Imprese. In Puglia più ‘rosa’ che in Italia

Una ricerca del Cna fornisce l’identikit delle imprenditrici di oggi e misura la femminilizzazione delle imprese italiane. La Puglia con un 24% è al di sopra della media nazionale

Hanno creato dal a la propria impresa, puntano sulla qualità, non ricorrono a prestiti e non sono soddisfatte dei servizi e le azioni di sostegno. E’ il quadro che emerge da una ricerca effettuata della Cna su un campione di 101 piccole e medie imprenditrici associate, presentata nel corso del convegno “L'altra metà dell'economia, imprenditrici che crescono“, volto a celebrare il ventennale di Cna Impresa Donna. In generale nel 2010 è stato registrato un incremento del tasso di femminilizzazione nel mondo delle imprese. Per ciò che riguarda la Puglia, su un totale di 384.761 imprese presenti in regione, 92.533 sono femminili, a fronte delle 292.228 maschili. Ciò significa un tasso di femminilizzazione pari al 24%. Dato superiore alla media nazionale (23%) ma inferiore rispetto a quello relativo al resto dell’Italia meridionale, pari a 26%. Fanno meglio della Puglia, il Molisse (30%), la Basilicata (27,9%), l’Abruzzo (27,7%), la Campania (27%), l’Umbria (25,7%), la Calabria (24,9%) e la Sicilia (24,7). Il Mezzogiorno nel suo complesso registra percentuali di femminilizzazione più alti rispetto al resto d’Italia; al Centro ad esempio, la percentuale è del 23,8%, mentre al Nord Ovest si ferma al 21,6% ed al Nord Est addirittura al 21,2%. Entrando nello specifico dei risultati emersi dalla ricerca, la maggioranza delle intervistate ha oltre 40 anni il (70% ), vanta un'esperienza di oltre dieci anni (73,3%,), è diplomata (56,4%), risulta titolare della propria azienda (53,5%), e lavora soprattutto al Nord (51,5%). Per quanto riguarda i settori di attività, le più rappresentate risultano essere coloro che si occupano dei servizi alla comunità (18,8%), moda (17,8%) e produzione (13,9%), cui seguono le imprese che operano nell'ambito artistico e tradizionale (11,9%), nella comunicazione e terziario avanzato (10,9%). Quote inferiori al 10% del campione appartengono al settore degli alimentari (8,9%), del benessere e sanità (7,9%), dell'istallazione e impianti (6,9%) e soltanto tre intervistate risultano imprenditrici nell'ambito delle costruzioni. A causa anche delle piccole dimensioni un'ampia maggioranza delle imprese (il 62,4%) lavora prevalentemente in ambito locale o regionale, a fronte del 27,7% che presenta un mercato su scala nazionale e di un marginale 2% che lavora principalmente con l'estero. Un'indicazione particolarmente interessante riguarda la presenza di familiari occupati all'interno delle imprese gestite da donne, che evidenzia chiaramente un forte radicamento o comunque un forte coinvolgimento della sfera parentale (59,4%), nell'esperienza imprenditoriale femminile. Tra le intervistate che impiegano uno o più familiari all'interno delle proprie aziende, sono i fratelli le figure più citate (66,3% dei casi), seguiti dai genitori (63,4%), dal coniuge (62,4%) e dai figli (56,4%). È quindi il nucleo più ristretto a partecipare della vita e del sostegno dell'impresa, sottolineando indirettamente il ruolo sempre significativo dell'impresa familiare nella tradizione della produzione artigiana. Ben il 54% delle intervistate ha creato dal a una nuova impresa e lo ha fatto contando quasi esclusivamente sui propri capitali, soltanto il 12,1% delle intervistate ha infatti chiesto, e ottenuto, un prestito presso una banca per avviare l'impresa, a dimostrazione che il rapporto con il sistema creditizio resta particolarmente difficile per le pmi. Anche nella realizzazione dell'impresa tra le donne prevale il “fai da te”: l'85,5% dei casi di coloro che hanno dato vita a una nuova attività, infatti, ha elaborato personalmente il progetto, e il 63,4% non ha utilizzato alcuno strumento di analisi di mercato, affidandosi soltanto alle proprie capacità e intuizioni. In compenso però diffusa e prevalente risulta invece la partecipazione a corsi di formazione sulla costituzione e gestione di imprese (53,5%). La maggioranza ha confermato una tendenza a innovare prodotti e servizi: soltanto il 37,6% del campione registra infatti una sostanziale staticità, mentre un'ampia maggioranza delle imprenditrici (il 55,4%) attesta un cambiamento “parziale”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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