Lo slancio cardiaco di Cristaldi

Taviano. Nefrhotel – Mi hanno venduto un rene di Giuseppe Cristaldi

Giuseppe Cristaldi, 28 anni, salentino, mente creativa, scrittore, regista, interprete, cercatore imperterrito della Verità. Si fa dare del tu, umile, con due occhi color nocciola capaci di penetrare ovunque. Il suo ultimo capolavoro è ‘Nefrhotel – Mi hanno venduto un rene’: il traffico di organi, piaga infamante dei nostri tempi narrata dallo sguardo di Kamal, un bambino nepalese fondamentalmente senza infanzia. ‘Kamal, figlio della miseria e del bisogno decide di vendere il proprio rene per riscattare la sua esistenza, fuggire dalla povertà e ricominciare una nuova vita.’ Un'opera di Teatro Civile, di Denuncia che non solo sta girando tutta Italia, ma ha, tra gli altri, attratto l'attenzione di Fabio Fazio ( il quale ha inserito Nefrhotel nella vetrina del blog di Che tempo che fa) e Roberto Saviano. Come nasce Nefrhotel ? Nefrhotel nasce al contrario, come tutte le opere che hanno a che fare con la verità, con lo scorticare le nebbie e le ombre attorno ad una data tematica, nasce per uno slancio cardiaco avuto insieme a Donatello Pisanello e nasce al contrario, perché nasce prima l’opera teatrale e poi il romanzo, pensavamo dapprima di fare un’orazione da teatro civile, com’è stato in realtà, successivamente il produttore mi ha fatto presente questa necessità di ampliare questo giornalismo narrato, questa prosa del giornalismo attraverso il romanzo. Nefrhotel nasce anche grazie al verissimo giornalismo di Alessandro Giglioli dell’Espresso, che mi ha fatto conoscere nel 2007 questa tematica, questa piaga. Da quanto dura la collaborazione con il musicista Pisanello? Da tre anni, l’ho conosciuto grazie ad un amico in comune ed è nata un’amicizia che credo sia veramente una di quelle ricchezze da custodire sempre in qualche luogo mnemonico. Lui è riuscito a costruire, nell’ambito del progetto Nefrhotel, una musicazione non che accompagnasse, ma che compenetrasse il testo, questo è stato un traguardo importante tanto che considero Donatello Pisanello coautore di Nefrhotel, che si è calato nell’ambiente nepalese conservando però un contrasto ricavato da un’ottica occidentale calata nell’indagine musicologica orientale, un contrasto che ricorda quello del bisturi nella carne di Kamal che vende un rene. Dove sarà ancora rappresentato lo spettacolo? Abbiamo diversi appuntamenti, incorniciati in diverse forme letterarie e teatrali, a seconda che si presenti il romanzo o lo spettacolo, in entrambe le situazioni c’è la componente musicale artistica del Pisanello. Giovedì sarò all’Università di Sassari con un sunto del Nefrhotel, ad Alessano il 3 marzo, al teatro Valle a Roma e altre date. Un teatro civile, il tuo, di denuncia, sicuramente non di evasione, credi che funzioni? Innanzitutto la questione attoriale è una cosa molto ampia ed in realtà, io non mi considero neppure un attore, è come la poesia rispetto alla narrazione, io ho un’impellenza, è l’esigenza di raccontare, creare un altro dispositivo che giunga prima e delle volte la letteratura non basta, soprattutto ora che vi è una certa tendenza all’appiattimento lessicale e dialogico, la letteratura presuppone un’azione del lettore verso la libreria, verso la tematica, verso il malloppo cartaceo e delle volte questo non è reso possibile, quindi quando vi è comunque questa necessità di dire, di allumare una tematica, si giunge al racconto, come faceva Dickens: saliva su una sedia ed esordiva: vi dico una cosa, siamo dieci, cinque, due, ve la racconto ugualmente. Ecco questa è la volontà mia, senza avere la presunzione di dire che sono un attore. Quindi il mio teatro civile, al di là del successo di pubblico, risponde ad un’esigenza di verità e al Meridione c’è un bruttissimo vizio, di fronte ad una verità difficile, scomoda, dolorosa, ci sono molte reticenze, molte bugie, molto oblio, gettato proprio a causa di una concezione sbagliata di malattia, subentra un certo orgoglio umano scaturito dalla considerazione della malattia come un fatto deficitario e questo ha creato un’omertà incommensurabile, anche all’interno dei processi a Brindisi ( si riferisce alla sua descrizione della vasta piaga petrolchimica nei territori italiani, la deriva degli operai e delle rispettive famiglie, le mutilazioni affettive contenute nell’opera filmica sperimentale e nel suo libro “Un rumore di Gabbiani” con la prefazione di Caparezza e un contributo di Franco Battiato) e la stessa cosa vale per questi spettacoli. Noi non facciamo ridere purtroppo. Come risponde solitamente il pubblico ad una pièce di così forte impatto emotivo? Il pubblico uscendo dal mio spettacolo potrebbe dire: Ne abbiamo già tanti di problemi, anche questo! È come un deresponsabilizzarsi, far presente una moltitudine di problemi è in realtà una scusa per non affrontarli, per prenderne le distanze. La mia è una provocazione, non accetto che mi si dica: ne abbiamo già tanti di problemi. Kamal, il protagonista di Nefrhotel, si impone di lasciare le sue emozioni sulla soglia, una condizione necessaria e dettata dalla disperazione di un gesto estremo, come quello di farsi togliere un rene in cambio della speranza un tetto sopra la testa, Giuseppe Cristaldi nella vita di tutti i giorni che rapporto ha con le emozioni? Io sono una vittima delle emozioni, altrimenti non scriverei, le emozioni ti attendono sempre, sono al varco, la violenza delle emozioni è l’unica che accetto, a volte ne rimango traumatizzato, come poco tempo fa, quando hanno venduto la casa di mia nonna e con essa il nespolo in giardino, che da bambino era un sogno nel sogno, perché immaginavo spesso di costruirci una casa sopra, ebbene mi sono sentito asportare quella emozione.. poi c’è il residuo e le emozioni risalgono.. Ma l’emozione ti rimane nella memoria, nel ricordo, non te l’hanno tolta, o no? Si, è vero, io quel nespolo ce l’ho ancora! Che spazio ritieni oggi sia rimasto per il teatro, per l’arte e per i giovani che seguono questa strada? Io farei un discorso più ampio legato alla responsabilizzazione rispetto a quello che accade, il problema di oggi è l’impatto che abbiamo verso questa moltitudine di cose che subiamo passivamente ed indistintamente e, allo stesso tempo, non abbiamo un’identità rispetto all’apporto decisionale. In tutto ciò allora il dispositivo artistico è qualcosa che viene dopo, alla base c’è il rapporto con la verità. Io mi accaso, parcheggio le mie idee nel dispositivo che ritengo più prossimo, Foucault, parlando di Gilles Deleuze disse: Basta, non consideriamo il sistema come un qualcosa di fermo, immobile, quindi il sistema, il dispositivo è un confluire di forze. Allora noi abbiamo uno slancio verso la verità, poi scegliamo i dispositivi, i nidi dai quali un giorno far volare le nostre denuncie, le nostre cose. C’è una denuncia di un catastrofismo, perché c’è poca percezione della verità, quando ci sono facili eroismi dobbiamo spaventarci, Pasolini ci insegnava : l’uomo medio è un pericoloso delinquente ed è questo il problema. Io mi auguro che nessuno più appelli né me, né Saviano, né Alessandro Langio, o Marco Paolini, come eroi, noi non siamo eroi, siamo soltanto civili e tutti siamo potenziali custodi della verità. La scelta della verità è bruttissima, perché ti impoverisce a livello pratico, economico, però io son contento. Quale sarà il tuo prossimo lavoro, c’è già un progetto che bolle in pentola? Si, ho scritto un nuovo romanzo sulla storia di una donna di Taviano. E’ ambientato sulla strada che collega Matino a Taviano ed è la storia di una coppia di giovani che hanno deciso di gestire una pizzeria ed è anche il miracolo di questa donna che per lavoro, per rispondere alle esigenze della pizzeria stessa incappa in un incidente stradale sulla Taviano-Matino, è la storia di Elisa, è la storia anche delle piccole cose, di ciò che è considerato arte minore, è l’arte del Karaoke, è la storia di un sogno, di una gloria di pochi secondi nel sacrificio di chi sacrifica la vita, di chi è sottopagato, di chi non ha mai luce, di chi non realizza i propri sogni, di chi non si può permettere un viaggio verso Maria de Filippi o XFactor. Allora voglio spiegare alla gente che chi canta Adagio, come Elisa faceva, per due minuti, si gode una gloria nei volti delle persone che un momento dopo col vassoio andava a servire. Mi emoziona il fatto che dietro uno slogan tipo ‘Lu sule, lu mare, lu ientu’, uno slogan così ipocrita vi siano donne che muoiono e donne che per ogni stagione si sacrificano e parlo delle cameriere che lavorano a nero, per potersi consentire l’inverno, che non fanno viaggi dopo questi lavori di sfruttamento illegale. E’ la storia del miracolo delle Donne al Sud, al Meridione.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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