Una coppia di fuoriclasse per la Sinfonica

Lecce. I pianisti Francesco Libetta e Roberto Cappello hanno donato grandi emozioni al folto pubblico del Politeama il 18 e 25 novembre

di Fernando Greco LECCE – Due grandi della tastiera si sono avvicendati negli ultimi due appuntamenti della Stagione Sinfonica della Fondazione ICO “Tito Schipa” di Lecce, regalando innumerevoli delizie al folto pubblico che ha riempito il Politeama nelle serate del 18 e del 25 novembre scorsi: parliamo dei pianisti Francesco Libetta e Roberto Cappello, entrambi di origine leccese ed entrambi di fama internazionale. Performance più unica che rara quella di Francesco Libetta, che ha eseguito ben due concerti nella stessa occasione, ovvero il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 di Chajkovskij e il Concerto per pianoforte e orchestra n.1 di Brahms, intervallati, come se non bastasse, dalla Danza Russa per pianoforte e orchestra tratta dal balletto “Petrouchka” di Stravinsky. Roberto Cappello ha invece eseguito la fantasia Wanderer di Schubert nella trascrizione per pianoforte e orchestra di Franz Liszt, seguita dalla “Totentanz” dello stesso autore, di cui quest’anno si celebra il 200° anniversario della nascita. // Un russo “all’occidentale” Il sinfonismo europeo di matrice tardo-romantica trova il suo esponente russo in Petr Ill’ic Chajkovskij (1840 – 1893), la cui popolarità è dovuta soprattutto ai grandi balletti (“Schiaccianoci”, “Lago dei cigni”, “Bella addormentata”) che a tutt’oggi riscuotono un successo sempre costante e indiscusso. L’estrinseca occidentalità del compositore ed i suoi ideali borghesi lo misero spesso in contrasto con i musicisti del cosiddetto gruppo dei Cinque (Mussorgsky, Cui, Balakirev, Borodin, Rimsky-Korsakov), che invece auspicavano la nascita di un repertorio musicale squisitamente russo che partisse da tradizioni popolari. Eppure Chajkovskij non rinunciò mai al gusto della citazione folk: il suo Primo Concerto per pianoforte e orchestra, dopo un famoso incipit melodico, introduce un tema ispirato al “Canto dei ciechi”, canzone popolare ucraina, e si conclude poi con un “Allegro con fuoco” ispirato a ritmi di danza russi. Ma questo Concerto si caratterizza soprattutto per l’inventiva melodica e lo spiccato virtuosismo dello strumento solista, qualità per cui il brano, nel 1874, venne rifiutato dal pianista Nicolai Rubinstein che sarebbe dovuto esserne il primo esecutore. Lo stesso Rubinstein però, dopo aver constatato il trionfo delle prime esecuzioni, accettò di suonarlo e da allora non vi è pianista famoso che non si sia cimentato con questo Concerto. Lo stesso Ferruccio Busoni (1866 – 1924), molto lontano dall’estetica del musicista russo, lo studiò e lo eseguì, ma “una volta soltanto!”, come scrisse alla moglie, aggiungendo “… Mi sentivo come quando indosso un paio di scarpe nuove: hanno un aspetto elegante, ma non vedo l’ora di toglierle”! // Il sommo ideale della forma In controtendenza rispetto alla “nuova scuola tedesca” rappresentata da Wagner e Liszt, Johannes Brahms (1833 – 1897) rimase per tutta la vita devoto al sommo ideale della forma e dell’astrattezza della scrittura musicale, contrapponendosi ad un’eccessiva e programmatica definizione del contenuto, fosse esso di ispirazione letteraria o filosofica. Sulla scia di Bach e Beethoven, il musicista cercò di temprare l’ardore romantico con il rigore dell’architettura formale, in un’attività compositiva che trova il suo vertice nelle quattro monumentali Sinfonie. La gestazione del Primo Concerto per pianoforte e orchestra fu lunga e travagliata. Nel 1854 Brahms aveva scritto una Sonata in Re minore per due pianoforti il cui primo movimento, riscritto poi per orchestra, avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un’ ipotetica Prima Sinfonia. Non contento di questo progetto, l’autore riorchestrò nel 1855 questo movimento per pianoforte e orchestra, dando vita all’inizio del Primo Concerto per pianoforte, la cui lunga e lugubre introduzione orchestrale ed il toccante ingresso dello strumento solista furono forse ispirati al compositore dal senso di smarrimento provato dinanzi al tentato suicidio del fraterno amico Robert Schumann. Nel secondo movimento, intitolato “Benedictus qui venit in nomine Domini”, l’inquietudine iniziale lascia il posto alla compostezza di un atto di fede, per terminare poi con un brioso Rondò. In entrambi i concerti Francesco Libetta ha saputo trovare il giusto equilibrio con la volenterosa Orchestra “Tito Schipa” diretta da Marcello Panni, esibendo un virtuosismo che ha del miracoloso, soprattutto nelle perigliose cadenze del brano di Chajkovskij eseguite sempre in maniera impeccabile ed a velocità sovrumana (… quell’ultima sequenza di ottave tanto temuta dai pianisti!). Ottimo cambio di umore nella Danza Russa di Stravinsky, geniale capolavoro del Novecento, eseguita con il giusto spirito ironico dall’Orchestra e dal solista, qui alle prese con una scrittura pianistica di tipo percussivo. Ovazione per il bis dedicato a Chopin. // Agli antipodi di Brahms Con Franz Schubert (1797 – 1828), Romanticismo diviene sinonimo di frammentazione della forma. Alle monumentali architetture beethoveniane Schubert oppose forme nuove, più piccole, liriche ed intime, in cui la ripetizione prende il posto dello sviluppo, anticipando quel gusto crepuscolare tipico del primo Mahler. Fu l’estrema complessità tecnica della Fantasia “Wanderer” in Do maggiore ad affascinare Franz Liszt (1811 – 1886), che ne intraprese la trascrizione sia per due pianoforti sia per pianoforte e orchestra, quest’ultima terminata nel 1868. Il materiale tematico, sempre ripetuto e sempre variato, nel secondo movimento rappresenta il motivo originale dell’omonimo Lied composto da Schubert alcuni anni prima, affidato da Liszt alla cantabilità del violoncello, che qui diviene solista al fianco del pianoforte. Nel 1838, dopo aver ammirato gli affreschi dell’Orcagna nel cimitero di Pisa, raffiguranti scene apocalittiche raccolte sotto il titolo “Il trionfo della morte”, Liszt intraprese la stesura della “Totentanz” (“Danza dei morti”), partitura che, sempre riveduta e riscritta, l’avrebbe impegnato per più di vent’anni, fino alla versione definitiva, eseguita per la prima volta nel 1865. Con quel gusto “noir” tipico di certo Romanticismo, il musicista parafrasa la sequenza gregoriana del “Dies Irae” che, sempre variata e palleggiata tra pianoforte e orchestra, diviene una danza macabra dal carattere grottesco, come succede del resto nei due “Mephisto Walzer”. L’aspetto virtuosistico dello strumento solista presenta due particolarità: la prima è da riferirsi all’aspetto trascendentale del virtuosismo, ovvero una valenza impressionista mai fine a sé stessa, la seconda è da ascriversi all'utilizzo del pianoforte in maniera percussiva, due aspetti che fanno di questo brano un esempio di postmodernità ante-litteram, molto amato da Bartok e dagli avanguardisti del Novecento. In entrambi i brani, il pianoforte di Roberto Cappello ha esibito quel personalissimo suono a cui il pianista ha abituato il suo pubblico, un suono corposo fatto di tecnica e cuore, coinvolgente nei legati e preciso nelle agilità. Grazie anche all'ottima Orchestra “Tito Schipa” diretta da Lior Shambadal, l'esecuzione della “Totentanz” è risultata impeccabile; nel primo movimento della “Wanderer” l'orchestra a tratti rimaneva indietro rispetto ai tempi staccati dal solista. Commovente il bis pianistico, dedicato a due popolari lieder di Schubert-Liszt, repertorio a cui Cappello è sempre stato molto legato: “Liebeslied” e “Ave Maria”. L'orchestra ha concluso la serata con una raffinata esecuzione della Sinfonia n.9 (“La grande”) di Schubert, estrema summa della poetica e della prassi compositiva di questo autore che, a causa della sua scomparsa prematura, purtroppo non fece in tempo ad ascoltarla e godersi i favorevoli apprezzamenti da parte di pubblico e critica. La Stagione Sinfonica riprenderà il 9 dicembre (repliche il 10 e l’11) con “La bella addormentata”, celeberrimo balletto di Chajkovskij affidato alla bacchetta di Marcello Panni e alle coreografie della compagnia “Balletto del Sud” diretta da Fredy Franzutti.

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