'L’università del Salento può giocare ancora in A'

L’intervista. Domenico Laforgia, rettore dell’Università del Salento tra ricordi e progetti. Si racconta in 30 minuti

Di Tiziana Mezzi Un incontro fissato di prima mattina col Rettore dell'Università del Salento, Ing. Domenico Laforgia. Alle ore 09:00, puntuale, arrivo e attendo appena cinque minuti che il Rettore, evidentemente già al lavoro, finisca il suo colloquio con chi mi ha preceduta. Mi dicono di entrare nel suo ufficio. Un sorriso cordiale, una stretta di mano e si parte con l'intervista. Gli chiedo, scherzando, se ho a disposizione tutta la mattinata; mi accontento invece, si fa per dire, di sottrargli 30 minuti, che so essere tanti per chi è in corsa con il tempo. Sono un ufficio e una segreteria, difatti, che non conoscono posa. So bene che tutto ruota intorno a loro nel mondo accademico. Visto l’affiatamento mi fanno pensare più a una grande famiglia. Ed è con la famiglia di origine che comincia l’intervista, nel tentativo di trovare delle connessioni con tutto ciò che il rettore ha realizzato negli anni. Rettore, sappiamo che il ruolo di una madre è fondamentale nella vita di un bambino. Qual è l'insegnamento più importante che la sua le ha trasmesso? Mi madre mi ha insegnato quanto sia fondamentale diventare autonomi e indipendenti e, allo stesso tempo, quanto sia importante porre attenzione anche agli altri. E qual è, invece, il ricordo più bello legato a sua madre? Ne ho una quantità infinita di ricordi, soprattutto di quando ero ragazzino. Rammento, per esempio, quando andavamo al mare tutti insieme. Lei, di solito, ci raggiungeva all'ora di pranzo insieme al papà portandoci da mangiare. Ricordo poi momenti di grande tenerezza… ma anche di difficoltà. E in quelle circostanze mia madre sapeva distribuire sempre parole di sostegno, dando attenzione a tutti. Ci sosteneva di continuo. Tra l'altro, l'ho persa da cinque mesi e, in un certo senso, ora quei ricordi sono stati rafforzati dall’assenza. Lei è ingegnere meccanico. Come nasce la sua passione per la tecnologia? Grazie a mio padre. Lui, sebbene medico, era appassionato di meccanica ed era anche un organizzatore di gare motociclistiche e automobilistiche. Di conseguenza, abbiamo sempre avuto intorno delle riviste del settore, motociclette e automobili, e io ho avuto costantemente la curiosità di smontare tutto per capirne il funzionamento. Ricalco appieno, in effetti, lo stereotipo del bambino che smonta e rimonta le cose. Questa passione, inoltre, mi ha sempre visto unito a mio padre, sebbene io abbia un po' tradito la tradizione familiare: lui era figlio di medico, nipote di medico, che ha scelto di fare il medico. E io ho optato per un'altra via, invece. Quanto l'hanno appoggiata le altre due donne della sua vita, sua moglie e sua figlia, durante la sua candidatura e quanto l'appoggiano adesso che è sempre operosamente attivo per fare crescere l'Università del Salento? Mia figlia mi ha sostenuto e mi sostiene soprattutto moralmente per via della lontananza, prima perché studiava e ora perché lavora a Roma. Mia moglie, anche lei docente universitaria qui, è scesa invece in campo accanto a me, partecipando a tutte le attività. Tutt'ora lei aggiunge a quello che è il suo lavoro universitario anche quello del rettorato. Vive con me l'esperienza di questo incarico e le decisioni. Opera anche in alcuni settori del rettorato che io non ho la possibilità di seguire adeguatamente. Lei, in particolare, si occupa della comunicazione e dell'internazionalizzazione di questa università. È un sostegno di un valore assoluto. Poi mi assiste, nel senso che è lei a prendersi cura del mio benessere: si occupa di tutto, mi accudisce, mi segue, mi cura. Noi, in un certo senso, viviamo in rettorato, una specie di seconda casa. Io entro all'università la mattina alle 08:00 ed esco la sera alle 20:30 circa senza interruzioni. Non avrei affrontato questa fatica, che le garantisco essere enorme, se non avessi avuto mia moglie al mio fianco. Ma devo anche menzionare altre donne importanti in quest’avventura: le segretarie del rettorato, in particolare, la dottoressa Muci, che mi dà un sostegno formidabile con una dedizione assoluta. Ho letto il titolo di un libro su Internet che mi ha colpito, recita così: “Le donne che leggono sono sempre più pericolose”. Cosa ne pensa? Tutti quelli che leggono sono sempre più pericolosi degli altri, sia gli uomini che le donne. È anche vero, però, che le donne hanno subito un ritardo storico, perché fino all'inizio del Novecento non avevano la possibilità di crescere culturalmente, come potevano fare gli uomini. Era molto più difficile per loro, anche se ci sono state donne del passato che costituiscono dei grandi esempi di cultura. In generale, comunque, chi legge sviluppa un pensiero critico, e il pensiero critico è considerato pericoloso, soprattutto in un periodo come questo e in questa società, la quale si sta massificando e sta appiattendo le differenze, andando verso il basso e non verso l'altro. Una donna in grado di avere anche una sua autonomia intellettuale, pertanto, può essere considerata pericolosa proprio perché indipendente. Dalle statistiche del Ministero dell'Università e della Ricerca, leggo che su 23.571 ricercatori il 45,2% è donna, su 18.733 professori associati solo il 33,5% è donna, e su 19.625 professori ordinari appena un misero 18,5% è donna. L'università italiana, secondo lei, è maschilista? No, questo non può essere affermato. C'è una differenza obiettiva: la famiglia è, per molte donne, un'esigenza, una priorità assoluta, e altrettanto non si può asserire per gli uomini. La gestione e la cura dei figli, del marito e della casa sottraggono tempo alla donna e, nel momento in cui si compete per gli avanzamenti di carriera specialmente nei concorsi pubblici, la pubblicistica femminile può non essere comparabile con quella degli uomini. Questo accade non perché la qualità delle pubblicazioni sia inferiore, ma perché, avendo avuto meno tempo a disposizione, le donne vi si sono dedicate meno e hanno conseguito un numero più esiguo di risultati scientifici. Secondo me, comunque, nei prossimi dieci anni, le ricercatrici supereranno nel numero i ricercatori, visto che oggi il 60% degli studenti è di genere femminile. Quanto poi le donne vorranno fare carriera dipenderà dalle loro scelte. Ma finché non cambieranno le dinamiche familiari, le donne saranno costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia. Ad oggi, poche hanno optato per la prima, la maggioranza cerca di conciliarle. Oggi le statistiche rivelano che le donne riescono meglio negli studi, sembra che i loro voti siano migliori di quelli degli uomini. Ma risulta anche che ci siano predilezioni per corsi di laurea di tipo umanistico, anziché per quelli appartenenti al ramo tecnico-scientifico. Perché, secondo lei? Sempre perché la donna ha, nella sua educazione, l'idea della famiglia e tende a costruirsi un percorso lavorativo compatibile con questa idea-obiettivo. Le medie statistiche semplificano molto la rappresentazione dei fenomeni nella loro complessità, portando alle volte a generalizzazioni poco reali. Se confrontiamo i migliori studenti, dubito che ci sia una differenza di genere nei risultati degli studi; se allarghiamo a tutta la popolazione studentesca, risulta plausibile che i tre quinti degli studenti, che come abbiamo detto sono donne, finiscano per prevalere mediamente sui residui due quinti di genere maschile. Infine, la maggiore predisposizione per l’area umanistica ed economico-giuridico dipende, come detto, dalle scelte di limitata mobilità e di legame con la famiglia di origine e nuova che la donna predilige. Questa scelta per i settori umanistici non potrebbe essere il frutto, invece, di un passaggio di stereotipie? No. Io ho delle ottime studentesse di ingegneria meccanica che, devo ammettere, è la peggiore specializzazione che si possa immaginare per una donna. L'idea dell'industria, degli operai, delle mani sporche… diciamo che non è un ambiente estremamente adeguato a quello che è lo stereotipo femminile. Tuttavia, loro sono esempi splendidi di passione e di capacità intellettuale; non hanno nessun limite da questo punto di vista. Non ritengo, quindi, che sia una questione di stereotipie. È sempre una scelta di priorità. Ci sono delle aspettative di carriera che, obiettivamente, non sono molto compatibili con la famiglia. In genere, nella coppia, uno solo fa carriera; è un'anomalia, in questa società, che siano entrambi a farla. Dal 1999, in seno all'Università del Salento, è nato il “Comitato Pari Opportunità” per sostenere la donna ed evitare discriminazioni di genere. Adesso, però, la Camera ha approvato un DDL con il quale si prevede l'accorpamento del suddetto Comitato con i comitati paritetici sul mobbing. Considera positivamente questa unione? Secondo me questo è un serio problema. Innanzitutto, questo tema delle pari opportunità sta diminuendo come importanza. Qui da noi, tra il personale tecnico-amministrativo, abbiamo più impiegate che impiegati, tant'è che, in questo momento, abbiamo quarantaquattro donne in congedo per maternità. Io ritengo che la pari opportunità sia un valore da mantenere, per cui tutto quello che si può fare è educare alla pari opportunità per non fare sorgere o risorgere una mentalità maschilistica. Attualmente, in realtà, è più forte il timore del mobbing, che non ha provenienza di genere, in quanto esercitato da una persona forte su una persona più debole, uomo o donna che sia. Il principio è lo stesso: si tratta sempre di difendere i più deboli. Le due problematiche potrebbero quindi non essere considerate separatamente. Quello che è importante è continuare e accelerare il processo di sensibilizzazione alle pari opportunità. Sia il CUN che i vari Comitati per le Pari Opportunità delle Università italiane hanno chiesto spiegazioni alla Ministra Gelmini riguardo al futuro di questi enti ma, pare, non sia pervenuta alcuna risposta… Dovrebbe riproporre questa domanda al Ministro Gelmini. Io ritengo che non basti una volontà negativa, seppure ministeriale, per fermare un processo virtuoso portato avanti da una forte base popolare. Leggo su Internet che il nostro Ministro dell'Economia pensa che in Italia ci sia “lavoro a non finire” e che “semplicemente i giovani italiani sono poco inclini all'umiltà, hanno studiato troppo e si sono montati la testa”. Sono i migranti, secondo Tremonti, ad accettare questi lavori, tanto che, secondo le sue stime, tutti i migranti in Italia lavorano. Secondo lei, è sbagliato studiare troppo e cercare una realizzazione di sé coerentemente con il proprio percorso di studi? Le aspirazioni dell'individuo sono il motore dello sviluppo di un Paese. Genitori che non hanno un alto livello di scolarizzazione hanno il sogno del figlio laureato e professionista, e vedono la laurea come ascensore sociale. L'eccesso di studi genera esseri pensanti e gli esseri pensanti non sono troppo controllabili. Mi sembra che la visione del Ministro Tremonti sia limitata e riduttiva, diciamo scherzosamente da ragioniere, che onestamente non riconosco in un professore universitario, che generalmente possiede uno spirito critico più ampio. È un errore pensare che un Paese non debba investire nell'educazione dei suoi figli. Oggi, poiché con la globalizzazione tutto sta cambiando e ci si trova ad avere una manodopera a bassissimo costo nei Paesi in via di sviluppo di tutto il mondo, noi non potremo più sopravvivere facendo gli operai. Non ci sarà più un gran lavoro per le tute blu, visto che la Cina sta diventando l'opificio del mondo. Noi, quindi, non possiamo sopravvivere attraverso la bassa manovalanza; possiamo sopravvivere solo grazie all'innovazione, all'alta tecnologia e allo sviluppo. Dobbiamo investire verso i servizi qualificati. D'altra parte, a sostegno di questa visione, c'è la politica economica della Germania che ha fatto esattamente il contrario di quello che ha voluto fare il Ministro Tremonti da noi. La Germania ha investito nell'innovazione, nella ricerca e nel sistema universitario. Il risultato è che, nello stesso momento di crisi globale internazionale, la Germania sta correndo a velocità tripla rispetto al nostro Paese, oggi vanta una crescita del PIL del 4,5% contro uno scarso 1% italiano. L'Italia, difatti, sta pagando le conseguenze di un'aggressione miope nei confronti dell'università e di tutto il sistema della conoscenza. Con tutte le problematiche che vi sono oggi legate al mondo del lavoro e alla difficoltà di trovare un'occupazione, trova giusto porre dei limiti di età per partecipare a un concorso, visto che oramai l'età media per trovare un lavoro è intorno ai quarant'anni? Non ci sono più, però, questi limiti di età per i concorsi pubblici. Questo è stato, di fatto, superato. È vero però che non è giusto che qualcuno abbia un lavoro stabile, a tempo indeterminato, a quarant'anni, perché a quarant'anni, negli altri Paesi, si comincia addirittura a pensare a cosa fare da pensionati. Negli Stati Uniti, un cinquantenne è considerato già usurato; è una persona che non ha più quelle capacità e quelle genialità che ha un giovane di venti, trent'anni. Di conseguenza, noi dobbiamo stare attenti a questo invecchiamento della forza lavoro del nostro Paese. L'idea di un lavoro sicuro, stabile e a tempo indeterminato, però, è un'idea molto italiana. In futuro, invece, il lavoro non potrà conservare gli attuali margini della certezza; il lavoro a tempo determinato, precario è considerato più che valido in tutti i Paesi del mondo. Difficilmente, secondo me, si riuscirà a mantenere la logica del posto fisso, ma si ritornerà a un precariato diffuso su tutto il territorio. L'università ha, in questo contesto, la situazione peggiore perché c'è questa insensata aggressione governativa sul sistema, basata sull'idea che qui tutti sprechino denaro, che non si competa sul mercato internazionale, trascurando il fatto che la nostra ricerca è collocata al settimo posto nel mondo, un miracolo, visto che il costo destinato alla ricerca da parte dello Stato è uno degli ultimi nel mondo. Il Prof. Cammelli dell'Università di Bologna, in un articolo su “Repubblica”, dichiara la sua profonda amarezza per un sistema che, invece di premiare gli studenti più bravi, si accanisce proprio su di loro vanificando i loro sacrifici e quelli della loro famiglia… Le preoccupazioni di Cammelli sono condivisibili. Noi siamo passati da un dopoguerra in cui grazie al lavoro dei giovani si mantenevano gli anziani, a una situazione in cui grazie alle pensioni degli anziani stiamo mantenendo i giovani, che invecchiano senza trovare lavoro. Il Paese è completamente cristallizzato in ruoli fissi e immutabili. La classe politica, per esempio, non si sta rinnovando adeguatamente, non è capace di rappresentare bene il Paese, sono sempre gli stessi a fare errori strategici ma a non farsi mai da parte, promuovendo l’idea che comunque siano i migliori e non ci sia alcuno in grado di sostituirli. Ci vorrebbe un vero un salto generazionale, perché tale salto generazionale richiederebbe l’avvio di un processo che porterebbe giovani menti non sclerotizzate e non abituate allo status quo degli ultimi venticinque anni, a gestire il Paese adeguatamente innovando l’approccio e cambiando il punto di vista. D’altronde, storicamente le grandi svolte italiane hanno visto i giovani come artefici, dal Risorgimento alla Costituzione, che fu scritta da trentenni… Il problema è che, da quel momento in poi, la maggior parte di questi non ha più lasciato la scena politica e ha continuato a gestire la cosa pubblica, perdendo però l’entusiasmo e la capacità innovativa, perché, è inutile nasconderlo, con l'età queste caratteristiche si perdono. Ho notato che, da quando è stato eletto, lei ha sempre dato importanza al dialogo con i suoi studenti. Nella situazione attuale, ovvero di grande difficoltà di impiego, cosa dice lei a quegli studenti demotivati che oggi guardano al proprio futuro con grande ansia e che le chiedono in cosa possono sperare? Quando incontro gli studenti, io dico sempre loro di guardare a un mercato non limitato che abbia una dimensione internazionale senza confini. Un mercato che non è Lecce, il Salento, la Puglia o l'Italia, o anche solo l'Europa. Se gli studenti sono bravi e hanno voglia di crescere, non possono pensare di essere legati a un territorio che, peraltro, ha un contesto socio-economico in via di sviluppo e che, quindi, limita la loro crescita. Se sono brillanti, il loro obiettivo è quello di competere con chiunque nel mondo e ad altissimo livello. E l'università deve essere in grado di prepararli in modo che loro siano in grado di fare le cose meglio di chiunque altro. Leggo dal suo sito che “l'università non è un'azienda che deve creare prodotti e profitto, ma è un'istituzione la cui missione è quella di trasferire il sapere”. Come si combina questa sua visione della crescita e dello sviluppo con i tagli della Riforma Gelmini? Come sopravvive l'Università del Salento? Lo ha appena detto lei, l'università sta solo sopravvivendo tra stenti e difficoltà. Nel 2011 subiamo tagli di oltre 9 milioni di euro e già altri cinque milioni li abbiamo subiti nel 2010. Già durante il mio primo anno di mandato, abbiamo sanato tutte le situazioni che potevano essere considerate sprechi, di fatto riducendo a zero tutto quello che si poteva ridurre. Fatto questo, stiamo contenendo molto le spese: abbiamo avuto, per esempio, 85 persone che sono andate in pensione e non abbiamo potuto sostituirle; abbiamo chiesto due volte un incremento delle tasse. Grazie a queste misure, noi siamo ancora con il bilancio in pareggio e siamo una delle poche università italiane virtuose. Tuttavia, siamo davvero in grande difficoltà. Le faccio un esempio: la manutenzione ordinaria degli immobili è una cosa che non riusciamo più a fare e i nostri immobili tendono a deteriorarsi; tra pochi anni sarà necessario fare degli investimenti per la manutenzione straordinaria, molto onerosi perché privi della continua manutenzione che qualunque buon padre di famiglia usa per la cura della propria casa. Tutte le spese rinviabili sono state rinviate. La situazione è permanentemente drammatica. Gli sponsor aiutano? No. Gli sponsor non aiutano perché questo territorio non ha sponsor istituzionali di un certo livello. Questo è, tra l'altro, uno degli elementi importanti che la gente e la politica non hanno colto. Il Politecnico di Torino, per farle un esempio, ha stretto un accordo con la Fondazione San Paolo e ha ricevuto 11 milioni di euro per effettuare l'internazionalizzazione dell'università in tre anni. Noi non abbiamo un euro, invece, per sviluppare la nostra internazionalizzazione e la Fondazione Caripuglia, che è l'unica fondazione regionale di un certo livello, dispone, per tutta la regione, di appena 2 milioni e mezzo all’anno. Ovviamente, quando andremo a compararci su un parametro che riguardi la internazionalizzazione, come previsto dal Ministero, il Politecnico di Torino sarà molto più avanti e noi riceveremo meno soldi per questo parametro che non abbiamo potuto sviluppare per mancanza di risorse adeguate. Dovremmo riflettere sul fatto che le tre più grandi fondazioni italiane, Cariplo, Monte dei Paschi di Siena e San Paolo di Torino, ricevono gli utili in tutta l’Italia e, soprattutto, dalle regioni meridionali, ma fanno investimenti solo nei loro territori. In un certo senso, noi siamo ancora più impoveriti da un federalismo alla rovescia: le banche raccolgono dappertutto ma le loro fondazioni investono solo in luoghi limitati. D’altra parte, noi non abbiamo nessun aiuto dagli Enti locali, se non dalla Regione; le altre istituzioni non sostengono l’università se non per iniziative culturali, convegni ecc. Va detto, tuttavia, che il territorio non ha i margini economici per poter dare sostegno all'università come, invece, dovrebbe. Capita anche che si trovino forme di cooperazione reciproca che poi naufragano, veda il caso inspiegabile del Convitto Palmieri. In questa situazione, quindi, siamo da considerare un'università italiana di serie B? No, il fatto di essere virtuosi ci fa giocare ancora in serie A, anche se non so ancora per quanto tempo e come, visto che perdiamo giocatori, anche molto buoni, senza poterli sostituire e rischiamo di giocare in 10 o addirittura in 9, per dirla in maniera calcistica, contro avversari forti che hanno i mezzi per mantenere, addirittura tra le riserve, una gran quantità di ottimi giocatori.. Eppure ho letto la classifica de “Il Sole 24ore”, secondo cui noi siamo parecchio giù, al 54esimo posto… Innanzitutto va precisato che le classifiche vengono stilate sulla base di parametri di valutazione che pretendono di essere oggettivi ma non lo sono. Veda, per esempio, le classifiche sulla vivibilità delle città che non vede Lecce ai primi posti, eppure chi vive qui non ha questa percezione. I parametri relativi alle Università sono creati per posizionare gli Atenei secondo una logica fittizia. Il dato da considerare è quello dei conti, e noi siamo tra le prime 19 università italiane virtuose del Paese. E siamo anche un'anomalia, perché essere virtuosi, in questo contesto socio-economico, non è assolutamente facile. Abbiamo anche una ricerca di buon livello, e questo conta per essere in serie A. Abbiamo punte di diamante come la nanotecnologia, che ci è riconosciuta in Europa come punto di riferimento, nonché altri settori ritenuti di alto livello. Nel sistema nazionale della ricerca siamo una università reputata. Un dato che ci penalizza, per esempio, è il numero di studenti che da altre regioni vengono a studiare a Lecce. Anche questo parametro, come è facile intuire, risente molto di condizionamenti socio-culturali che non hanno niente a che fare con la qualità complessiva dei servizi offerti dalla nostra Università. Stesso discorso vale per il parametro relativo all’occupabilità dei nostri laureati entro i tre anni dalla laurea. E a questo proposito vorrei chiedere a chi elabora questi parametri: se il territorio è tra gli ultimi del Paese, in base a quale criterio si aspettano che l’Università abbia un diverso posizionamento? Che cosa fa il territorio e la sua politica per sostenere queste Università? Noi possiamo intervenire solo indirettamente sulle dinamiche politico-economiche di un territorio, quello che possiamo fare è una buona ricerca e una buona didattica, migliorare i servizi agli studenti e il supporto agli Enti territoriali, ed è quello che stiamo facendo, prove alla mano. Stiamo parlando a lungo di progresso e di scienza. Eppure Lewis Carroll, che era un matematico puro, con “Alice nel Paese delle Meraviglie” ci rammenta l'essenzialità dello spazio simbolico di cui è costituita, persino in misura principale, la nostra mente. Come si lega, se si lega, la scienza con la mente simbolica? Io credo che lei individui in questo il concetto di “creatività”. La scienza tende, di fatto, ad essere un tantino arida. Gli studi di tipo scientifico hanno una forma mentis molto quadrata, effettivamente molto efficiente, però priva di quello spunto creativo che, invece, la cultura umanistica dà in modo molto più deciso. Il futuro è fatto di maggiore interdisciplinarietà, perché la mancanza di creatività appiattisce anche le possibilità di innovazione dei vari processi. Per fortuna, noi abbiamo ancora un sistema scolastico che vede due grandi scuole, quella scientifica e quella classica, le quali danno una buona formazione e che, di fatto, mantengono le due tendenze polari che si svilupperanno nell'università. Però ha ragione, noi dovremmo preoccuparci di un maggiore scambio tra le due culture. Quella scientifica tende a sclerotizzare comportamenti razionali che non sono virtuosi dal punto di vista della creatività. Molti docenti dell'università lamentano un generale calo dello spessore culturale degli studenti universitari di oggi rispetto al passato. Molti di loro non si esprimono adeguatamente, né dimostrano una sufficiente capacità scrittoria. Cosa ne pensa di questa situazione? Io sono molto preoccupato. Sei anni fa, quando ero Preside di Facoltà, ho anche denunciato questa situazione. Noi avevamo un test di valutazione nazionale per gli studenti di ingegneria – che erano poi anche quelli che arrivavano con le valutazioni migliori – che ha palesato che questi ragazzi avevano deficit terribili in logica e in comprensione verbale, ovvero leggevano e non capivano. Questo, chiaramente, significava avere poi delle difficoltà oggettive davanti a testi complessi come quelli matematici o di fisica. Secondo me, il problema viene dalla scuola che, nel suo complesso, ha abbassato il suo livello di qualità: il merito nella scuola è diventato un optional. Allo studente che non studia è diventato difficile fargli ripetere l'anno, così facendo demotivando tutti, anche quelli bravi. E l'università, secondo lei, non ha abbassato il suo livello? Lo ha fatto solo la scuola? Nell'università italiana è sicuramente calata la qualità dell'ingresso e, per questa ragione, alcuni corsi di studio hanno abbassato il proprio livello. Ma altri, come quelli legati alla sicurezza dei cittadini, non hanno potuto farlo. D'altra parte, basta riflettere su cosa comporterebbe il dimensionamento errato di un supporto alare di un aereo progettato da un ingegnere impreparato: si verificherebbe una strage! È ovvio che, diminuendo la preparazione in logica e in comprensione verbale, gli studenti di queste discipline si trovano di fronte a difficoltà maggiori. Quello che occorre fare in questo Paese è ripristinare il merito e ricordare a tutti i giovani che conseguire la maturità non è un atto dovuto da parte della scuola, bensì una conquista che deve essere frutto del loro impegno e della loro serietà, e che solo questo li porterà a un adeguato livello professionale. Fino a quindici anni fa, i nostri “maturi” erano tra i più bravi del mondo, adesso noi siamo scesi al 40esimo posto. La materia prima è molto peggiorata. In ambito universitario, poi, il sistema dei crediti e l’attribuzione dei fondi ministeriali legata al numero di crediti erogati hanno fatto sì che in alcune università si sia abbassato il livello di preparazione per ottenere maggiori fondi dal Ministero. Non è il nostro caso. Noi sappiamo bene che una laurea conseguita senza merito significa creare turbative nel mondo del lavoro. Ritengo che questa logica di collegare il finanziamento ministeriale al numero di laureati o di studenti che fanno esami abbia risvolti che forse i legislatori non avevano previsto. Numerose persone ritengono che l'università italiana si sia un po' meritata i tagli della Riforma Gelmini. C'è, da parte di qualcuno, la convinzione che dopo annualità reiterate di sprechi, baronati, favoritismi e ingiustizie, l'università italiana si pianga adesso addosso senza ammettere le proprie responsabilità. Cosa risponde a queste persone? Mi congratulo con loro per la campagna di comunicazione che, negli ultimi anni, è riuscita a demonizzare l’Università italiana. Devo, tuttavia, rilevare che usare mezze verità per mascherare le bugie vere non è corretto. È vero che ci sono stati casi di favoritismi, situazioni non adeguate, concorsi fatti male. Ma è altrettanto vero che questi casi riguardano una minoranza della popolazione universitaria, che è fatta in gran parte da gente che lavora seriamente. E attribuire questo ‘malcostume’ alla sola Università è profondamente ingiusto in un Paese, poiché il nepotismo dilaga in tutti gli ambiti: nell’industria, nel mondo dello spettacolo, nella politica, persino nel calcio. Quanti politici hanno i figli in politica? Bossi lo ha appena dimostrato… Nel mondo del cinema abbiamo dinastie familiari di attori, così anche nel settore del giornalismo, padri che spianano la strada ai figli. Posso farle centinaia di nomi. Tutto il sistema si fonda su questa foggia di familismo spinto, ed è vero che anche l'università ha avuto forme di questo genere ed è stata messa, per questo, sotto osservazione amplificata. Ma ribadisco che, in fin dei conti, più del 95% delle persone che lavora nell’università lo fa in modo serio e corretto. Ritengo, comunque, che l’aggressione nei confronti del sistema universitario debba cessare, poiché da questo dipende la dirigenza del futuro. Fare danni all'università vuol dire poi ribaltare tali danni sui giovani, sul nostro futuro e sull’intero Paese. D’altra parte, chi si è fatto un’opinione negativa dell'università italiana sulla scorta di quanto legge sui giornali, non conosce veramente la realtà universitaria. I laureati, invece, che parlano male dell'università dovrebbero poi spiegare perché sono orgogliosi del loro titolo di studio e perché stanno andando avanti nella vita grazie ad esso. Diciamo, quindi, che c'è stata un'aggressione mediatica, organizzata bene, che ha prodotto un grande danno di immagine all’università italiana la quale, invece, fa miracoli rispetto agli altri comparti del nostro Paese. Ricordo che siamo tra gli ultimi del mondo per libertà di stampa e per produttività industriale, per fare solo due esempi proprio nel settore di coloro che parlano incautamente dell’università, e non sono certo in grado di produrre risultati migliori. C’è una verità in tutto questo discorso, che molti tendono a trascurare: l’Università rappresenta scienza e cultura, e i suoi ricercatori, i suoi scienziati sono, di fatto, gli animatori del progresso della nostra civiltà, che non lavorano per un partito in particolare o per uno schieramento, ma per la crescita del Paese e dell'umanità intera. Abbiamo quindi un ruolo molto forte; basta solo ricordarlo alla gente, che spesso è vittima inconsapevole delle ‘verità’ mediatiche, che stanno devastando il Paese. Avrei ancora un paio di domande, sul nucleare e sulla fede… ma mi rimangono in gola… Guardando l'orologio, mi rendo conto che ho già sforato di venti minuti rispetto della mezzora concessami inizialmente. Il Rettore è stato fin troppo cordiale, lo saluto e lo ringrazio per la sua disponibilità. Davvero.

Sostieni il Tacco d’Italia!

Abbiamo bisogno dei nostri lettori per continuare a pubblicare le inchieste.

Le inchieste giornalistiche costano.
Occorre molto tempo per indagare, per crearsi una rete di fonti autorevoli, per verificare documenti e testimonianze, per scrivere e riscrivere gli articoli.
E quando si pubblica, si perdono inserzionisti invece che acquistarne e, troppo spesso, ci si deve difendere da querele temerarie e intimidazioni di ogni genere.
Per questo, cara lettrice, caro lettore, mi rivolgo a te e ti chiedo di sostenere il Tacco d’Italia!
Vogliamo continuare a offrire un’informazione indipendente che, ora più che mai, è necessaria come l’ossigeno. In questo periodo di crisi globale abbiamo infatti deciso di non retrocedere e di non sospendere la nostra attività di indagine, continuando a svolgere un servizio pubblico sicuramente scomodo ma necessario per il bene comune.

Grazie
Marilù Mastrogiovanni

SOSTIENICI ADESSO CON PAYPAL

------

O TRAMITE L'IBAN

IT43I0526204000CC0021181120

------

Oppure aderisci al nostro crowdfunding

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Info sull'autore

Avatar

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!