Riforma del lavoro. Bellanova: ‘L’art 18 non si tocca’

Roma. La deputata del Pd chiede al Governo maggiore discussione su un tema di primaria importanza per il raggiungimento di un accordo condiviso

ROMA – Alla fine l’accordo tra Governo e tutte le parti sociali non c’è stato (fortemente critiche soprattutto Cgil, Cisl e Ugl) ma la riforma del mercato del lavoro arriverà in Parlamento, “salvo intese”, sotto forma di disegno di legge. Scartata, quindi, la strada della decretazione d’urgenza, fortemente caldeggiata dal Pdl, per intraprendere quella del confronto e della discussione parlamentare auspicata invece dal Partito Democratico. Sarà un confronto serrato sulle linee guida della riforma, principalmente sulla modifica dell’articolo 18, per il quale rimarrebbe il reintegro per i licenziamenti discriminatori e verrebbe ampliata la discrezionalità del giudice in merito ai licenziamenti di natura disciplinare mentre per quelli economici sarebbe previsto solo un indennizzo monetario. Vengono inoltre annunciati, senza ben capire quali siano, maggiori e più efficaci limitazioni all’utilizzo dei contratti a progetto e sarebbe confermato l’apprendistato come canale privilegiato di inserimento nel mondo del lavoro. Incertezza anche per gli ammortizzatori sociali, con l’introduzione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), che andrà a sostituire le varie forme di disoccupazione e mobilità attualmente vigenti, per la quale viene stabilito un importo massimo di 1.119,32 euro senza che venga stabilita una soglia minima. Una riforma, pertanto, che non convince su molti punti e rispetto alla quale il Partito Democratico è pronto a dare battaglia in Parlamento. “Bisogna estendere il modello tedesco anche ai licenziamenti di natura economica – afferma l’onorevole Teresa Bellanova (Pd) – prevedendo che anche in questo caso il lavoratore licenziato possa fare ricorso al giudice, che di conseguenza potrà decidere per il reintegro sul posto di lavoro o per la corresponsione di un equo indennizzo”. E sugli ammortizzatori sociali dice: “Bisogna estenderli anche ai contratti a progetto altrimenti non si comprende che cosa cambierebbe rispetto alla situazione attuale”. Partiamo con un ricorso storico. L’attuale sindaco di Torino Piero Fassino durante la famosa manifestazione organizzata nel 2002 dal centrosinistra a tutela dell’articolo 18, che portò in piazza circa 3 milioni di persone, dichiarò: ”Noi consideriamo la modifica dell’articolo 18 come una ‘non riforma’. Cambiarlo significherebbe ridurre un diritto dei lavoratori”. Queste parole rappresentano ormai la preistoria? “No. Purtroppo sono l’attualità perché dopo dieci anni c’è ancora chi pensa che occorra intestardirsi su un articolo, divenuto a questo punto fortemente simbolico per il mondo del lavoro, quando i problemi invece sono ben altri”. Sull’articolo 18 si incentrano le maggiori novità di questa riforma. Rimarrebbe il reintegro per i licenziamenti discriminatori, verrebbe aumentato il potere discrezionale del giudice su quelli disciplinari mentre per i licenziamenti economici verrebbe previsto un semplice indennizzo monetario. Come giudica queste norme? “Penso che per i licenziamenti di natura discriminatoria non bisogna cambiare assolutamente a e che l’articolo 18 debba rimanere immutato. Per quanto riguarda i licenziamenti per motivi economici bisogna adottare il modello tedesco. Molti dicono che la Germania è il faro della civiltà anche nel mondo del lavoro e allora cerchiamo di illuminare questo faro. Adottiamo il modello tedesco nel quale si prevede che qualora un lavoratore venga licenziato per motivi economici possa fare ricorso al giudice, che deciderà per il reintegro sul posto di lavoro o per la corresponsione di un equo indennizzo”. Quindi la vostra battaglia in Parlamento sarà incentrata sull’estensione della discrezionalità del giudice anche ai “licenziamenti economici”? “Esattamente. La nostra battaglia è quella che il Governo recuperi la strada del confronto, facendo cadere alcune frettolose posizioni che contraddistinguevano soprattutto il precedente Governo e che molto spesso facevano pronunciare allo stesso: ‘facciamo noi’. Quello che c’era prima diceva di voler fare lui e ha fatto molto male. Bisogna recuperare un’intesa unitaria perché questo Governo per la prima volta in 15 anni di storia del nostro paese ha avuto la grande opportunità di avere il movimento sindacale posizionato unitariamente con un documento. Il Governo faccia un momento di riflessione e riprenda quel documento, riprenda il confronto in modo unitario con il sindacato, perché l’unità del sindacato è una risorsa, soprattutto in un momento di crisi come quello che sta attraversando il nostro paese”. Lei parla di unità del sindacato ma il Partito Democratico sull’argomento non è che sia molto unito. Da una parte l’area del segretario Bersani, con Massimo D’Alema e Stefano Fassina, contraria a qualsiasi riforma dell’articolo 18 e dall’altra quella montiana, maggiormente riformista, con Enrico Letta, Fioroni e Veltroni. Lei da che parte si schiera? “Io generalmente non commento mai i titoli dei giornali. Le dirò anzi che mi sento attore insieme agli altri di questa vicenda. Secondo me è giusto che il Partito Democratico si attesti con grande rigore sulla posizione che ho espresso in precedenza. Innanzitutto il raggiungimento di un accordo unitario. Inoltre, l’eliminazione per il lavoratore della possibilità di richiedere al giudice il reintegro in caso di licenziamento per motivi economici è una norma che assolutamente non ci convince. Dobbiamo attivare in Parlamento tutti gli strumenti di battaglia politica e legislativa al fine di modificare quanto previsto dal Governo. Perché è l’effetto deterrenza che è fondamentale in questa vicenda. Se un datore di lavoro sa già che può monetizzare il tutto non ha più la deterrenza dell’articolo 18. L’articolo 18 funziona da deterrente per quel datore di lavoro che pensasse di far ricorso ad un licenziamento non giustificato”. Come giudica l’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) per la quale si prevede una soglia massima di 1.119 euro circa ma non una soglia minima? E dove si troverà la copertura per questa spesa benché assolutamente doverosa? “Io ho detto anche in Parlamento al Ministro del Lavoro Fornero che nell’effetto annuncio era specializzato il precedente governo. I professori hanno invece il dovere di essere più rigorosi. Intanto bisogna dire quali sono le risorse che si reperiscono per ampliare gli ammortizzatori sociali. Secondo, bisogna dire se si è in condizione e se è possibile diminuire il periodo di copertura in un una fase in cui il paese sta andando incontro ad un aumento delle persone espulse dal mondo del lavoro. Perché alla professoressa Fornero e al professor Monti non sfuggirà che finora nelle imprese si è fatto ricorso agli ammortizzatori sociali. Siccome gli stessi ammortizzatori hanno anche un limite e la ripresa non è così poderosa da farci immaginare un rientro rapido delle persone sul posto di lavoro, queste ultime saranno tutte collocate in mobilità, anche quelle che ancora non lo sono. Se si passa dalla mobilità all’Aspi, gli ultracinquantenni, per cui la mobilità ha durata di quattro anni, riusciranno a rientrare nel mondo del lavoro dopo 18 mesi di Aspi? La prima discussione che voglio fare è questa. Ma la voglio fare con un documento, con un testo e non sui titoli di giornale. Per questo noi chiediamo il tempo necessario per discuterne in Parlamento soprattutto se esiste una rottura con le parti sociali. Dobbiamo avere il tempo necessario per discuterne, perché in una situazione di tensione e di lotte e con le persone che iniziano a scendere in piazza non si può governare una fase così complessa”. Sulle misure riguardanti l’ingresso nel mondo del lavoro oltre all’apprendistato come canale principale di inserimento si prevedono paletti più stringenti per l’utilizzo dei contratti a progetto e un rispolvero della norma introdotta con il decreto legislativo n. 368/2001 secondo cui dopo 36 mesi il contratto a tempo determinato dovrà necessariamente trasformarsi a tempo indeterminato. Anche in questo caso si ha la sensazione che la riforma preveda, come si suol dire, tanto fumo e poco arrosto e che non incida come dovrebbe. È d’accordo? “Come per l’articolo 18 il Governo farebbe bene ad affrontare maggiormente gli argomenti che in questa fase sono sicuramente più importanti visto che ci troviamo a gestire un’emergenza che durerà purtroppo anche nei prossimi anni. Dobbiamo intanto concentrarci su come creare lavoro e far ripartire l’economia. Dobbiamo recuperare il ritardo creato dal Governo precedente, un Governo che porta una responsabilità enorme su questa vicenda. In primo luogo perché per tre anni ha negato la crisi. In secondo luogo perché ha lasciato vacante il ministero dello sviluppo economico per ben 18 mesi. Noi abbiamo quindi bisogno di recuperare ritardi enormi perché in una fase in cui il resto d’Europa cercava di organizzarsi noi negavamo la crisi e addirittura non avevamo un ministro in un dicastero così fondamentale. Fatta questa premessa e tornando alle tipologie contrattuali è evidente che il contratto a tempo indeterminato deve essere il contratto prevalente e questo si riscontra anche nella normativa europea perché l’Europa da decenni ha stabilito e ripete questo assunto. Dopodiché per i contratti a termine il punto sono le causali, perché se uno può fare contratti a termine poi li interrompe per poi riattivarli è chiaro che si è protagonisti di un giochino chiamato precarietà. Quindi la norma dei 36 mesi deve avere una certa cogenza nella gestione. Sui contratti a termine che non si trasformano in contratti a tempo indeterminato noi siamo ormai da tempo molto chiari. Riteniamo che il lavoro precario e flessibile debba costare di più del lavoro a tempo indeterminato perché solo questo può essere un deterrente importante affinché l’azienda non faccia ricorso a contratti a termine per lavori che possono essere fatti con un contratto regolare. Inoltre, ciò che continuo a fare alla Fornero, pretendendo una risposta, è un semplice ragionamento: se si ampliano gli ammortizzatori sociali è evidente che bisogna tenere dentro la copertura degli stessi anche i lavoratori che hanno un contratto di collaborazione e a progetto perché altrimenti a chi si ampliano gli ammortizzatori? Ecco perché il Governo deve continuare a confrontarsi, ecco perché questo accordo non è ancora maturo, ecco quindi che ci sono dei punti dirimenti su cui bisogna cercare l’intesa. Se noi vogliamo aiutare i giovani non dobbiamo togliere l’articolo 18 ai padri, dobbiamo dare la copertura ai giovani. La prima copertura è dare gli ammortizzatori sociali a chi è sottoposto ad un contratto a progetto”.

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!