Milano-Torino

Mani sfiorate, ingenuità fanciullesca. Ed il bisogno di mangiare qualcosa prima di cena

Entrato in galleria ebbi una percezione meno approssimata della velocità del treno. Le luci attraversavano il finestrino con un guizzo rapido e dovetti fare una pausa dalla lettura di un pocket a buon prezzo acquistato poco prima in stazione. Adoravo la stazione, quel miasma sempre in movimento che un attimo dopo si sarebbe smarrito fra le vie della città. Puzzava di lercio e di vita vera, pasoliniana. Adoravo quella folla e mi piaceva confondermi fra i passeggeri, fermarmi nei Mc Donalds per un cono, comprare John Fante a Roma Termini. Qui poteva avere inizio lo studio antropologico per eccellenza, capire le dinamiche interpersonali che si sviluppavano. Qui le razze e gli stili si sovrapponevano, gli usi e costumi si integravano, la povertà si palpava fra i cartoni. Di quanta umanità si spogliava la vita… Appena dopo il corridoio, una ragazza di colore, semplice e gentile, mi guardava senza lasciare scampo a fraintendimenti di sorta. Aveva un bel viso scuro e labbra grandi. Un seno florido che si intravedeva appena dalla camicetta chiassosa che le fasciava il corpo. Io, da poco single, venuto fuori da un amore impossibile, feci finta di a. Mi sistemai il maglioncino in cotone pettinato e tornai a leggere. Non come me gli altri passeggeri che mi sedevano vicino. I loro occhi erano per la ragazza che, effettivamente, meritava. Ogni tanto alzavo lo sguardo e puntualmente lei era lì a fissarmi. Aveva un viso tenero e grandi occhi scuri e maliziosi. Sapeva sorridere. Accantonai li libro e mi diressi verso il bar per un caffè. Un batter d'occhio e lei mi era vicino. Inutile nascondervi il mio batticuore. Le sorrisi di malinconia e le chiesi se potevo offrirle da bere. Lei si limitò a strizzare gli occhi e mi parve di trovare un piccolo, affascinante, strabismo di Venere. Accidenti se era bella. A guardarla da vicino mi metteva soggezione con quel suo fare discreto. Parlava con un filo di voce e sembrava dovesse sparire da un momento all'altro. Aveva un corpo esile e due piedini da bambola di porcellana. Il viso sì scuro ma delicato. Non so dirvi quando iniziai ad amarla, so solo che mi trovai catapultato fra i suoi sorrisi e smarrito fra i suoi occhi pieni di luce. Una galleria mi riportò alla realtà. Il barista, trentenne ed educato, mi presentò il conto. Le chiesi di lei, della sua vita, di questa sua nuova terra. Sono sola – mi disse – vivo vicino Torino, ad Alba. Io la guardai silente e le afferrai la mano. Non una parola in più. Lei, sorpresa e quasi mortificata, la tirò indietro. Senza dire a. Se ti va, ceniamo insieme, questa sera. Una pizza – questo mi disse e mi sorrise di gusto. Io rimasi spiazzato e non potei fare a meno di amarla in silenzio. Accettai l'invito e fu lei, questa volta, a stringermi la mano. Da quel momento in poi non capì più a, lei mi si avvicinò e non riuscì a resisterle. Perché dovevo? Gli abbracci si sovrapponevano agli abbracci e le nostre bocche non avevano tempo per respirare. I nostri corpi, paurosamente vicini. Mi ritrovai la mano sotto la camicia. Lei sorrideva e mi stringeva forte, poi si bloccò. In effetti non era uno spettacolo decoroso. Mi guardò negli occhi e mi disse che avrebbe mangiato qualcosa prima di cena. Io, nella mia ingenuità, nella mia foga da ragazzetto, le risposi di non mangiare tanto, perché di lì a breve ci saremmo rivisti, ma lei insistette, doveva mangiare comunque qualcosa prima. Così discorrendo non mi ero accorto che ero prossimo a scendere e le feci notare che la fermata successiva era la mia. Di lì a pochi minuti ci saremmo lasciati. Una piccola pausa. Lei mi prese la mano e mi ripetè, quasi con violenza, del pre-dinner. Mai, che io ricordi, rimasi così male. Capii. Mi alzai, presi dieci euro e gliele misi in borsa. In fondo l'amore si può anche comprare.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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