Una sera come un’altra

Vani tentativi di dimenticarla. Solitudine e vuoto infinito. Poi solo un messaggio, molto meno di quello che si sarebbe voluto dire

Uscii dal portone freddo in alluminio laccato e percorsi il lungo viale alberato. Di tanto in tanto, fra la macchia mediterranea, spuntavano, a chiazze, delle meravigliose prataiole bianche. Non esiste fiore più semplice eppur tanto delicato. Così era lei. Il viso, come il suo corpo gracile, le palpebre che socchiudeva mentre il sorriso dominava sul volto diafano. Le mani nervose a cercare rifugio nella manica e il suo sguardo volutamente assente. Di questo la amavo senza limiti e senza pudore, di questo vivevo giorno per giorno. Entrato in auto girai la chiave e misi in moto. L'aria fredda mi si bloccava in gola e scendeva giù fino alle farfalle che volteggiavano ancora fra i profumi che ero riuscito a fare miei: la piega dietro l'orecchio, il maglione in lana leggera, il suo coniglio amabile. Di tutto avevo un ricordo preciso, di ogni centimetro della sua pelle conservavo mille malinconie, per ogni sorriso avevo una fitta sottile. C'era stato un tempo in cui avevo anche provato a dimenticarla, ma erano stati dei tentativi abortiti all'origine, buffi palliativi mal organizzati. Il motore procedeva lento ed era come essere fra i pistoni e le bielle mentre stantuffavano su per il cilindro. Il mio cuore aveva lo stesso ritmo alterno fra gli scoppi e le ricadute. Il volano, inevitabilmente, mi riportava da lei. La strada era deserta e accelerai a fondo. Certo, la macchina era quella che era e la velocità che raggiunsi mi parve di tutto rispetto. Ai lati il guardrail mi passava raso e mi pareva che bastava poco per toccarlo. Un distributore di benzina rallentò la mia corsa. Non volevo dormire, volevo gustarmi ancora i suoi odori, ricordare gli attimi, per questo scesi a prendere un caffè. Il bar, ad eccezione di due vecchi che facevano becere battute a sfondo sessuale, era tristemente vuoto. Sorseggiai il caffè e bevetti l'acqua frizzante facendomi compagnia in quel bancone desolato. Neanche un cornetto alla nutella ad alleviare le pene. Il barman prese le distanze e mi lasciò solo, probabilmente si capiva da lontano un miglio che ero assorto nei miei problemi e non volevo rogne né scambiare parola alcuna. Stavo bene con me stesso, questo era quanto. Presi il cellulare e provai a mandarle un messaggio, anche solo per darle la buonanotte, per dirle che mi mancava già, per chiederle di amarmi come sempre, e invece le scrissi solo: Forse vivere è solo un attimo, l'attimo in cui comprendo che senza di te sono il a.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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