Le donne 'oltre i fornelli'. Storie di successo e di possibilità

Lecce. Oggi pomeriggio, alle 15.30, nel carcere di Borgo San Nicola, le detenute festeggiano le donne con uno spettacolo teatrale dedicato a coloro che riescono a realizzare le proprie aspirazioni al di là dei ruoli tradizionali assegnati

C’è un gruppo di detenute del carcere di Lecce che, sotto la guida di Stefania Miscuglio, un’esperta di didattica, si appresta a mettere a punto gli ultimi dettagli di una rappresentazione teatrale che andrà in scena fra poche ore. Nel dietro le quinte della sala degli spettacoli di Borgo San Nicola, fervono i preparativi per l’allestimento di una rappresentazione che, prendendo spunto dalla “Avventurosa vita e sventurata morte di Giovanna D’Arco, la Pulzella d’Orléans”, in maniera leggera e paradossale, facendo ricorso ad alcune tecniche del teatro popolare come le marionette o l’uso dei dialetti regionali, racconta di donne. Di quelle che vogliono e riescono a compiere la loro personale vocazione. Come la Santa Protettrice di Francia che, indossata la pesante armatura di foggia maschile, guidò vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi e riunificò il proprio paese durante la Guerra dei Cent’Anni. Finì i suoi giorni bruciata viva, a soli 19 anni, accusata di aver indossato abiti da uomo e di aver scavalcato l’autorità della Chiesa, ubbidendo direttamente alla voce di Dio. Vita breve e intensa, sicuramente irripetibile. Un’eccezione che conferma la regola, però. Aspirazioni al femminile, infatti, se ne possono rivelare e di ogni colore. A partire da quelle dei corpi reclusi nei penitenziari, tra spazi ristretti, muri grigi e porte di acciaio che si impegnano a fondo per la riuscita di uno spettacolo teatrale, fino a chi, tra percorsi di sofferenza ed emancipazione, riesce a gridare soddisfazione. Perché i successi non sono accidentali, divinatori né frutto di visioni solitarie, ma figli delle storie personali. E non ci sono fornelli né ritorsioni e gelosie dell’altro sesso che tengano. Nulla contro le stoviglie, ma le catene dei ruoli tradizionali si spezzano di fronte all’autonomia di voler scegliere per sé. E le donne, nel metterci “del loro”, non si tirano indietro. Non sono il coraggio nè la capacità a far difetto: con fegato da vendere e volontà di sbrigarsela da sole, procedono su strade di valore. Ma il merito senza l'accesso non è a. Mancano le possibilità. Per tutti, e in particolare per qualcuno. Affinchè il genere non sia una discriminante per l'esclusione, si invocano le pari opportunità. Che forse, però, sono meno importanti delle opportunità e basta, che ci accomunano potenzialmente e ci differenziano in atto. Certo, i rapporti di forza sono cambiati o stanno cambiando. Tra donne e uomini, tra donne e società. Accanto ai tradizionali carichi familiari, è cresciuta la loro presenza nel mondo del lavoro e aumenta il loro peso nei processi decisionali, nonostante il regresso quotidiano offerto dalla modernità della comunicazione che priva il femminile di ogni soggettività e lo espone al massacro di genere. Un mercato di corpi in ostaggio potenzialmente saturo per quanto sfruttato, ma che fagocita tutto. Anche la tenerezza e il pudore. Diventare l'oggetto delle libertà altrui significa non essere liberi. La tutela dei diritti della lavoratrice, della madre e della donna in quanto tale non salvano dalle violenze, ma probabilmente sono una tappa significativa del cambiamento culturale che fa giustizia della dignità come dato collettivo e individuale.

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