Aperitivo con il nonno

Un volta ho chiesto a mio nonno di suo nonno. A parte il nome ricordava poco. Ma io lo sapevo come non fosse vero. Ce li portiamo dentro, i nonni. Mi piace pensare che non volesse parlarmi di suo nonno per non farmi soffrire. Perchè ancestralmente sentiva come si stesse consumando una frattura tra le generazioni. E con quella saggezza tutta di campagna preferiva non raccontarmi i ricordi che nemmeno lui osava più far riemergere. Come se fosse in gioco la nobiltà della nostra famiglia. Mi nonna ricordava tutto. Ma il marito non parlava e lei senza nemmeno guardarlo capì che sarebbe stato meglio concentrarsi sul rosario che sempre stringeva tra le mani quando aveva ultimato i mestieri di casa con un rituale che conferiva nobiltà ad ogni gesto. Mi è dispiaciuto non sapere di più dei nonni dei miei nonni, ma credo di poterli immaginare. E ora capisco perchè non consentirono nemmeno di iniziare quella discussione. Sarebbero state pietre quei racconti fatti di umiltà, di fatica, di sudore, anche di umiliazioni. Sempre subite con una dignità da famiglia reale. Sapendo che abbassare la testa di fronte al padrone o togliere il cappello alla vista del signorotto locale non era un gesto unicamente di sottomissione, ma soprattutto di rispetto. E non per le angherie di feudatari privi di scrupoli, ma per la propria famiglia che andava difesa e protettta. E quell'inchino di oggi poteva significare speranza di lavoro domani. Quanta differenza con le genuflessioni di oggi dinanzi ai padroni del vapore diventati venditori di fumo. Il lavoro aveva una nobiltà oggi sparita. Semplicità dell'essenziale. Gioia del piccolo superfluo che si poteva godere nei giorni di festa. E nemmeno tutti. Oggi, società dell'apparenza, siamo tutti poveri di lusso. E' un bene che non si voglia rinunciare all'iphone comprato a rate. Ma non vedo nessun orgoglio negli aperitivi sempre affollati dei locali apparentemente di rango. Solo tanta massificazione. Tanta voglia di appartenere al modello televisivo senza critica. E non si venga a dire che la vita dei braccianti dell'Ottocento fosse più semplice di quella dei precari di oggi. Un po' ce la meritiamo la precarietà. Nessuno rivendica dignità. Nessuno protesta. Nessuno lotta più per un diritto. Tranne quando si è di fronte al buttafuori che fa selezione all'ingresso delle discoteche, ovviamente. Moralismo o no, demagogia o no, il nonno di mio nonno qualcosa l'ha lasciata ai propri figli.

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