Reato di capolarato. Il buco nell’acqua. Calda

Teresa Bellanova analizza la reale efficacia della norma che obbliga la vittima a denunciare il carnefice

I dati diffusi recentemente dalla Federazione Lavoratori Agroindustria – Cgil parlano chiaro: in Italia sono circa 400 mila i lavoratori del settore agricolo che, oltre a prestare la loro opera in nero, sono sottomessi alla figura del caporale. Ma chi è il caporale? Il caporale è colui che, legato ad organizzazioni criminali malavitose, recluta giornalmente forza lavoro, trattenendo il 60-70% della retribuzione corrisposta in nero ( che essendo sommersa è già notevolmente al di sotto del minimo sindacale). Decide il destino di migliaia di persone. Un destino di sfruttamenti, stenti, sottomissioni che viene accettato in nome del bisogno. Soprattutto da immigrati clandestini. Ma non solo. Oltre a lavorare in totale assenza di misure di sicurezza, la manodopera reclutata dal caporale è quotidianamente costretta a vivere in alloggi caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie a dir poco disumane. Il 90% di queste situazioni si registrano nel Mezzogiorno. In Puglia grande risalto hanno avuto i casi degli immigrati clandestini impiegati nella raccolta di pomodori nella zona del Tavoliere e a Nardò. Molte altre analoghe situazioni si verificano ogni giorno, ad esempio nel settore edilizio. Ma il silenzio e l’arma del ricatto ha contribuito (e contribuisce) a farle rimanere sommerse. Il Governo, nella manovra economica correttiva approvata lo scorso agosto, ha introdotto il reato di caporalato, prevedendo pene dai cinque agli otto anni di carcere. Una novità che produrrà probabilmente pochi effetti, visto che è necessaria la denuncia del lavoratore sfruttato affinché la legge esplichi tutta la propria efficacia. Avrà mai quest’ultimo, considerando la situazione di bisogno in cui si trova, il coraggio di farlo? Un immigrato clandestino, privo del permesso di soggiorno, denuncerà la sua indegna situazione lavorativa se poi per effetto della legge Bossi-Fini rischia l’espulsione? L’onorevole del Partito Democratico Teresa Bellanova, avendo già presentato nel maggio 2008 una legge contro lo sfruttamento dell’attività lavorativa e contro il caporalato, definisce il percorso scelto la scorsa estate dal Governo Berlusconi, come “decisamente sbagliato”. In che misura la disposizione prevista dal Governo può arginare il fenomeno del caporalato? “È giusta la volontà di condannare duramente il ricorso al lavoro nero ed al caporalato, ma è decisamente sbagliato il percorso scelto. Il punto è: mettere in capo al lavoratore l'onere non soltanto della denuncia ma anche della prova significa lasciare senza tutele proprio il soggetto debole, quello ricattabile e ricattato. Vuol dire, in sostanza, lasciare disarmata la lotta a questi intollerabili fenomeni, quando invece è il meccanismo del ricatto su cui questi si fondano che va disarmato. È, quindi, proprio sugli accertamenti e sulla tutela dei soggetti deboli che occorre lavorare”. Lei ha presentato nel 2008 alla Camera dei deputati una proposta di legge sulla piaga dello sfruttamento dell’attività lavorativa. Il fenomeno del caporalato, a partire dalla vicenda di Rosarno, ha iniziato a riscuotere maggiore attenzione da parte dei media. È chiaro che le vere vittime di questa situazione sono gli immigrati, impossibilitati a denunciare le disumane condizioni in cui sono costretti a lavorare perché clandestini. Il provvedimento da Lei presentato presenta garanzie e tutele per coloro che decidessero di presentare denuncia pur non avendo il permesso di soggiorno? “Il 26 maggio 2010 fu approvato, all'unanimità dalla Commissione lavoro della Camera dei deputati, il documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sui fenomeni distorsivi del mercato del lavoro (lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera). Una delle spinte innovative di questa indagine, di cui ho avuto l'onore di essere relatrice, riguardava proprio l'approccio a tale fenomeno, poiché si riconosceva la rilevanza strategica assunta dalla manodopera straniera regolarizzata nell'attuale sistema economico e produttivo italiano. Allo scopo di contrastare il fenomeno dell'irregolare e del sommerso, quindi, si concordava sulla necessità di aumentare la protezione sociale di coloro che risultano soggetti a sfruttamento. È in questa direzione che vanno gli strumenti che noi, nella proposta di legge, abbiamo privilegiato, come ad esempio il riconoscimento del permesso di soggiorno in caso di denuncia dei loro persecutori, mediante l'estensione dell'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione”. L’arginamento del fenomeno passa non solo da un inasprimento delle pene ma anche da una maggiore efficacia dei controlli. Quali sono le pene previste nella sua proposta di legge? E soprattutto in che modo, secondo Lei, si dovrebbe organizzare il sistema dei controlli per renderlo più efficace? “Nella nostra proposta, alla reclusione da tre a otto anni, e alla sanzione pecuniaria, si aggiungono le pene accessorie per imprenditori e caporali, che consistono nell'interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese, nonché il divieto di concludere contratti di appalto, di cottimo fiduciario, di fornitura di opere, beni o servizi riguardanti la pubblica amministrazione, e relativi subcontratti. Inoltre, la condanna per tali delitti comporta l'esclusione per un periodo di cinque anni da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi da parte dello Stato o di altri enti pubblici, anche dell'Unione europea, relativi al settore di attività in cui ha avuto luogo lo sfruttamento. L'attività che la magistratura e le forze dell'ordine mettono in campo per contrastare questi fenomeni è encomiabile, ma per riuscire ad estirpare completamente queste pratiche che continuano ad essere largamente diffuse occorre, oltre agli strumenti penali adatti, un maggiore coordinamento tra queste Istituzioni e tutti gli Enti previdenziali, anche attraverso l'attivazione di task-force permanenti. Servono controlli seri e frequenti. Ma serve anche, a monte, un'azione seria e incisiva sul rafforzamento della cultura della legalità, primo grande antidoto contro tanti veleni della nostra società”. //Chi e’ Teresa Bellanova è componente della Commissione XI Lavoro della Camera dei Deputati. Presente al 97,58% delle votazioni. Tra i lavori di commissione e aula ha effettuato 149 interventi.

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