Buttiglione: ‘Buona la cura Monti, ma ora si pensi allo sviluppo’

Roma. Secondo il vicepresidente della Camera la rinascita del Paese passa per scuola e ricerca. Le priorità? Il lavoro dei giovani ed i salari delle famiglie

ROMA – “Oltre ad aver evitato il fallimento, abbiamo anche iniziato a pagare i nostri debiti e nessuno, oggi, dubita sulla capacità del nostro Paese di onorare i propri impegni”. Con queste parole, il vice presidente della Camera dei Deputati Rocco Buttiglione ribadisce gli effetti positivi che la “cura” Monti sta producendo per il nostro Paese. Benefici riconosciuti anche a livello europeo. Attestati di stima sono infatti arrivati, negli ultimi giorni, anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che, durante l’ultimo Consiglio Europeo a Bruxelles, non ha perso occasione di complimentarsi con il premier Monti per l’abbassamento dello Spread (il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi) che attualmente viaggia sulla media di 315-320 punti contro i 530–540 del dicembre scorso. “Ma adesso – afferma Buttiglione – dobbiamo iniziare a parlare di sviluppo, confrontandoci sul drammatico tema della competitività”. Con lui abbiamo parlato anche degli effetti prodotti negli ultimi anni dal bipolarismo, delle difficoltà dei giovani e delle famiglie italiane e del futuro dell’Europa. L’Udc e, in generale, il Terzo Polo sono, fin dall’inizio, i maggiori sostenitori del Governo di Mario Monti. Fino a questo momento, in quali ambiti questo esecutivo ha fatto maggiormente bene e in quali invece poteva fare di più? “Eravamo sull’orlo del fallimento, con il rischio reale che lo Stato non potesse pagare gli stipendi e non potesse far fronte ai suoi impegni. Col rischio che l’inflazione schizzasse, dimezzando il valore di salari e stipendi e che la disoccupazione raddoppiasse. Praticamente eravamo nella stessa situazione della Grecia. Abbiamo evitato tutto questo. Abbiamo ripreso il paziente per i capelli, un attimo prima del collasso. Certo, è stata dura perché abbiamo operato senza anestesia. E se operi senza anestesia fa male, fa troppo male. Però il paziente si è salvato. Ho sentito alcuni criticare fortemente il carattere recessivo della manovra fatta dal Governo Monti. Dopo essere stato operato e aver perso molto sangue è chiaro che il paziente si sentirà un po’ debole e non vivrà un’esperienza da ricordare. Quello che però gli stessi critici omettono di dire è che l’alternativa a questa manovra depressiva era il fallimento. Questo mi sembra il grande merito di questo governo. Oltre ad aver evitato il fallimento, abbiamo anche iniziato a pagare i nostri debiti e nessuno, oggi, dubita sulla capacità del nostro Paese di onorare i propri impegni. Inoltre, i salari non sono stati dimezzati e la disoccupazione non è raddoppiata. Cosa si può fare di meglio? Adesso dobbiamo cominciare a parlare di sviluppo. La domanda che dobbiamo porci è: cosa bisogna fare per iniziare a creare posti di lavoro? Lavoro vuol dire competitività. Questo concetto occorre ripeterlo continuamente perché in molti fanno ancora fatica a comprenderlo. Non si creano posti di lavoro se noi non siamo competitivi. Cioè se non produciamo cose migliori di quelle che producono gli altri a costi più bassi. Quindi dobbiamo misurarci con questo tema drammatico della competitività. Bisogna investire su scuola, formazione professionale, ricerca scientifica, università. Occorre creare posti di lavoro in settori innovativi. Dobbiamo fare le cose che i cinesi non sanno fare. Finché faremo le magliette, che richiedono un lavoro poco qualificato, i cinesi ci distruggeranno, perché faranno sempre magliette a costi più bassi. Dobbiamo concentrarci sui settori che richiedono un lavoro molto qualificato. Su questo c’è un enorme cantiere aperto. Monti ha fatto alcune cose. Le liberalizzazioni vanno bene e vanno in questa direzione, aspettiamo di vedere la riforma del mercato del lavoro che può dare per il futuro una spinta notevole. Ma certamente bisogna mettere mano sulle grandi questioni della scuola e della ricerca scientifica”. A pagare le conseguenze di questi ultimi anni di mala politica sono soprattutto le famiglie e i giovani. Sono stati diffusi gli ultimi drammatici dati sulla disoccupazione: 9,2% su scala nazionale, 32% tra i giovani, punte del 46-47% di disoccupati nelle regioni meridionali. È chiaro che la politica si gioca le sue chances di sopravvivenza sulla capacità di fornire in futuro soluzioni a questi problemi. Quante possibilità ci sono di recuperare il rapporto con i cittadini e la vita reale? “Non mi farei illusioni sul fatto che la politica da sola possa generare posti di lavoro. Non succederà. La politica può aiutare, creare le condizioni, ma i posti di lavoro sono prodotti dalla piccola e media impresa. Dobbiamo restituire ai cittadini il sentimento della responsabilità. La politica deve innanzitutto non ostacolare, creando le condizioni di contesto che rendano facilmente raggiungibile questo obiettivo. Non possiamo dire di voler creare posti di lavoro per i giovani e allo stesso tempo manifestare l’intenzione di voler spendere per questo o quell’altro settore. Dovremmo invece essere tutti consapevoli che i giovani sono la priorità e che bisogna fare sacrifici su altre cose, bisogna stringere la cinghia su altro per creare posti di lavoro. C’è bisogno anche che i giovani riscoprano antiche virtù come la capacità di autodisciplina e lo spirito di sacrificio. I giovani di oggi possono avere nella vita più successo dei loro genitori ma non possono avere la sicurezza di cui hanno goduto questi ultimi. Possiamo equipaggiare i giovani affinché possano cavarsela nel migliore dei modi durante quella splendida avventura che è la vita ma non possiamo sottrarli alla fatica che questa avventura comporta. È incredibile quanti denari gli italiani buttino via, oggi, nel gioco d’azzardo. La gente sembra quasi rinunciare alla speranza di migliorare la propria condizione con il lavoro e la fatica propria e preferisce sperare in un tocco di fortuna, che può essere una vittoria al gioco o l’essere notati da un produttore televisivo per le proprie belle gambe, il proprio aspetto fisico o per la simpatia. Non è così che cresce un Paese. Un Paese cresce quando ognuno ha la convinzione che bisogna lavorare, studiare e migliorare se stessi e che questi sforzi un giorno saranno premiati. Noi dobbiamo riuscire a comunicare questo. Anche per le famiglie bisogna fare sacrifici. Stiamo lottando contro l’evasione fiscale, vero e proprio cancro per il paese. Allora tutti i soldi che recuperiamo dalla lotta all’evasione fiscale andrebbero trasferiti, come diminuzione di tasse, alle famiglie, soprattutto a quelle più numerose. Questo sarebbe il modo migliore e più diretto per sostenere l’economia ma anche coloro che in Italia hanno veramente bisogno. Basta avere due figli per essere in difficoltà. Sulle famiglie c’é bisogno di intervenire. Bisogna avere delle priorità, non possiamo fare tutto. Il lavoro per i giovani e un miglioramento salariale importante per le famiglie, cui lo Stato deve contribuire, per la sua parte, attraverso la diminuzione del carico fiscale”. Il Governo Monti, come lei ha precedentemente affermato, è stato chiamato per salvare l’Italia dal fallimento. Un paese intrappolato dal 1994 fino a pochi mesi fa in un’unica idea: essere con o contro Silvio Berlusconi. La scorsa settimana l’ennesima salvezza per l’ex premier nel processo Mills: proscioglimento per prescrizione. Non crede che il Berlusconismo lasci in eredità soprattutto la convinzione che in questo paese si possa delinquere in qualsiasi modo, riuscendo sempre a farla sempre franca? “Lascia sicuramente l’idea che la giustizia non c’è e che tutto sia relativo, discutibile, trattabile. Non voglio intervenire sui processi ma certamente l’Italia berlusconiana è un’Italia del relativismo etico ed economico. L’idea che le norme si possono piegare, che si può non fare il proprio dovere tanto non si verrà puniti, che nella vita più che essere bravo e studiare è più importante avere un politico che ti dia un calcio nel sedere e ti faccia andare avanti sono tipiche idee di questo tempo. Questa è la mentalità perversa che ha dominato negli ultimi anni, che si sposa con un male antico del Sud che è la cultura della raccomandazione. Non combattuta ma fortemente alimentata negli ultimi anni. In pratica se su di te passa lo sguardo benevolo del potente di turno, il tuo destino è positivamente definito e segnato. Bisogna invece far capire ai giovani che ciò che conta è il saper fare, lo sforzo, l’essere davvero più bravi. È chiaro che non sarà mai possibile un mondo senza favoritismi ma l’importanza del merito deve sicuramente essere innalzata”. A che punto è il vostro progetto politico di distruzione del bipolarismo e di ricostruzione della vecchia Democrazia Cristiana, mediante la sottrazione dei moderati dalle fila sia del PDL che del PD? “Io non mi riconosco molto in questo progetto perché la Dc ha i suoi meriti piccoli e grandi ma appartiene al passato. Anche le vecchie categorie di sinistra, destra, centro, valgono ormai fino ad un certo punto. A parer mio oggi esiste una domanda di ‘altra politica’, una politica che non sia mera lotta all’avversario ma che parta dai problemi del paese e che sia rappresentanza di coloro che hanno interesse a risolvere questi problemi. Il Terzo Polo, anche se questa denominazione non mi piace molto e dovremmo cambiarla, deve essere il rappresentante della politica nuova. Noi abbiamo avuto una politica in cui l’essenziale era sparare contro il nemico mentre nessuno si preoccupava che l’Italia stesse andando a fondo. Questa è la mentalità che ci ha rovinato. Noi dobbiamo costruire un'altra politica che parta dalla preoccupazione per il bene comune e che abbia una visione meno egoistica. Di fatto stiamo attirando i moderati da una parte e dall’altra. E i moderati, secondo la mia accezione, non sono quelli che non hanno convinzioni forti bensì coloro che considerano l’uomo più importante delle ideologie. Non bisogna mai sacrificare la persona ad una idea astratta e, men che mai, alla propria volontà di potere. Il bipolarismo è stato invece uno schema astratto che ha prodotto proprio questo tipo di situazione”. All’indomani del Trattato di Maastricht, nel 1992, Jacques Delors disse testualmente: “Non si riuscirà a fare l’Europa unicamente con l’abilità giuridica o economica. C’è bisogno di una spiritualità comune. Se nei dieci anni che verranno non saremo riusciti a dare una spiritualità e un’anima all’Europa avremo perso la partita”. Di anni ne sono passati venti e quella spiritualità sembra ancora mancare: l’Europa è un nano politico e tutto l’edificio europeo è permeato dall’aspetto economico-finanziario. Quale è la sua opinione in merito? “Abbiamo perso la grande occasione al tempo della Costituzione Europea, nei primi anni del 2000. Allora Giovanni Paolo II propose una spiritualità per l’Europa, un coerente insieme di valori che sostenesse la Costituzione europea e chiese che la stessa carta parlasse dei valori cristiani ma anche dei valori ebraici e greco-latini che stanno alla base della storia europea. Gli dissero di no. Allora quale poteva essere la spiritualità alternativa? Nessuno si fece avanti. E ci diedero un’Europa senz’anima, che gli elettorati hanno poi bocciato. Da quella sconfitta ancora non ci siamo ripresi perché ancora quando parliamo di Europa non sappiamo di cosa parliamo. Occorre un’idea di uomo europeo, occorre un’idea di fraternità europea. Si è voluto invece costruire l’Europa sul relativismo etico. Badi bene, la crisi economica è anche il risultato della crisi etica. Oltre al relativismo etico c’è stato il relativismo economico, cioè l’idea che con la Finanza noi potessimo, alla fine, riuscire ad evitare di fare i conti con la realtà. La Finanza può invece solo dilazionare i conti con la realtà ma arriva il momento in cui i conti bisogna farli. E noi abbiamo dilazionato i tempi molto più di quanto fosse necessario, arrivando a questo ‘mercoledì delle ceneri’ della costruzione europea. Ma dopo, come tutti sappiamo, c’è la Pasqua di Resurrezione. Quindi siamo tutti in cammino”. Cosa pensa del corposo sostegno della Bce alla liquidità del sistema bancario italiano? “Mentre altri ragionavano sui grandi meccanismi per salvare l’Europa dalla crisi, Mario Draghi, l’attuale governatore della Banca Centrale Europea, lavorava veramente per la soluzione della crisi. La Bce ha prestato un sacco di soldi alle banche accettando, dalle stesse, come garanzia i titoli di credito statali: i Bot. Le banche sono state così incoraggiate a comprare Bot. E comprando Bot l’attacco speculativo contro l’Italia è fallito, i tassi d’interesse per il nostro paese sono calati notevolmente e noi adesso, dopo essere stati sull’orlo del baratro, ci troviamo in una posizione molto più tranquilla. Adesso la seconda ondata di finanziamenti non arriveranno più agli Stati, bensì alle imprese e quindi credo che la stretta sul credito si allenterà notevolmente. Da qui a due–tre settimane spero e credo che ci saranno i primi effetti positivi. Esiste però il problema di alcune banche, sicuramente non quelle popolari, che non sono società per azioni e sono legate strettamente al territorio, che hanno continuato a prestare soldi agli artigiani, ai commercianti, ai coltivatori diretti per creare posti di lavoro e sostenere l’economia. Alcune banche sono infatti andate a giocarsi i soldi alla ‘roulette’, creando un sistema di speculazione sui derivati che alla fine ha avvelenato tutti. E su questo ancora non c’è un intervento a livello internazionale. Esiste una proposta, di cui io sono stato uno degli autori e che adesso ha il sostegno dell’Unione Europea, per tassare le transazioni finanziarie in modo da rendere più difficile la speculazione. Visto che le transazioni effettuate giornalmente dagli speculatori sono milioni, anche una minima aliquota dello 0.01%, su ognuna di esse diventerebbe, per lo stesso speculatore una massa di denaro. Ciò contribuirebbe a fermarlo e a invertire la rotta”.

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