecco solo alcuni nomi di vittime innocenti e le circostanze in cui vennero travolti dalla furia cieca della criminalità organizzata

Fu dedicata anche a Valentina Guarino la targa commemorativa per i bambini vittime di mafia, esposta nelle scuole medie ed elementari di Rivoli, Comune in provincia di Torino, durante una cerimonia per il 5° anniversario della strage di Capaci, il 23 maggio 1997. Valentina era stata uccisa sei anni prima, nel ‘91, in centro a Taranto. La bambina, 6 mesi, era in auto con i genitori, quando i sicari, affiancato l’abitacolo, iniziarono a sparare all’impazzata. Con lei morì anche il padre, vero obiettivo del feroce agguato ordito nell’ambito di una faida tra clan rivali. L’uomo, si apprende dalle cronache di allora, non era un pregiudicato qualunque, ma il cognato di Gianfranco Modeo, boss all’epoca in carcere e protagonista di uno scontro che, solo nel 1990, aveva lasciato sul terreno 31 cadaveri. La sorte di Valentina toccò, anni dopo, a Raffaella Lupoli, undicenne tarantina raggiunta da tre colpi di pistola destinati al padre, pregiudicato e tossicodipendente. Nella serata del 10 giugno 1997, padre e figlia erano in auto, quando due uomini si avvicinarono alla vettura che procedeva lentamente fra le stradine del quartiere Tamburi e fecero fuoco. I proiettili colpirono Raffaella al fianco, al braccio destro e diritto al cuore. Solo una lieve ferita per il padre che, come evidenziato dalle indagini, era stato condannato a morte per avere “insidiato la donna di un boss (Rodolfo Caforio) mentre questi era in galera” (Repubblica, 13 giugno 1997). Alla piccola Raffaella, che da grande avrebbe voluto fare il giudice per difendere il padre “da quelli della droga”, la mafia chiuse gli occhi per sempre. Si salvò, viceversa, e per un pelo, la piccola Ileana Palombella, 14 mesi, di San Giorgio Jonico. Era l’ottobre del 1990: il padre fu ucciso a colpi di pistola e lei fu ferita a una mano. I medici dovettero però amputarle due dita. Non riuscì invece a sopravvivere Gaetano Marchitelli, quindicenne di Carbonara (Bari), vittima nel 2003 di un agguato organizzato dal clan Di Cosola contro quello degli Strisciuglio, cui contendeva il territorio per il comando delle operazioni nello spaccio di stupefacenti. Il ragazzino si ritrovò nel bel mezzo di un’esecuzione mafiosa. “Erano armati fino ai denti – racconterà il magistrato istruttore Desiree Digeronimo – ed erano ‘fattissimi’ di droga perché oltre a spacciarla, la consumavano quando dovevano compiere un atto criminale”. E mentre ripulivano le armi in attesa che scattasse l’ora x per l’ennesimo regolamento di conti, Gaetano, germoglio reciso, si preparava per andare a lavorare nella pizzeria di via De Marinis. Fu proprio lì che il ragazzo si ritrovò faccia a faccia con la follia cieca del crimine e la sua vita si spense in un attimo. Stesso destino per Giovanna Stranieri, 24 anni di Taranto. “Erano le 11.40 di mattina – si legge su La Stampa del 30 dicembre 1991 – e in compagnia di una coetanea, Carmela Bruno, Giovanna passeggiava in via Mazzini (…): pieno centro, strada affollata, ma negozi chiusi. Quattro colpi calibro 7,65 sono stati esplosi (…). Ai primi colpi le ragazze hanno tentato di rifugiarsi in un bar. Carmela Bruno si è accorta che la sua amica era stata colpita solo quando l’ha vista stramazzare. Giovanna è stata trasportata in ospedale (…). In gravissime condizioni è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico (…). La ragazza è morta dopo un’ora e mezzo di agonia”. Con un proiettile che le aveva attraversato la gola, la giovane ragioniera divenne, nel conteggio ufficiale, una delle 30 vittime nell’elenco degli omicidi di mafia per l’anno 1991; la terza donna morta per mano criminale dopo la piccola Angelica Pirtoli e sua madre Paola Rizzello di Casarano (leggi qui la loro storia), a conferma di quanto anche a minori e donne sia da sempre potenzialmente assegnato un posto da bersagli nella galleria degli orrori dei crimini mafiosi, in quello spazio di ferocia che definisce la disonorata società. Basta un colpo di pistola, una fiammata nella notte e dello sfregio ultimo non resta che il sacrificio. Così fu per Maria Colangiuli, casalinga 70enne che abitava nel quartiere San Paolo di Bari. La donna venne uccisa da un proiettile sparato durante un regolamento di conti fra bande rivali mentre si trovava sul balcone della sua abitazione. Era il 7 giugno del 2000. Si trattò – scrisse il Corriere della Sera – del “secondo omicidio a Bari nel giro di poche settimane, il quarto degli ultimi mesi”. L’allarme era altissimo. La cronaca descriveva una catena incessante di violenze. Secondo gli investigatori, nel capoluogo pugliese era in atto “una lotta senza quartiere per il predominio nei traffici degli stupefacenti, soprattutto delle grandi partite di droga in arrivo dai Balcani”. E sarebbe stato ancora lo spaccio di droga a causare la morte di un’altra donna, Ornella Greco. La giovane, 24enne di Copertino (Le), fu uccisa nel 1989 con alcuni colpi di arma da fuoco alla testa. La ritrovarono i carabinieri a bordo di una Fiat 127 nei pressi dell’ospedale del piccolo Comune salentino. La vettura apparteneva al fidanzato, Giuseppe Martina di 29 anni, con precedenti penali per un tentato omicidio. La Greco sarebbe stata uccisa proprio mentre era a bordo dell’auto con Martina, durante un assalto in via Corsica, da alcune persone che avrebbero affiancato la “127” e fatto fuoco con un fucile calibro 12 e una pistola 7,65. “Otto bossoli, quattro per ciascuna arma, sono stati ritrovati nella zona dell’agguato”, raccontano le cronache. Su la Stampa del 27 novembre 1989 si legge che “secondo i carabinieri, l’obiettivo era Giuseppe Martina e non la sua fidanzata, colpita alla testa dalla parte sinistra verso destra (…). L’uomo avrebbe poi tentato di soccorrere la donna portandola all’ospedale e abbandonandola, forse perché già morta, a bordo dell’automobile”. Un martirio simile spazzò via anche Nicolina Biscozzi. Compagna di Vincenzo Carone della Sacra Corona Unita di Brindisi, perse la vita durante un agguato, nel pieno di una sanguinosa guerra fra bande criminali. Anno 1989: è scontro frontale tra Pino Rogoli (fondatore Scu) e Antonio Antonica il cui gruppo verrà sgominato. Carone è considerato vicino a quest’ultimo, ma nell’imboscata tesagli dalla frangia guidata da Rogoli, a cadere fu proprio la sua giovane donna 33enne. “Essendosi creata una guerra con Carone, si decise di eliminare tutte le persone in qualche modo vicine allo stesso”. E’ quanto si legge nelle motivazioni alla condanna di primo grado del processo che portò in carcere i gruppi di fuoco della Sacra Corona Unita. Nicolina era lì e quella routine di morte travolse anche lei.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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