Sussidiarietà per uscire dalla crisi

Roma. Solo una ridefinizione di ruoli e funzioni dei soggetti costituzionali può coniugare partecipazione democratica e spese di funzionamento degli Organi elettivi

ROMA – Con l’editoriale del 2 gennaio scorso “Una predica einaudiana che non deve restare inutile”, Giuseppe De Tomaso – commentando il discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – ha lanciato una pietra nello stagno. Con riferimento all’indebitamento progressivo della Pubblica amministrazione – verificatosi negli anni ’80 e ’90 ha evidenziato, giustamente, il forte nesso tra “spesa” e “Regioni”, segnalando che le stesse, istituite nell’aprile del 1970 – più che nell’esprimersi in termini di “indirizzo, programmazione, legislazione e controllo” – si sono caratterizzate quali centri amministrativi, spesso in concorrenza con gli Enti Locali. Tale dualismo – peraltro funzionale ad una classe dirigente consolidatasi, nel Mezzogiorno, “sull’aggregazione del consenso attraverso la spesa pubblica” (riporto posizioni ormai affidate alla storia politica e sociale del Paese) – ha inciso, certamente, sull’attuale scenario economico-finanziario, non dissimile da quello in cui fu chiamato ad operare, anni addietro, il Governo di Giuliano Amato che dopo aver varato finanziarie dolorosissime ed ineludibili, funzionali al risanamento dei conti pubblici – restituì il campo alla politica che, sui risultati conseguiti, riprese i vecchi giochi. E, così, ripresero le “intese” al livello di Conferenze interistituzionali (di “Stato-Regioni”, di “Stato-Città” e di “Unificata”), per il riconoscimento delle spese (a piè di lista) sostenute dai diversi livelli istituzionali, a valere sul Bilancio dello Stato. E tanto attraverso consolidate modalità che rendevano impossibile frenare gli appetiti ed individuare le responsabilità. Lo scenario attuale – che ripropone il già visto – richiede, ora, in un contesto certamente più grave e complesso, una pluralità di terapie che – al di là di quelle urgenti per il mantenimento del sistema – dovranno necessariamente coniugare il rigore nella spesa con la spesa per lo sviluppo. Tanto impone il recupero del “metodo della programmazione” (per tenere sotto controllo il rapporto tra spesa corrente e spesa di investimento, per stabilire, sulla base delle risorse disponibili, le priorità in funzione degli obiettivi prescelti) al fine di contrastare la strategia di poteri, forti e meno forti, che si aggregano e si scompongono, con inimmaginabile tempistica, in funzione di “nuove opportunità” e di “programmate emergenze”, molto spesso promosse da interessi trasversali. Il perseguimento di un tale obiettivo richiede – con evidente priorità – l’avvio di una riforma istituzionale rivolta a definire ruoli e funzioni dei soggetti costituzionali, per rendere virtuosi i processi decisionali e per coniugare partecipazione democratica e spese di funzionamento degli Organi elettivi e dei relativi apparati. Tale riforma deve interessare non solo il Parlamento – con la creazione di una Camera delle Regioni (auspicabilmente di 2° livello, per contenere i costi della politica e, soprattutto, per raccordare i lavori della stessa con quello delle Assemblee regionali) ma, anche, l’intero Sistema delle Autonomie, a partire dalle Province. E non solo in termini di ridimensionamento delle rappresentanze politiche – ritenuto ineludibile da tutte le forze politiche, per tutti i livelli istituzionali – ma soprattutto, in funzione della reintroduzione del “metodo della programmazione”. Una tale riforma – in adesione a quanto denunciato da De Tomaso nel richiamato editoriale – dovrebbe restituire le Regioni al loro autentico ruolo, determinando per quanto attiene, più specificatamente la Regione Puglia, la costituzione del “Consiglio delle Autonomie Locali” e della “Conferenza regionale permanente per la programmazione economica, territoriale e sociale”, in adesione agli art. 45 e 46 del proprio Statuto. E tanto per segnalare una scelta di campo in favore della programmazione, della partecipazione, del principio di sussidiarietà. Il momento è favorevole. Lo stesso Consiglio regionale – alle prese con il contenimento delle proprie spese di funzionamento – potrebbe, partendo dalla originaria composizione delle stesso, (50 membri), ridurre significativamente tale presenza, per riequilibrarli con quella dei richiamati Organi statuari. Tanto permetterebbe non solo la riduzione delle spese di funzionamento dell’Organo assemblare, ma di qualificare le stesse in funzione di una più articolata partecipazione democratica, aperta alle autorità locali ed alle espressioni della società civile. Del resto, la strada è obbligata se si vuole realmente aderire al Trattato di Maastricht ed alla Costituzione italiana che indicano nella “sussidiarietà”, orizzontale e verticale, il percorso per far corrispondere le politiche di intervento alle reali esigenze delle comunità. Va da sé che, in tale nuovo ed auspicabile scenario, i Comuni – quali soggetti più vicini ai cittadini e più permeabili al controllo sociale – poterebbero esprimersi, pienamente, nella attività di attuazione e gestione, rispettivamente, degli interventi e dei servizi.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!