Fatti sotto, mafioso

La ricetta del criminologo ferrarese Federico Varese, docente a Oxford University

di Gennaro Grimolizzi* OXFORD – L’appuntamento è al Nuffield College, lo stesso in cui hanno insegnato diversi Premi Nobel, compreso quello dell’Economia, nel 1998, Amartya Sen. Federico Varese ci accoglie con un sorriso affabile. Lo studioso ferrarese insegna criminologia da quindici anni nella Oxford University ed è considerato uno dei più attenti conoscitori, a livello mondiale, del crimine organizzato. In Italia è da poco in libreria con Mafie in movimento (Einaudi), definito dallo scrittore John Le Carré “una lettera avvincente e un’opera di consultazione impeccabile”. Fu proprio Varese qualche anno fa ad invitare Roberto Saviano per la presentazione di Gomorra nel moderno edificio di Manor Road, sede della facoltà di legge. “In quella occasione – commenta il criminologo – ho potuto constatare due elementi che hanno reso felice Saviano. Il primo, il contatto con tanti giovani studenti, quasi suoi coetanei, curiosi di conoscere dalla viva voce dell’autore le dinamiche del malaffare camorristico. Il secondo, la possibilità di girare per le vie di Oxford senza la presenza ingombrante, ma necessaria, della scorta. Ho letto negli occhi di Saviano la gioia della libertà, la spensieratezza di vivere come qualunque altro trentenne”. Abbiamo trascorso un’intera giornata insieme al professor Varese nel college in cui insegna, fatto costruire negli anni Trenta del secolo scorso da William Morris (Lord Nuffield), il “Gianni Agnelli inglese” fondatore della Morris Motors, casa automobilistica un tempo orgoglio dell’industria d’Oltremanica. Il Nuffield si presenta ordinato ed attrezzato. La libreria ospitata in una torre di dieci piani è l’ideale per dedicarsi allo studio e fare una pausa rigenerante, ammirando lo scenario mozzafiato offerto dalla “città delle guglie sognanti”. Professor Varese l’Italia ha un primato: l’organizzazione criminale, la ndrangheta, più forte economicamente e militarmente. Come si contrasta? “La ndrangheta è sicuramente la mafia più importante. Ha ramificazioni internazionali preoccupanti, derivanti dal suo forte radicamento a livello locale. Il modo più adeguato per contrastarla è riconquistare il territorio in cui è nata. Le propaggini internazionali della ndrangheta derivano proprio dal controllo, dal dominio incontrastato del territorio della Calabria. La sua riconquista passa attraverso una giustizia efficiente, un’economia legale, un controllo capillare dei porti in cui arriva la droga. Sono altresì necessari strumenti investigativi adeguati, accompagnati dalla repressione dei reati con indagini mirate da parte di chi, penso al procuratore Gratteri, conosce la ndrangheta e la combatte da anni. Non bisogna però tralasciare le politiche sociali. Solo in questo modo, nel lungo periodo, si può vincere questa organizzazione criminale”. Quanto influisce la criminalità organizzata sull’economia? “Le mafie tendono ad avere un carattere localistico e sono in grado di influenzare l’economia. Ero un po’ scettico nel cercare di dare numeri sul controllo dell’economia da parte della criminalità organizzata. Qualche tempo fa è stata resa nota un’indagine, secondo la quale il 7% dell’economia italiana è controllata dalle mafie. Da un’analisi di quel dato si nota che vi rientrano crimini tra i più disparati, comprese le truffe e le estorsioni, non necessariamente legati alle grandi organizzazioni criminali. Spiace purtroppo constatare che una buona fetta dell’economia del Sud Italia e adesso anche parte di quella del Nord è governata dalle mafie”. In Italia non sono pochi i politici che hanno avuto e hanno, a vari livelli, rapporti con mafia, camorra, ndrangheta. Come viene giudicata all’estero questo situazione? “Non bene! L’Italia negli ultimi anni è stata vista in maniera poco positiva per ragioni che riguardano anche i comportamenti del presidente del Consiglio, che qui non gode di buona stampa. L’Italia è una democrazia giovane e sotto certi versi fragile, perché rischia sempre di non tenere ferma la distinzione tra i ruoli istituzionali e i poteri che ne derivano. Una delle principali caratteristiche delle democrazie anglosassoni è che chi vince le elezioni governa con la consapevolezza di non poter far tutto. La debolezza dell’Italia deriva dalla presenza di organismi di controllo deboli sia dei mercati che delle leggi. La vicinanza di alcuni politici al crimine organizzato è un problema molto serio. Anche all’estero esiste la corruzione, ma non nelle forma assunte in Italia, dove la connivenza tra organizzazioni malavitose e politici nasce a livello locale per raggiungere poi le sfere più alte della politica”. Dalle sue analisi emerge un potere granitico delle mafie. Sono invincibili? “Assolutamente no. Le mafie si stanno espandendo, ma si possono sconfiggere. Trovano terreno fertile attraverso condizioni economiche locali, spesso non gestite dal potere statale. Per quanto riguarda l’Italia, il primo passo è avere uno Stato in grado di governare mercati e territori, permettendo agli imprenditori di competere e affidarsi ad un sistema giudiziario efficiente. Nel mio libro affronto pure il tema delle mafie che hanno tentato di radicarsi in alcuni territori, ma hanno fallito. Il mafioso non è un superuomo e le organizzazioni criminali non sono onnipotenti. Sono composte da esseri umani più o meno bravi, più o meno intelligenti, sicuramente non più intelligenti di me e lei. Le mafie si possono sconfiggere se però c’è la volontà politica di farlo”. La sua conoscenza delle mafie le è valsa la considerazione dello scrittore John Le Carré. “Ho conosciuto Le Carré molti anni fa, durante il mio dottorato. Le Carré stava scrivendo il romanzo Our Game, riguardante i vari movimenti di liberazione di alcuni Stati ex sovietici. Mentre mi trovavo in Russia, ricevetti una sua lettera indirizzata al Nuffield College e poi speditami da Oxford. Mi trovavo su un treno in Siberia. Avevo appena ritirato la posta e la lettera di Le Carré fu una gradita sorpresa. In un primo momento pensai ad uno scherzo, ma poi mi resi conto che era davvero lui. Da lì è nata la nostra amicizia. Ci vediamo regolarmente e ho potuto lavorare al suo ultimo romanzo, Il nostro traditore tipo”. Roberto Saviano la considera uno degli studiosi più attenti dei fenomeni mafiosi. Se in Italia qualcuno la chiamasse per elaborare strategie di contrasto al crimine, accetterebbe? “Certo, sarei ben disposto, almeno in linea di principio. Però la richiesta deve venire da un’istituzione credibile, che abbia dimostrato di voler combattere davvero la mafia. Altrimenti sarebbe un esercizio inutile. Quindi, ci penserei due volte prima di accettare una richiesta del genere. Credo comunque che sia dovere degli studiosi, di chi è impegnato in prima linea, offrire un contributo di analisi per il contrasto dei fenomeni criminali”. Saviano qualche anno fa ha riscosso molto successo durante la presentazione di Gomorra, organizzata da lei qui ad Oxford. A giugno il presidente Napolitano è stato insignito del dottorato honoris causa in legge durante l’Encaenia. C’è una particolare stima verso noi italiani? “Ricordo con grande affetto la visita di Roberto Saviano. Fu mio ospite e trascorremmo una bellissima giornata con studenti e professori della facoltà di legge. La comunità italiana di studiosi e accademici gode di grande considerazione, così come più in generale la cultura italiana. Io mi occupo dell’aspetto meno bello del nostro Paese. Sono però felice che i miei studi vengano apprezzati. La visita del presidente Giorgio Napolitano è stata poi il suggello, nonostante tutto, della stima verso l’Italia”. *articolo tratto da “IL” (“INTELLIGENCE IN LIFESTYLE”), Il Sole 24 Ore, n. 33/2011

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!