‘Non per profitto’. Più spazio alle materie umanistiche

La filosofa americana Martha Nussbaum sostiene, nel suo libro, che la metodologia pedagogico-didattica insuperata rimane quella del dialogo socratico

Di Antonio Lupo “Non per profitto” è il titolo dell’ultimo saggio della filosofa americana Martha Nussbaum, pubblicato nella collana “Intersezioni” dalla casa editrice Il Mulino (2011). Addentrandosi nel mondo dell’istruzione, dei sistemi scolastici e dei percorsi formativi, l’autrice sostiene che lasciare maggiore spazio alle materie umanistiche, anziché ridimensionarle, costituisce per le società democratiche il maggiore vantaggio culturale ed economico-sociale. Un cittadino autonomo nelle sue scelte, e quindi capace di senso critico, dotato di una mentalità aperta, flessibile e creativa , si forma in una scuola che, fin dall’infanzia, libera l’alunno dalla passività e dal nozionismo. Saranno infatti il gioco, l’abitudine al dialogo, la riflessione sulla vita quotidiana, le attività manipolative, che porteranno il bambino, dai primi anni di scuola, a sviluppare quelle potenzialità che ne faranno un adulto partecipe e attivo nella vita sociale. Nel suo percorso formativo successivo non potranno mancare poi lo studio della letteratura, delle arti e della filosofia perché possa orientarsi sempre di più all’analisi, al confronto con gli altri, “allo sguardo interiore”. Si tratta di costruire insieme (empatia), ragionando in modo consapevole, superando gli stereotipi causati dal narcisismo e dall’insicurezza, già dai primi giorni di vita. Accanto alla decisiva funzione della scuola ed al determinante ruolo della famiglia, altri fattori di grande influenza sono la cultura dei pari e quella delle norme socio-politiche, poiché promuovono comportamenti che, nella pratica sociale, condizionano la capacità di partecipazione responsabile “completando o compromettendo il lavoro svolto da scuole e famiglie”. In questa ottica il lavoro educativo della scuola, quindi, non è solo quello di comunicare i contenuti delle varie discipline ma di ricercare attraverso quali modalità sia più efficace costruire competenze, affrontando le sfide di una realtà sempre più complessa e glocalizzata. Per raggiungere tali finalità educative, la metodologia pedagogico-didattica insuperata rimane quella del dialogo socratico che è alla base di qualsiasi insegnamento-apprendimento. Da essa ha origine quell’ approccio discente-docente che porta ad un sapere consapevole attraverso l’in-segnare: lasciare il segno. E’ un filo conduttore insostituibile che rivive in tutti i tempi, attraverso i personaggi-cardine dei grandi innovatori , come l’Emile di Rousseau ( 1762) e Leonardo e Gertrude di Pestalozzi 1781, fino ai giorni nostri, attraverso Frobel e Alcott, ed i grandi pedagogisti del 900, dalla Montessori a Dewey .Tutti autori di fondamentali innovazioni pedagogico-didattiche, decisamente contro il torpore dell’apprendimento passivo e della routine, a favore della facilitazione dello sviluppo emotivo e creativo, dell’inclusione e della sensibilità empatica, della metodologia delle domande invece di quella delle asserzioni. Perciò la logica ed il sapere fattuale insieme all’immaginazione narrativa costituiscono i percorsi di apprendimento di un’intelligente cittadinanza del mondo. La Nussbaum portando a sostegno della sua tesi le citazioni dei maggiori pedagogisti, si sofferma in particolare sulla situazione di due paesi: l’India di e gli Stati Uniti. Con Tagore e con la sua scuola di poeta e di artista il cui valore sostanziale è “la religione dell’uomo” e con Dewey, si profilano concetti di cittadinanza mondiale, di strumenti didattici come la valutazione critica delle fonti storiche ed economiche o la conoscenza di più di una lingua. Si realizza in questo modo un curricolo di scuola senza soluzioni di continuità con la realtà quotidiana. Al contrario, esaltando in modo esclusivo i saperi tecnologico-scientifici come recentemente in India (ed in tante parti del mondo) ed inseguendo la metodologia dell’insegnare con i test e per i test (Stati Uniti), si finisce col trascurare l’arte e la letteratura, la musica, l’immaginazione simpatetica , la capacità di indagine che porta alla riflessione critica. Eppure, anche nel mondo della managerialità economico-finanziaria, tipica della società attuale, le qualità richieste rimangono l’intelligenza creativa, flessibile e aperta, utili ad un ambiente dinamico come quello degli affari. Sono quindi da sottoporre a un’ attenta riflessione critica, secondo l’autrice, quei recenti cambiamenti di curricolo scolastico e quelle scelte di formazione universitaria che, sottovalutando le materie umanistiche, si allontanano dalle componenti emotive ed immaginative della conoscenza.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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