Agente penitenziario assenteista per anni. Destituito dal Consiglio di Stato

Lecce. Falsi certificati di malattia, assente quasi per due anni di seguito. Imputata per truffa, poi prescritta. Il consiglio di Stato restituisce giustizia

LECCE – Per anni, almeno per dieci anni, la signora A.D.S di un paese della provincia di Lecce, aveva percepito lo stipendio di agente penitenziario ma poi, presentando certificati falsi di malattia, sua e dei suoi familiari, aveva svolto l’attività di commerciante nel chiosco ambulante delle bibite del marito. Aveva iniziato l’attività solo nei fine settimana o nei giorni di ferie, ma poi, anno dopo anno, anche per mesi aveva sostituito il consorte, vendendo autonomamente alimenti al banco. Una serie di diffide, sanzioni disciplinari, multe pecuniarie da parte dell’amministrazione del Carcere dove lavorava non avevano fatto desistere la donna. Addirittura un procedimento penale per truffa, poi andato in prescrizione, che la vedeva imputata con le prove, presentate dall’accusa, cioè foto e video che la vedevano svolgere tranquillamente la seconda attività durante l’orario di lavoro, da cui si era assentata presentando falsi certificati di malattia. La truffa veniva consumata con sfacciataggine, perché per anni si era assentata dal lavoro lunghi periodi di tempo: 320 giorni nel 1999, 236 nel 2000. Assenze solo in parte giustificate da motivi di salute, perché poi durante il procedimento penale per truffa (art.640 codice penale), era stato provato che durante il periodo di malattia lavoranva tranquillamente al chiosco del matiro. Ma la condotta illegale della dipendente pubblica, ha continuato nel tempo, sorda ai richiami del Ministero della giustizia. Così, il Ministero, ha chiesto al Tar di farla decadere dall’impiego. La sentenza del Tribunale amministrativo di Lecce che vede soccombere la dipendente “infedele”, è stata poi impugnata dinanzi al Consiglio di Stato che con sentenza depositata ieri ha confermato il pronunciamento del Tar. Decaduta dall’impiego deve pagare le spese del giudizio, cioè 3.000 euro. In compenso per tutti gli anni di assenteismo la truffatrice ha percepito regolarmente lo stipendio, pagato dai cittadini e che non dovrà mai restituire. A perdere, come sempre, è lo Stato.

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