Centocinquantenni

Dal Nabucco di Verdi, l'altro inno nazionale

In prigionia c'è sempre un momento in cui almeno il pensiero può volare libero e andar dove gli pare, oltre le sbarre, fino a provocare autentici fenomeni di transe. L'esempio decisamente più famoso di pensiero alato è il verdiano coro del “Nabucco”, in cui gli ebrei, fatti schiavi dai babilonesi, tornano col ricordo al suolo natal. Composto su versi di Temistocle Solera, figlio di un patriota detenuto nel carcere dello Spielberg con Pellico e Maroncelli, il brano divenne una vera e propria canzone politica nell'Italia del Risorgimento, finito il quale Solera andrà a fare il poliziotto in Basilicata, poi in Egitto. L'immagine, presa dal salmo 137, della cetra (arpa d'or) appesa al salice, ossia del canto impossibile eppure necessario finché dura l'esilio, tornerà in una poesia di Quasimodo che descriveva l'Italia in guerra, terra desolata di vittime crocifisse al palo del telegrafo. Come italiani, il prossimo 17 marzo compiremo 150 anni e forse non ce li portiamo molto bene. È che per dare il meglio di noi avremmo bisogno, come Carmelo Bene in “Nostra Signora dei Turchi”, di una barbarie tutt'intorno. Fortune, queste, che non capitano più. Chissà se per estinzione della barbarie o per sopravvenuto imbarbarimento.

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