Rusty

Un addio atteso, ma comunque doloroso. L’ultimo viaggio in macchina insieme. Tanti ricordi condivisi. E le lacrime, miste al sudore, dell’ultimo addio

Arrivò la telefonata che mancava poco alla mezzanotte. Era un'anomalia, Giorgia che mi chiamava fuori orario lavorativo. A quell'ora, poi. Paolo, qui c'è il cane – mi disse – siamo in villa- E' stato messo sotto da qualche auto? – le chiesi di botto No – mi rispose. Respira? – le chiesi, ma conoscevo già la risposta. Non credo- mi fece con la sua voce tremante. In fondo l'avevo già preventivato che poteva morire durante questa torrida estate e proprio qualche giorno prima, stringendolo, gli dissi: – Ce l'abbiamo fatta, vecchio mio, ora abbiamo l'inverno ed è tutta discesa. Lui mi guardò con la sua barba ormai bianca, fece uno sforzo, l'ennesimo, e si mise dritto. Voleva la sua razione di pietra da riporto. Appena dieci anni prima, Rusty era un segugio imbattibile, oltre che un cane da compagnia come pochi, ma ora, a quasi quindici anni, i dolori si facevano sentire e lo spirito di un tempo, quello spirito di partecipazione che lo contraddistingueva, ormai veniva meno. Per carità, era difficile riuscire a tenerlo chiuso in casa, e la sua libertà era il punto forte. Nacque a Lecce, da famiglia benestante, nei pressi dello stabilimento dell'allora Fiat Allis, e da piccolo si divertiva a rovistare, distruggendole, le rose dei vicini. Zingaro da sempre, nomade per passione, salì su un pullman e approdò a Collemeto e qui vi fece casa. In realtà la sua casa era la casa di tutti e le feste, i funerali, l'altare della chiesa, con le processioni, erano la sua passione. Adorava la lambretta. Ricordo gli ultimi tempi quando, al rombo sordo del rumore della lambretta, lui con uno sforzo immane cercava di salirci ma ce la faceva solo a metà: le zampe posteriori rimanevano per terra. Allora io intervenivo e, sollevandolo, lo mettevo in posizione. Si partiva. Ora era partito da solo. Aveva scelto di fare il viaggio senza neanche avvisarmi e qualcun altro si era dovuto prendere la briga di farlo per conto suo. Non gliel'avrei perdonata. Lui che mi aveva visto triste o sorridente, lui che conosceva segreti, lui non c'era più. Mi aveva abbandonato in silenzio. Tutto intorno qualcuno iniziava ad avvicinarsi, a chiedere. Io rispondevo a malapena e sillabavo annuendo. Aprì il portellone e feci spazio. Era l'ultimo viaggio che avremmo fatto insieme. Le lacrime iniziarono a bagnarmi il viso. Lo strinsi forte e lo sistemai. Il suo corpo era ancora caldo e la bocca aperta. La lingua usciva di fuori e i suoi denti, consumati e gialli erano esposti. Gli occhi aperti come a voler ricordare tutto ciò che era stato, la vita, il non ritorno. Presi ad accarezzarlo e le lacrime iniziarono a sgorgare senza pace. Iniziavano ad avvicinarsi i curiosi e io avrei sopportato tutto tranne la commiserazione. Nel chiosco vicino, una tarantella era nell'aria. Lo abbracciai e lo posai nel bagagliaio dell'auto. Misi in moto e faticai a guidare. Nei giorni passati avevo già visto dove avrebbe riposato e lì mi diressi con fare deciso. Il tragitto sembrava non avere fine. Eravamo soli. La campagna era illuminata solo da una luna timida ma tanto bastava per trovare il posto. Arrivato, aprì il portellone e lo sistemai in un angolo. Andai via. La mattina seguente l'aria era calda e una lieve brezza mi sfiorava il viso. Presi una vanga, la caricai in macchina e mi avviai verso la tristezza più assoluta. Lui, come sempre, anche questa volta mi attendeva e sul viso pareva quasi avesse un sorriso. Era freddo, quando lo accarezzai per l'ultima volta. Poi la vanga fece il suo dovere e il mio sudore colava e le mie lacrime si mescolavano alla terra arida e alla polvere che si sollevava ad ogni vangata. Era grande, accidenti, ma il terreno era stato dissodato da poco, per cui mi venne facile scavare. Poi iniziò la parte peggiore e decisi che avrei fatto il duro, nei film americani lo fanno sempre. Lo sollevai e lo adagiai in silenzio. Presi una manciata di terra e la lanciai sopra il suo corpo rigido. Pregai affinché avesse cura di quanti lo avevano amato e iniziai la fase dolente. Dopo poco la terra lo inghiottì.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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