L’appello: ‘Salviamo Libera’

Lecce. L’Amministrazione Gabellone avrebbe inferto duri colpi al programma di protezione delle vittime di tratta e sfruttamento. Corre sulla rete l’appello a ritornare sui propri passi

LECCE – E’ un appello che parte dal basso, dalle persone. Invade la rete, arriva nella casella mail di chi, a sua volta, lo inoltra ai suoi contatti. Passa da facebook, fa parlare. E’ un appello accorato, molto sentito. E’ l’appello a dare il proprio contributo affinché il progetto “Libera” torni ad operare in piena funzionalità e le vittime di tratta e sfruttamento possano continuare ad essere individuate e accolte in servizi di qualità in grado di garantire loro percorsi sicuri di uscita delle organizzazioni criminali e di autorealizzazione. E’ l’appello a non abbassare la voce né la guardia. “Libera” è infatti in difficoltà. E questa condizione di incertezza che caratterizza oggi il fondamentale programma di tutela sarebbe stata determinata dall’azione amministrativa della Giunta Gabellone. “Oltre a non dimostrare alcun interesse per il progetto “Libera” e per la sua rete interprovinciale, nazionale e internazionale – si legge nella nota-appello che sta facendo il giro della rete in questi giorni – la nuova amministrazione provinciale ha avviato un processo di demolizione scientifica e sistematica del progetto di cui non si comprendono le ragioni non foss’altro perché è finanziato con fondi del Dipartimento Pari Opportunità”. Le “azioni” della Provincia a cui la nota si riferisce sono quattro. Il Tacco d’Italia le ha sempre denunciate: la riduzione dell’importo del precedente cofinanziamento; la sostituzione dell’èquipe storica, con più di dieci anni di esperienza specifica sulla tratta, con personale esterno con nessuna esperienza specifica; la destinazione del Centro antiviolenza italo-albanese “Caia”, finanziato dalla Commissione Europea come Centro antitratta e in comodato d’uso gratuito al progetto “Libera”, al Centro Risorse Famiglia, che già gode di appositi finanziamenti; la chiusura della sede che ospitava il progetto. Quest’ultimo atto è arrivato a fine giugno. “La casa delle vittime di tratta e grave sfruttamento – si legge nella nota – il luogo sicuro, autonomo, accogliente, immediatamente fruibile, dove le persone in accoglienza andavano quotidianamente, scompare improvvisamente”. Ciò avviene mentre si registra una ripresa imponente degli sbarchi sulle coste salentine, mentre aumentano la prostituzione in strade a appartamento e lo sfruttamento lavorativo. Un’azione di sensibilizzazione è allora forse l’unica soluzione per far riflettere su quanto sta accadendo. Si basa sul passaparola, si nutre dei contatti tra persone, donne e uomini. Un’azione che parte dal basso ma può fare molto. Può gridare la necessità di un progetto del genere nel Salento. Può far riflettere e forse, ce lo auguriamo, può anche invogliare a ritornare sui propri passi. // Il progetto Libera L’Italia, (articolo 18 del decreto legislativo 286/98) garantisce alle vittime di tratta “uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dell'organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”. L’articolo 18 è riconosciuto come un modello normativo avanzato in Europa e nel mondo. A partire da questa norma è nato un sistema nazionale di protezione sociale per le vittime della tratta costituito dai “progetti di assistenza e integrazione sociale” distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tali progetti vengono selezionati sulla base di rigorosi criteri dalla Commissione Interministeriale Tratta e finanziati dal Dipartimento Pari Opportunità con una piccola quota di cofinanziamento a carico degli Enti Locali che li propongono. Il progetto “Libera” della Provincia di Lecce è uno di questi e dal 2000 assicura alle vittime di tratta e dei reati di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù, nei territori di Lecce, Brindisi e Taranto, la “co-realizzazione di percorsi di vita diretti all’autonomia e all’autorealizzazione dentro un sistema di accoglienza fondato sulla democrazia delle relazioni”. Aderire al progetto, vuol dire, per le persone vittime di tratta, avere a disposizione un luogo fisico e umano accogliente e sicuro dentro il quale ripensare se stessi e un tempo di un anno e mezzo per realizzare la propria regolarizzazione e la propria inclusione lavorativa e sociale. In questa cornice, dalla tratta di donne a scopo di sfruttamento sessuale dei primi anni, il progetto “Libera” è passato all’accoglienza di donne vittime di tratta a scopo di grave sfruttamento lavorativo per poi includere la tratta maschile. Ha in tal modo risposto all’emersione delle vittime sul territorio di Lecce, Brindisi e Taranto, differenziando e aumentando le strutture di accoglienza, professionalizzando l’èquipe, potenziando e ampliando la rete di partners. Donne russe, ucraine, rumene, bulgare, polacche, albanesi, cinesi, brasiliane, nigeriane, costrette a prostituirsi o a lavorare, nascoste in case e in locali, senza poter tenere per sé a o quasi a del guadagno del proprio lavoro. Uomini brasiliani, indiani, marocchini, tunisini, ghanesi, umiliati e maltrattati da “padroni” e caporali in campagna, nei retrocucina di bar, ristoranti, alberghi, e, recentemente, per impiantare, in tempi inverosimili, chilometri e chilometri di pannelli fotovoltaici. Tutti hanno in comune una condizione di vulnerabilità dovuta alla povertà, allo stato di clandestinità e al debito da pagare all’organizzazione criminale che li ha portati in Italia. Tutti, donne e uomini, hanno potuto, con il progetto “Libera” avere accoglienza, ospitalità, inserimento lavorativo, aiuto e sostegno mai giudicante, hanno potuto tornare a essere persone libere. Tutti, donne e uomini, hanno contribuito a rendere più sicuro il territorio salentino: con le loro denunce hanno permesso alla magistratura di fermare organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani e di sfruttatori e di rompere i legami tra trafficanti di uomini e organizzazioni criminali presenti sul nostro territorio. Articolo correlato Sono qualificati, perciò li licenzio 12/07/2011 ‘Io, vittima di tratta, ho visto il mio aguzzino. Era in Provincia’ di Maria Luisa Mastrogiovanni LECCE – Ashok è stato portato in Italia, a Lecce, vittima di tratta. Ha pagato per avere in cambio la libertà, per fuggire dalla fame e dalla disperazione, ma è stato costretto a prostituirsi. E' un giovane ragazzo indiano che ha denunciato il suo aguzzino proprio alle operatrici del progetto 'Libera', il progetto della Provincia di Lecce coordinato da Ines Rielli. Ma nel nuovo centro di viale Marche, dove la Provincia ha voluto trasferire la sede del progetto, ha incontrato il suo sfruttatore. Nell'unica volta in cui la vittima si è recata presso la nuova sede di 'Libera', i suoi occhi hanno ancora una volta, una volta di troppo, incontrato quelli del suo aguzzino. Lo ha raccontato alle operatrici di 'Libera' e ora non vuole tornare più, in quel centro dove non si sente garantito e protetto. Non vuole tornare, nonostante la sua testimonianza sia indispensabile per gli inquirenti, perché ripercorrano le tappe di una business che da Lecce si dirama verso Oriente e di cui noi italiani, e anche i salentini, sono anello della catena. Perché i 'servizi' di prostituzione (come in questo caso) o di sfruttamento lavorativo, sono richiesti proprio qui, e qui garantiti dai criminali che la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Lecce, che coordina le indagini di numerose Procure italiane, sta cercando di sgominare. Nel nuovo ufficio di viale Marche non c'è privacy, perché è in condivisione con lo sportello dei diritti degli immigrati e con altre associazioni. Le vittime di tratta, concretamente, rischiano di venire a contatto con chi li ha schiavizzati per anni, per i quali ancora il processo non è giunto a sentenza definitiva. Quindi sono liberi. L'Unione europea ha finanziato il 'potenziamento strutturale' della sede del progetto 'Libera' con 150mila euro. Questo progetto specifico di potenziamento si chiama 'progetto Caia' e ne possono beneficiare solo i progetti antitratta con più di tre anni di esperienza. Libera ne ha 11. Fu inaugurato dall'allora vicepresidente della Provincia ed assessora alle pari opportunità Loredana Capone. Ora che la Capone è passata all'opposizione e alle pari opportunità c'è D'Antini Solero, è stato deciso di spostare la sede di 'Libera' in viale Marche e lì insediare il Centro per la famiglia, 'creatura' della D'Antini. Ma l'ex sede di 'Libera' è vincolata fino al 2013 e lì e solo lì dovrebbero svolgersi tutte le attività di progetto, proprio perché per quel progetto sono arrivati i soldi dall'Europa. Che cosa succederà dunque? C'è il rischio concreto che a seguito dello spostamento, l'Ue chieda la restituzione dei soldi, proprio perché la sede per cui sono stati incassati non è più destinazione esclusiva del progetto 'Caia'. E oltre al danno la beffa: la nuova sede di viale Marche costa ogni anno alla Provincia di Lecce 65mila euro, contro i 12mila annui pagati finora dal Ministero. Possibile che lo spoil system arrivi a tanto? Articoli correlati: C'è crisi. La Provincia taglia gli affitti, ma tiene gli sprechi Sprechi affitti: il Pd interroga Gabellone

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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