Studiare e poi? I giovani, il precariato e il lavoro che cambia

Scenari, previsioni e prospettive per superare la crisi di fiducia e guardare al futuro, gettando il cuore oltre l’ostacolo

Il lavoro flessibile è una realtà con cui, soprattutto le nuove generazioni, si trovano a fare conti. La sfida da affrontare è far sì che la flessibilità lavorativa in entrata nel mondo del lavoro non si trasformi in ineluttabile precarietà. Tale condizione infatti si traduce nei giovani nell'incapacità di programmare e determinare il proprio futuro.

Una volta la domanda che ci si poneva quando si era ancora bambini o adolescenti era “cosa farò da grande?”. Di questi tempi, non sono solo i giovani a porsi questa domanda, o meglio, la categoria “giovani” comprende una platea sempre più vasta di soggetti che arriva ben oltre i 40 anni. A rendere giovani quelli che una volta sarebbero stati considerati padri o madri di famiglia, non è solo l’allungamento della vita media, ma piuttosto lo status di “precariato” che porta sempre più “giovani” a restare oltre il limite entro le mura familiari e a non crearsi una propria vita autonoma. Secondo l'Istat quasi l'80% degli italiani tra i 18 e i 39 anni vive ancora a casa con i genitori. La maggior parte di questi non ha una reale alternativa a causa dell'instabilità economica dovuta al lavoro svolto. Se in passato la continuità e la stabilità lavorativa erano la premessa per quella esistenziale e tale concordanza permetteva una concreta progettualità, oggi la sfida è costruire un futuro su fondamenta quali l'incertezza e la scarsa prevedibilità. Negli ultimi anni il ricorso a forme di lavoro “flessibile” o “atipico” (contratti a tempo determinato, apprendistato, interinali lavoratori co.co.co, a progetto, occasionali ecc) ha interessato oltre 4 milioni di persone prevalentemente giovani. I salari di ingresso di questi lavoratori, nonostante il maggior grado di istruzione, sono molto più bassi delle generazioni precedenti. Stando al Rapporto Plus dell’Isfol, solo il 17% dei contratti atipici sono giustificati da esigenze di flessibilità produttiva, mentre il 12 % è utilizzato per un progetto o commessa, il 10 % per la sostituzione di personale assente. Ben il 61% restante è dovuto invece alla volontà di contenere i costi del lavoro e ridurre i vincoli al licenziamento. Il mercato del lavoro si presenta dunque in forma di conflitto “generazionale” tra garantiti e non garantiti. Ma la situazione più anomala riguarda soprattutto i laureati per i quali le forme di lavoro atipico incidono in maniera decisamente maggiore rispetto a coloro che possiedono titoli di studio inferiori. Se ne deduce che il principale destinatario della precarietà è proprio il giovane laureato. Gli studi e l'università infatti non garantiscono mobilità sociale o vantaggi tangibili in termini di carriera, a meno che non vi sia alle spalle una famiglia già benestante. Inoltre in Italia il tasso di disoccupazione dei laureati è pressoché pari a quello dei diplomati, e il salario di ingresso di un laureato è pressoché lo stesso di un diplomato. L’ultima indagine sui bilanci delle famiglie di Bankitalia ha mostrato come l’aumento della diseguaglianza di redditi in Italia investe la dimensione anagrafica: non aumenta semplicemente la disuguaglianza, ma si allarga la forbice della crescita del reddito a svantaggio soprattutto di chi oggi ha meno di 44 anni e che negli ultimi cinque anni si è impoverito in termini assoluti. Come può un Paese investire sul proprio futuro se lascia che siano proprio le generazioni più giovani e preparate quelle più esposte alla precarietà e all’immobilismo sociale? Alla luce di questo scenario allarmante, in attesa che la politica elabori soluzioni in grado di ridurre o invertire questa tendenza, è lecito domandarsi se, la scelta di studiare, di laurearsi e di continuare a formarsi nel corso della vita sia davvero quella più saggia. Rifacendosi al modello americano, ci era stato detto che dovevamo prepararci, ancor di più che nel passato, a cambiare lavoro più volte nell’arco della vita, a migliorare costantemente la preparazione e a mantenersi aggiornati. Ma è davvero solo un problema di “cultura del lavoro” o piuttosto l’incapacità del sistema formativo di indirizzare ed orientare le scelte delle persone verso un mondo del lavoro profondamente cambiato? Andrebbe detto a coloro che oggi si accingono a fare scelte inerenti la propria formazione quali sono le reali prospettive del mercato, quali i mestieri più richiesti e i profili professionali emergenti. Andrebbe detto per esempio che, con l’invecchiamento della popolazione, i servizi alla persona avranno un boom. Non si tratterà solo di badanti, infermieri, assistenti e geriatri, ma anche di bio-ingegneri (progettisti di protesi e pezzi di ricambio per il corpo umano) per i quali si prevede una domanda in crescita addirittura del 72% in 10 anni. L’attenzione alla persona, alla sicurezza e alla qualità della vita porterà ad una richiesta di figure dedicate all’estetica e al benessere, ma anche di personale addetto alla sicurezza, alla pulizia, alla cura e manutenzione della casa (imbianchini, idraulici, muratori, elettricisti, cuochi ecc.). Sarebbe opportuno segnalare che le sfide energetiche e gli obiettivi posti dall’UE su questo fronte (descritti nel documento “Energia 2020″) creeranno ottime chances occupazionali nel settore della green economy, specie nel solare termico, nel fotovoltaico, nell'eolico e nelle biomasse. E ancora che i trend del turismo mondiale sono in crescita e che saranno sempre più richiesti profili professionali in questo settore magari in grado di coniugare competenze tecnico-manageriali e contenuti digitali web 2.0. Insomma, tra previsioni e pronostici sui mestieri del futuro, tra nanomedici, esperti di domotica e rifiuti, tour operator spaziali e psicotearpeuti della carriera (“life coach”) una cosa sembra certa: nel futuro vi sarà sempre più spazi per i lavori “creativi”. Saranno intesi “creativi” non solo coloro che operano come oggi nel settore del marketing, della pubblicità o dello spettacolo, ma tutti coloro che sapranno inventare, reinterpretare ed innovare mestieri anche tradizionali apportando il valore aggiunto di stare al ritmo del mondo che cambia.

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