Liberi come il mare. Storia di giovani palestinesi nel Salento

LA STORIA DELLA DOMENICA. Lecce. Un progetto tra Comune, Regione e Ong Ciss li ha portati in Italia dove hanno potuto vedere il mare, così vicino e irraggiungibile

LECCE – Dalla Palestina a Lecce passando per Porto Cesareo. Prima di questo viaggio, non avevano mai visto il mare i 22enni giunti nel Salento con una delegazione di contadini provenienti da Sebastiya, un villaggio di 5.000 abitanti, situato su una collina nel governatorato di Nablus, a circa 10 chilometri a nord ovest della città. Da quelle parti, il mare è tanto vicino quanto irraggiungibile: la maggior parte della Cisgiordania è, infatti, sotto l’occupazione militare israeliana che non permette spostamenti e opprime la libertà con muri disumani che distruggono la continuità territoriale e con estenuanti controlli e attese ai check point.

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“Come si fa a vivere in queste condizioni?” è stato chiesto ai palestinesi durante un incontro realizzato al Teatro Astragali di Lecce.

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“Cerchiamo di avere pazienza – risponde uno di loro – e l’obiettivo di Israele è quello di farcela perdere del tutto”. Sì, la pazienza, uno straordinario strumento di resistenza pacifica con cui normalizzare una quotidianità che di normale non ha quasi a. Neanche il lavoro. Ne sanno qualcosa proprio gli agricoltori, impediti nella necessità di coltivare i loro terreni soggetti a confisca per la costruzione delle colonie. Sebastiya, tra l’altro, è una municipalità circondata da una valle molto fertile, dove si producono fichi, olive, mandorle, uva e verdure. E il progetto grazie al quale la delegazione è giunta in Italia – “Sviluppo locale e sostegno alla produzione agroalimentare nella Valle di Sebastiya” realizzato con la collaborazione di Comune di Lecce, Regione Puglia e Ong Ciss – ha inteso contribuire al miglioramento delle condizioni socio – economiche della popolazione della piccola cittadina, attraverso la valorizzazione delle risorse agricole tradizionali e salvaguardando il particolare ambiente umano e paesaggistico che caratterizza la valle. La delegazione palestinese, ai fini del progetto, ha anche avuto la possibilità di realizzare incontri tecnici e istituzionali di cooperazione e formazione, nell’arco dei cinque giorni che ha soggiornato a Lecce.

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Lavoro sì quindi, ma non solo. La permanenza nel Salento è stata anche occasione per visitare la città e il territorio.

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“Anche Sebastiya – raccontano i palestinesi guardandosi attorno ammirati dalla bellezza dei luoghi – è un sito archeologico di inestimabile valore”. Ma la meraviglia vera, per loro, nasce negli occhi di fronte al mare, durante un pomeriggio di passeggiate, su e giù a macinare chilometri, lungo una spiaggia quasi deserta.

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“Il mare è il simbolo di una libertà a noi sconosciuta” raccontano. E infatti non vogliono andare più via. Hanno come la sensazione che li tenga uniti al resto del mondo, invece di isolarli ancora di più. Idem Internet, di cui hanno bisogno come il pane, ma se “su facebook creiamo gruppi non graditi, in cui si parla di resistenza o pacifica sollevazione – e con centinaia di iscritti – nel giro di breve tempo, svengono oscurati”. Anche il web, ai tempi dell’occupazione, è un modo per non scomparire di fronte all’indifferenza generale. “La Lega Araba – dicono – avrebbe potuto fare molto per la Palestina e i palestinesi, ma a mancare è stata la buona volontà. Se per poco tempo il presidente americano Obama ha potuto rappresentare un miraggio di speranza, ogni sussulto è stato, in breve tempo, disatteso”. E a oggi, il sogno palestinese coincide con le aspettative suscitate dalla “primavera araba”.

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