Pagata per non lavorare. Il giudice le restituisce il suo vecchio incarico

Il Tribunale ha condannato il Comune Monteroni a risarcire con 10mila euro una donna disabile cui per oltre tre anni era stato tolto ogni incarico

Il Comune di Monteroni dovrà risarcire una sua dipendente portatrice di handicap con 10mila euro per averla tenuta inoperosa, ingiustamente e senza motivo, per oltre tre anni. A deciderlo è stato il giudice della sezione lavoro del Tribunale civile di Lecce, la dottoressa Corbascio, che ha inoltre condannato il Comune a riassegnare la donna alle mansioni per cui era stata impiegata. La donna era stata assunta nel lontano 1986, in qualità di appartenente alle categorie protette in quanto portatrice di handicap motorio, dal Comune di Monteroni con un contratto di lavoro a tempo indeterminato e con la qualifica di operatrice Ced (Centro elaborazione dati). Nel 2000 l’operatrice era stata trasferita nell’Ufficio della polizia municipale, dove si occupava della gestione della contabilità e della registrazione e notifica delle multe, e altre mansioni che la portavano ad avere frequenti contatti con il pubblico. Ad agosto del 2005, però, in concomitanza con il cambio del comandante, alla donna era stato tolto ogni incarico, senza fornire alcuna spiegazione. Alle richieste di spiegazioni da parte della dipendente, il nuovo responsabile dell’Ufficio si limitava a dire che aveva deciso così e non era tenuto a dare spiegazioni. Per circa tre anni la donna continuava ad essere pagata per non lavorare, restando totalmente inoperosa. La donna aveva così deciso di rivolgersi al sindacato e di farsi assistere da un legale, l’avvocato Silvio Verri, che intraprendeva un’azione legale dinanzi al giudice del Lavoro. Il giudice ha quindi accolto il ricorso della donna stabilendo che non solo ha subito un danno morale, ma anche quelli derivanti dalla “preclusione dell’esercizio delle capacità professionali, della perdita di occasioni di arricchimento professionale e di autostima e del depauperamento delle relazioni interpersonali sul posto di lavoro”. Da qui la sentenza di condanna, che ha restituito all’operatrice la gioia più grande: quella di poter tornare al proprio lavoro.

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