Terrorismo. Mantovano: ‘Serve un fronte comune’

Roma. La differenza tra il Fai e le Brigate rosse. Secondo l’ex sottosegretario all’Interno il problema è di tutti e non solo della magistratura

ROMA – Le minacce al presidente del Consiglio Mario Monti e le intimidazioni nei confronti dei funzionari di Equitalia. E poi la gambizzazione a Genova del manager di Ansaldo Nucleare Massimo Adinolfi. Sono alcune delle azioni, rivendicate nelle ultime settimane dalla Federazione Anarchica Informale (FAI), che stanno nuovamente ed inevitabilmente facendo precipitare il nostro paese nell’incubo degli anni di piombo. Nella rivendicazione giunta alla redazione milanese del Corriere della Sera, il FAI definisce Adinolfi “uno dei tanti stregoni dell’atomo, uno dei maggiori responsabili, assieme a Scajola del rientro del nucleare in Italia”, lanciando una campagna di lotta contro la “piovra assassina Finmeccanica”. Subito dopo, durante il processo che lo vede imputato a Milano, l’ideologo delle Nuove Brigate Rosse Alfredo Davanzo ha, dalla sua cella, incoraggiato ad andare avanti nella lotta rivoluzionaria, sottolineando la “bontà” dell’azione del FAI e individuando questo periodo come quello maggiormente adatto a far progredire il disegno rivoluzionario. Ma il tentativo di Davanzo di collegare la sua immagine al FAI ha un significato? E soprattutto il FAI può rappresentare, come avvenuto in passato con le Brigate Rosse, un serio pericolo per la tenuta democratica del nostro paese? Abbiamo voluto approfondire l’argomento con l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, secondo il quale non si riscontra nei fatti alcun collegamento tra BR e FAI. “Anzi – afferma l’onorevole del Popolo della Libertà – un conto erano le vecchie Brigate Rosse, di cui Davanzo è uno dei residui, seppur in carcere, una realtà terroristica unitaria, gerarchizzata, compartimentalizzata, quindi fortemente strutturata. Un altro è, invece, quest’area dell’eversione che è emersa da una decina d’anni e che come dice la sua stessa denominazione si sviluppa orizzontalmente e non verticalmente”. Intanto, sempre all’interno dell’Ansaldo Nucleare a Genova, minacce firmate BR contro il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. Prima la gambizzazione del manager di Ansaldo Nucleare Massimo Adinolfi poi le minacce al premier Monti e al direttore di Equitalia Sud. Contemporaneamente, durante il processo milanese alle nuove Brigate Rosse, l’ideologo Alfredo Davanzo ha inneggiato alla rivoluzione affermando che quello attuale è il momento giusto per portare avanti la lotta rivoluzionaria. Il momento storico è veramente talmente preoccupante e delicato da mettere in pericolo la nostra Repubblica? “La prima cosa da fare è provare a distinguere e non mettere insieme cose che sono diverse, perché fare le opportune distinzioni significa non essere cavillosi ma cercare di capire. Mettere invece insieme cose diverse significa rinunciare a capire. È vero che Davanzo al processo di Milano ha fatto questa rivendicazione, tentando in qualche modo di ricollegarsi alla gambizzazione dell’ingegnere Adinolfi e alle azioni dell’area anarchico insurrezionalista ma questo collegamento potremmo definirlo una sorta di millanteria. Il collegamento non è riscontrato nei fatti. Un conto sono le vecchie Brigate Rosse, di cui Davanzo è uno dei residui, seppur in carcere, che erano una realtà terroristica unitaria, gerarchizzata, compartimentalizzata quindi fortemente strutturata. Un altro è, invece, quest’area dell’eversione che è emersa da una decina d’anni e che come dice la sua stessa denominazione non è una realtà unitaria, gerarchizzata e organizzata. La sua stessa terminologia dovrebbe indurre ad attenzione. Quando si parla di Federazione Anarchica Informale (FAI) si usano non a caso questi termini. La federazione richiama una realtà non verticistica ma orizzontale in cui pezzi diversi si ritrovano insieme spesso in collegamento virtuale ma non certamente organico senza stabilire il capo. Anarchico è un termine che si spiega da sé. Informale significa che non c’è a monte una programmazione precisa degli obiettivi bensì, fermi restando alcuni target di fondo, una loro definizione di volta in volta anche da parte di gruppi molto ristretti. D’altra parte anche dal punto di vista cronologico l’ultimo conflitto a fuoco che riguarda le Brigate Rosse risale al 2003 quando ci fu il famoso controllo sul treno regionale nelle vicinanze di Arezzo che portò purtroppo alla uccisione del Sovrintendente della Polizia di Stato Emanuele Petri, alla cattura di Nadia Desdemona Lioce e all’uccisione di Mario Galesi. Le prime gesta significative del FAI risalgono a qualche mese dopo. Ricorderà certamente che alla fine del 2003 Romano Prodi, allora presidente della Commissione Europea, fu il primo a ricevere un plico, un pacco bomba indirizzato alla sua abitazione privata. Plico che, tra l’altro, esplose. Da quel momento sono stati migliaia gli episodi di questo tipo. Tra l’altro si sono moltiplicati da alcuni mesi nei confronti delle sedi di Equitalia. Quindi sono dinamiche, modi operativi, obiettivi totalmente diversi. Una cosa sono le vecchie BR un’altra è questa eversione anarchico-insurrezionale”. Lei ha messo in risalto le differenze con il passato ma che ricordi ha degli anni di piombo? E soprattutto per quali ragioni il terrorismo riemerge ciclicamente? “Intanto occorre dire come anche da parte di chi, ad esempio, ha operato la gambizzazione dell’ingegnere Adinolfi ci sia il ricorso ad una simbologia che richiama soprattutto gli inizi degli anni di piombo pur, ripeto, non essendo la stessa cosa. Innanzitutto l’arma utilizzata nel caso di Adinolfi è un’arma di fabbricazione sovietica ed è chiaro che questo tipo di arma non è stata utilizzata solo per ledere ma anche per mandare un messaggio forte e chiaro alle forze di polizia. Secondo aspetto: l’utilizzo della motocicletta. Gli attentati negli anni Sessanta e Settanta avvenivano soprattutto mediante l’utilizzo di vespe e lambrette. Quindi anche in questo caso c’è un simbologia che si ripete. Terzo aspetto: il destinatario. L’Ansaldo non è un’azienda che sta licenziando o che sta mettendo i propri operai in cassa integrazione. È un’azienda che, fra le altre cose, si occupa di nucleare. Anche tanti anni fa si iniziò a colpire, ad esempio, proprio a Genova i dirigenti di importanti aziende petrolifere dicendo che affamavano e avvelenavano il proletariato. Oggi si colpiscono dirigenti di aziende che si muovono sempre nell’energia, in questo caso nucleare, dicendo che rientrano nel sistema di corruzione dello Stato e che avvelenano il popolo non essendoci più il proletariato. Quindi c’è un tentativo di rivendicare una continuità , anche se rispetto al passato la situazione è completamente differente. Al punto che il sistema di sicurezza, consapevole di questa differenza, ha cercato di adeguare le proprie tecniche di indagine, di contrasto e di prevenzione alle caratteristiche oggi molto più frammentate del fenomeno terroristico. Per intenderci, mentre trenta anni fa l’infiltrazione fu un elemento molto importante per disarticolare le BR oggi probabilmente il puntare su qualche pentito può favorire la cattura per esempio di chi ha gambizzato l’ingegnere ma non la disarticolazione di tutta la rete FAI in Italia. Riguardo all’emersione ciclica del terrorismo mi viene da pensare che quando si ritiene di non poter alternare i propri postulati ideologici con il confronto democratico si decida di percorrere questa strada. Adesso si approfitta di un situazione nazionale ed internazionale di forte disagio sociale che non giustifica neanche lontanamente scelte di questo tipo ma che costituisce una sorta di contesto al cui interno inserirsi”. Onorevole, non crede che questi nuovi episodi terroristici possano contribuire a ricompattare un sistema politico che in questo momento è fortemente disaggregato e debole, anche alla luce di alcune decisioni del Governo, rispetto alle quali l’opinione pubblica non ha mancato di manifestare la propria insofferenza? “Ciò dovrebbe avvenire a prescindere. Nel senso che non solo il sistema politico ma anche quello sociale, civile, culturale, dovrebbero, nella misura più ampia possibile, fare un cordone sanitario attorno alle attività eversive. L’aver fatto alcuni giorni fa da portavoce a Davanzo, raccogliendo le sue dichiarazioni durante una pausa dell’udienza del processo che si sta svolgendo a Milano, non è stata una ‘bella trovata’ da parte di alcuni giornalisti. Mettere un microfono davanti alla bocca di un criminale, sia esso mafioso o terrorista, non solo crea una cassa di risonanza molto forte per quello che dice ma anche il rischio che possano essere inviati dei messaggi cifrati, difficili da capire per chi svolge l’attività di diffusore di notizie ma facilmente recepibili dai destinatari. Quindi bisogna avere il massimo dell’attenzione e della compattezza non solo sul piano politico ma in ogni settore della società civile. Ripeto, comunque, non c’è bisogno di attentati affinché ciò avvenga. Questo dovrebbe avvenire a prescindere e non come punto di partenza”. Il procuratore della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli, curando la prefazione del libro di Gianfranco Di Santo, “Verità Nascoste” ha affermato che il terrorismo si combatte su tre fronti: coinvolgimento dell’opinione pubblica, potenziamento delle forze dell’ordine e aggressione delle radici sociali del terrorismo. Lei condivide questa impostazione del procuratore Caselli? “Condivido in pieno questa impostazione. Al punto che qualche giorno fa ho proposto al Governo, ed in particolare al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, di istituire una cabina di regia composta da rappresentanti di tutti i partiti, anche quelli non presenti in Parlamento, quindi ad esempio Sel o La Destra, al fine di creare un luogo di consultazione permanente del Governo con la politica. L’obiettivo non è quello di assumere responsabilità che non sono proprie, bensì di sentirsi corresponsabili sul piano politico di un comune atteggiamento di contrasto e presa di distanza seria dal terrorismo. Ripeto, ciascuno deve prendersi le sue responsabilità ma la cosa più sbagliata che si può fare, e in questo concordo con Caselli, è ritenere che sia un problema solo delle forze di polizia e della Magistratura che hanno un ruolo importantissimo nella repressione del contrasto. Ma questa non può essere l’unica strada da percorrere. Anzi tutto deve essere preceduto da una seria prevenzione e da un altrettanto serio e comune distacco delle forze politiche dal fenomeno terroristico”.

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