Non c'è curatèla per l'amore

Ritratto di un poeta cantante che forse piace a troppi

Leonard Cohen riempie gli stadi e ha fama di letterato, confermata dal recente premio Principe delle Asturie. Resta solo il sospetto che, come poeta cantante, sia leggermente sopravvalutato. Il bello della canzone, in bilico com'è tra poesia e industria, sperimentalismo tecnologico e tradizione tonale, vaneggiamenti privati e pubblici in delirio, è che si tratta sempre di una coraggiosa scommessa con l'ingenuità. Un buon cantautore è uno che non ci casca spesso. Nel caso di Cohen, specie nella cosiddetta “svolta pop”, l'asino casca fra testo e performance. In “I'm your man”, la voce è troppo calda e seriosa per dire cose un po' da Pierino-medico-della-mutua (se cerchi un dottore ti visito io palmo a palmo); in “Ain't no Cure for Love”, l'ovvietà dell'asserzione nel ritornello è corretta da gustose rime che suonano pressappoco: tu mi fai ammalare/ti vorrei tanto spogliare. Quando finalmente si glissa sul virus amoroso, si finisce su un registro ermetico che, tolto l'arrangiamento tra Depeche Mode e Duran Duran, darebbe un buon inno per Al Qaeda (“First We Take Manhattan”). Persino un bel brano prima maniera come “Suzanne” preferisco pensarlo accanto a quest'altro celebre (ma solo in Italia) ritratto di signora, decostruzione ideale del primo.

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