Sono di Perrone e Margoleo le ossa rinvenute dieci anni fa

Lecce. La consulenza medico legale ha stabilito con certezza che i resti rinvenuti tra Ugento ed Acquarica appartenevano ai due ragazzi di Casarano scomparsi nel luglio dell’89

LECCE – Ci sono storie che sembrano riaffiorare improvvisamente dagli abissi del tempo, con il loro carico di mistero e di spietata ferocia. Oggi, a distanza di oltre dieci anni dal ritrovamento, le ossa rinvenute casualmente da un agricoltore in una fredda mattina d’inizio 2001 (era il 9 gennaio), in un campo incolto in contrada Volpi-Baroni, tra Ugento e Acquarica del Capo, hanno finalmente un’identità. La consulenza medico legale affidata nel maggio scorso dal sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Giuseppe Capoccia, al professor Francesco Introna (uno degli esperti che ha lavorato al caso di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa nel 1993, i cui resti sono stati rinvenuti il 17 marzo scorso nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza) e al medico legale Alberto Tortorella ha stabilito con certezza che le ossa appartengono ad Adriano Perrone e Sergio Margoleo. I due, originari di Casarano, erano scomparsi nel a rispettivamente il 27 e il 29 luglio del 1989, all’età di 23 e 19 anni. A rendere possibile l’identificazione è stata, come descritto nella lunga e complessa perizia, resa particolarmente difficoltosa dal fatto che le ossa erano state esposte agli agenti atmosferici per diversi anni e in parte carbonizzate, la comparazione di alcuni frammenti di dna mitocondriale con alcuni parenti delle vittime. In tal modo i due esperti della Procura hanno accertato, senza ombra di dubbio, l’identità dei due scomparsi, stabilendo anche cause e modalità della morte. Quella di Perrone e Margoleo sarebbe stata una vera e propria esecuzione in stile mafioso. Le fratture provocate ante mortem (con ogni probabilità con un bastone), mandibola e omero sinistro nel caso di Margoleo e diverse costole in quello di Perrone, raccontano di un brutale pestaggio avvenuto prima dei colpi mortali sparati alle spalle. Gli aguzzini avrebbero finito le giovani vittime sparando almeno due colpi a testa. Nella consulenza, infatti, si evidenzia come Perrone sia stato colpito da un proiettile alla scapola destra e uno nella regione lombo-sacrale; mentre per il 19enne i colpi sono stati esplosi rispettivamente al capo e al torace. A distanza di oltre vent’anni si riapre dunque un caso che sembrava destinato a rimanere irrisolto e sepolto nella polvere degli archivi degli uffici giudiziari. Un “cold case”, come sono definiti tutti quei casi in attesa di risoluzione da molti anni, con la speranza che un indizio, una nuova prova o una testimonianza possano servire agli inquirenti a riaprirli e magari risolverli. L’identificazione dei resti ha permesso non solo di portare alla tragica fine di due giovani vite inghiottite dall’abisso del crimine, ma anche di aprire un nuovo fascicolo per duplice omicidio a carico di ignoti. Al vaglio del pubblico ministero Giuseppe Capoccia ci sono ora le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che negli anni scorsi hanno ricostruito lo scenario in cui sarebbe avvenuta l’esecuzione di Perrone e Margoleo. I due, vicini agli ambienti criminali e con problemi di tossicodipendenza, sarebbero stati puniti per uno “sgarro” (forse un furto o una rapina) compiuto ai danni della persona sbagliata. Per questo, secondo alcuni “pentiti” che nei prossimi giorni potrebbero essere nuovamente sentiti dagli inquirenti, qualcuno avrebbe ordinato di colpire le vittime in maniera esemplare. I collaboratori di giustizia avrebbero ricostruito in maniera dettagliata mandanti ed esecutori dei due omicidi, fornendo dettagli e nomi che farebbero riferimento a persone ancora in vita e a piede libero. Informazioni cui ora gli investigatori stanno cercando di dare riscontro e che potrebbero portare, nei prossimi giorni, all’iscrizioni di alcuni nomi nel registro degli indagati.

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