La Scu oggi? E’ la mafia ‘sociale’

L’INTERVISTA. Taviano. Cataldo Motta, procuratore della Repubblica a Lecce analizza le ‘allarmanti’ trasformazioni della Sacra corona unita nel Salento

Il nuovo volto della Sacra Corona unita e gli strumenti che magistratura, forze dell’ordine, Istituzioni e cittadini hanno per combatterla. Se ne è parlato a Taviano nel corso del convegno ‘Dire Mafia Oggi’, voluto dall’Amministrazione comunale di Taviano su proposta del giovane consigliere Salvatore Rainò, alla presenza del sindaco Carlo Portaccio, del Procuratore antimafia della Repubblica di Lecce Cataldo Motta, del sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano, del senatore Giorgio Costa, membro della Commissione parlamentare bicamerale antimafia. La conferenza è stata introdotta dal giudice Roberto Tanisi, presidente della seconda sezione penale della Corte d’Assise di Lecce che indirizzato il dibattito su due filoni, affermando che: “Una magistratura delegittimata è l’assist per la mafia” e che “l’aggressione ai beni mafiosi costituisce la strategia vincente per lottare contro la mafia”. In quest’occasione abbiamo incontrato Cataldo Motta, a cui abbiamo chiesto di illustrare quali siano le nuove linee evolutive della Sacra corona unita. Procuratore Motta, la Puglia e il Salento sembrano essere al centro di traffici internazionali di droga (provenienti da Albania e Grecia: arresto fratelli Primiceri; operazione Augusta) ed esseri umani (operazione Sarafi). La Sacra Corona sta conquistando maggiori posizioni a livello internazionale? “Da tempo la Scu ha conquistato spazi internazionali: quel fenomeno che un mio amico, il dott. Massimo Gambino, quando faceva polizia giudiziaria (adesso è direttore della Questura), chiamava la Internazionalizzazione della Sacra Corona Unita. In realtà il cambio di prospettive è stato dato ormai dieci anni fa nei rapporti con l’Albania e l’Albania continua ad essere il primo produttore per noi di sostanze stupefacenti, il primo esportatore verso l’Italia di eroina, di cocaina anche e principalmente di marijuana”. Rapine e furti a raffica: la Sacra corona si sta riorganizzando e rifinanziando? Come? “Rapine e furti a raffica non interessano la Sacra Corona Unita, è criminalità di media organizzazione. La criminalità organizzata non accede al furto, non è argomento che la riguarda. Sicuramente c’è in atto una fase di riorganizzazione: l’aspetto che più preoccupa è quello, contrariamente a ciò che si possa credere, dell’abbandono delle logiche di schieramento, della conflittualità interna ai clan. C’è infatti una sorta di pacificazione finalizzata a non richiamare l’attenzione delle Forze della Polizia e della Magistratura con episodi eclatanti: è la conferma dell’esigenza di lavorare nel sommerso e lavorare inabissandosi. C’è poi l’aspetto che riguarda una ricerca di consenso, che è la vera novità della nuova Sacra Corona Unita, che avrebbe abbandonato le logiche di intimidazione, anche perché la gente ormai è ampiamente intimidita perché sa dell’esistenza dell’organizzazione, e sarebbe passata quindi, in base anche a quello che ci ha detto un collaboratore di giustizia, ad una fase successiva, quella appunto della ricerca del consenso da parte della gente. Questo comporterebbe, ed è un aspetto veramente allarmante, una sorta di radicamento sul territorio dell’organizzazione mafiosa che ne trasformerebbe non soltanto la pelle, ma proprio l’essenza, perché a quel punto quella che finora è stata ritenuta solo un’organizzazione mafiosa, perché mafiosamente qualificata dal codice secondo i parametri del 416 bis, diventerebbe invece una mafia sociale”. Quindi è questo il nuovo volto della Sacra Corona? Si configura così? “Queste due sono le nuove strategie, che risalgono a poco più di un anno fa: i primi segnali li abbiamo avuti nel febbraio del 2010 e poi abbiamo avuto questa conferma esplicita da parte di Penna, che è un mesagnese. Mesagne è la culla della Sacra Corona Unita, questo signore è ad un certo livello, era l’alterego di Massimo Pasimeni, quindi parliamo di personaggi di primo piano e devo dire che ci ha dato conferma di quello che avevamo da tempo intuito, perché ci erano sembrati significativi i segnali che avevamo colto”. Quali sono i nuovi affari e dove si estendono? “Supermercati, sicuramente, da noi e al Nord. Il rapporto con il nord è continuo: almeno da una quindicina di anni fa quando già il clan Buccarella, che all’epoca era il capozona della città di Brindisi esportava in Romania dove aveva creato delle attività apparentemente legali. I meccanismi di riciclaggio ai fini di investimento per ripulire e per darsi un’immagine legale, sono tanti, almeno quanti quelli per creare consenso: l’impresa cosiddetta mafiosa vive di questo. Per esempio le squadre di calcio, delle quali si è parlato tanto proprio in quella dimensione di ricerca del consenso, possono realizzare una duplice finalità: quella di avere un canale attraverso il quale realizzare degli investimenti e riciclare i proventi illeciti e investire in maniera legale da un canto e dall’altro quella di ottenere, proprio attraverso la squadra di calcio, un riconoscimento e un consenso, perché in realtà da noi il calcio ha una particolare attenzione da parte della gente. Questo radicamento crea un consenso che bisognerebbe evitare a tutti i costi, cioè questa saldatura tra la gente comune e la criminalità organizzata va impedita a tutti i costi”. In che modo? “Ponendo molta attenzione a quelli che sono i comportamenti che da intimidatori sono diventati ricchi di blandizie: questo collaboratore di giustizia ci ha parlato per esempio dell’atteggiamento, dell’orientamento di venire incontro alle esigenze della gente, procurando dei posti di lavoro, anche prestando piccole somme di denaro a fondo perduto, senza chiederne più la restituzione, venendo incontro alle esigenze in genere, con piccoli favori. Questo alla lunga è ciò che può fare la differenza tra un’associazione mafiosa che non ha ottenuto il radicamento sul territorio e che quindi è più facilmente aggredibile ed un’associazione che a quel punto scomparirebbe dall’attenzione delle persone perché scomparsi gli attentati eclatanti e modificato il rapporto con la gente, che già non parla quando c’è l’attentato ed è costretta a dire qualcosa, e non parlerebbe assolutamente più in assenza di uno stimolo esterno, significherebbe aver speso invano trenta anni di contrasto alla SCU”. Qual è la differenza tra la mafia dei colletti bianchi e quella delle armi? Quale provoca più danni al 'bene comune'? “Io non credo che ci possano essere delle differenze così rigide, nel senso che la mafia dei colletti bianchi è la stessa mafia che ha cambiato, che cambia pelle e che nelle occasioni giuste è alla ricerca, per esempio, dei rapporti con i politici, dei rapporti con le pubbliche amministrazioni, della possibilità di ottenere degli appalti: oggi con i meccanismi tradizionali dell’intimidazione, della violenza, dei danneggiamenti, diciamo il metodo tradizionale delle associazioni criminali, domani questo potrebbe essere sulla base di un rapporto stabile che provenga da una condotta diversa, non più dall’intimidazione , ma da un rapporto se si vuole addirittura paritario con l’amministratore pubblico” Che cosa si può fare perché i procedimenti per il riuso dei beni confiscati alle mafie siano più celeri? “Questo è un settore nel quale c’è oggi una particolare attenzione ed è un fenomeno che ha portato grossi risultati, ma per il fatto stesso che ci stiamo soffermando tanto su questa esigenza di sottrarre risorse economiche e finanziarie alle organizzazioni mafiose, i procedimenti sono tanti, i giudici sono quelli che sono: sono pochi e non si occupano solo di questo, da un canto. Dall’altro si tratta di accertamenti particolarmente difficili, lo vediamo anche nella fase delle indagini. Io, per esempio, ho fatto in modo, nell’ambito delle distribuzioni delle indagini, di privilegiare per questo settore Guardia di finanza e Direzione investigativa antimafia proprio perché la DIA ha anche una componente della Finanza, perché quelli sono accertamenti difficili da realizzare che richiedono una competenza specifica”. Il Procuratore ha poi parlato di quella che ha definito ‘la Stagione dei fuochi d’artificio della SCU’, riferendosi a diversi episodi, scenari di solidarietà da parte della gente comune ai soggetti mafiosi attraverso addirittura spettacoli pirotecnici volti a dare il bentornato ai mafiosi, dopo lo sconto della pena. Motta ha quindi sottolineato l’aspetto che più di ogni altro preoccupa oggi, cioè il consenso che sta subdolamente ottenendo la Scu, in profondità, nelle maglie degli strati sociali. Ha concluso il suo intervento con queste parole: ‘La gente oggi, più che in passato, deve dimostrare di essere dalla nostra parte’. Noi ci siamo e voi?

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