Remetior. 15 condanne per 148 anni anni di carcere

di Andrea Morrone

LECCE – Quasi un secolo e mezzo di carcere sono stati inflitti al termine del giudizio con rito abbreviato scaturito dalla cosiddetta “Operazione Remetior”, che il 16 luglio 2010 scorso portò all’esecuzione di 19 ordinanze di custodia cautelare. Gli arresti, eseguiti dagli agenti della Squadra Mobile di Lecce, sgominarono un presunto clan criminale che agiva nel nord Salento e che avrebbe fatto capo a Salvatore Caramuscio, il boss della Sacra corona unita arrestato nel marzo del 2009, in un’abitazione a Cassano delle Murge. La sua latitanza durava da oltre sei mesi ed era nella lista dei 100 ricercati più pericolosi. Le ordinanze di custodia cautelare furono emesse dal gip del Tribunale di Lecce, Antonio Del Coco, su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Guglielmo Cataldi. La condanna più severa, a 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Giosué Primiceri detto “Gegè”, 49enne di Trepuzzi e ritenuto un esponente di spicco del gruppo. Il gup Nicola Lariccia ha poi condannato Antonio Caramuscio (fratello di Salvatore) 37enne di Surbo, detto “Saramau” o “Uno”, a 8 anni e due mesi; Alessandro Ancora alias “Capurossa” o “Capu te Bomba”, di Giorgilorio, a 13 anni e sei mesi; stessa pena per Pietro Rampino; Leandro Luggeri, alias “Il nipote”, 32enne di Trepuzzi, a 12 anni; Luca Spagnolo a 11 anni e otto mesi; Riccardo Buscicchio, Salvatore Perrone (detto “Friculinu”), Gianluca Pepe, alias “Pesciolino”, a 7 anni e nove mesi; Vincenzo Caretto, detto “Golia”, Cosimo Miglietta, alias “Il due”, e Gianni Dolce, alias “lu Panza” di Lizzanello, a 8 anni; Stefano Ciurla a 4 anni e otto mesi; Stefano Elia, di Torchiarolo, e Marco Malinconico, di Lecce, a 7 anni e sei mesi. Il sodalizio criminale, che avrebbe agito fra Lecce, Surbo, Squinzano e Trepuzzi, era dedito a varie attività criminali tra cui l’estorsione, l’usura, il traffico di droga (cocaina e hashish), la detenzione di armi da fuoco e munizionamento da guerra e la di gestione di bische clandestine. L’obiettivo era il controllo di numerose attività economiche, in modo da arrivare anche a ostacolare il libero esercizio del voto (un’ipotesi emersa nelle intercettazioni telefoniche e ambientali). A proposito di modalità di collegamento tra gli affiliati al clan, nella sua ordinanza il gip Del Coco parlò di una sorta di “tavola pitagorica” che fungeva da codice di decrittazione dei numeri delle schede telefoniche di Caramuscio. Alla base del sistema vi sarebbe stato il trucco, assai noto, di cambiare frequentemente le sim-card, intestate sempre a terze persone, in modo da sviare gli investigatori. Il prospetto fu ritrovato in casa di Primiceri durante le perquisizioni, mentre emerse che sarebbe stato Buscicchio ad avere il compito di recuperare cellulari e schede. Diversi i beni sequestrati nell’ambito dell’operazione, per un valore complessivo di circa mezzo milione di euro. Tra questi un terreno di 8mila metri quadri, vicino a Squinzano, autovetture e moto, un’imbarcazione e persino di un allevamento di cavalli nei pressi di Surbo. Hanno scelto il rito ordinario, invece, Salvatore Caramuscio, alias “Scaramau”, 43enne di Surbo, presunto boss dell’omonimo clan, e la moglie Simona Sallustio, 42enne di Lecce. Il processo è in corso dinanzi ai giudici della prima sezione penale.

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