QUANDO LA RICCHEZZA NON FA LA FELICITA'

Oltre il PIL alla ricerca del benessere perduto – Parte 1

La complessità della realtà attuale, la globalizzazione, la crescita e la diffusione di nuove sensibilità, hanno reso evidente l'incapacità del PIL da solo a riflettere tutti gli aspetti e le esigenze della società moderna. Già nel 1934, lo stesso creatore del PIL, Simon Kuznets, presentando al Congresso Usa tale indice ebbe a dichiarare: “Il benessere di una nazione…non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”. Da allora il dibattito non si è mai interrotto ma solo oggi tutti condividono la necessità di guardare oltre al PIL per misurare il benessere reale di una Nazione…

La ricchezza non fa la felicità, recita un vecchio adagio popolare. Parafrasandolo si può dire che ormai il benessere di un popolo non può essere calcolato unicamente in termini di ricchezza e produttività, ossia di PIL. Prima ancora di Sarkozy in Francia e di Cameron in Gran Bretagna, già nel lontano 1968 Bob Kennedy affermava: “Il Pil misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Ma non furono gli Stati Uniti bensì il Bhutan, piccolo Stato himalayano, a mettere in discussione nel 1972 il PIL introducendo l’«indice della felicità nazionale lorda»: un metodo alternativo per calcolare il benessere della società. Il Bhutan, stando ai parametri occidentali basati sul PIL sarebbe una delle nazioni più povere della terra; in realtà nessuno muore di fame, non esistono mendicanti, né disoccupati, né criminalità, il 90 % della popolazione ha accesso gratis alla sanità, il 78 all’acqua potabile, l’88 al sistema fognario e l’aspettativa di vita negli ultimi 14 anni è passata da 47 a 66 anni. Se fino a 10 anni fa il dibattito sul PIL poteva sembrare meramente accademico dopo la crisi economico-finanziaria del 2008 ha subito un’accelerazione ed oggi, non c’è Paese che non si interroghi su come integrare il PIL con altri indicatori del benessere e del progresso. In Europa il dibattito sui limiti del PIL è stato avviato nel 2007 con la conferenza “Oltre il PIL- Misurare il progresso, la ricchezza e il benessere delle nazioni” in cui si prendeva atto che il PIL non era un indice del benessere e come tale non era in grado di rappresentare la società nella sua complessità. Ma l’iniziativa di individuare nuovi parametri per misurare il benessere sganciati dai valori della crescita della produzione di beni e servizi è stata concretizzata nel 2008 da Nicolas Sarkozy con la nomina di una Commissione di esperti guidata dal premio Nobel Joseph Stiglitz. Il rapporto Stiglitz consegnato nel settembre del 2009 non rappresenta solo una requisitoria contro il PIL ma una riflessione approfondita sulle strategie da adottare per elaborare statistiche in grado di cogliere il benessere nelle sue molteplici dimensioni: sociale, culturale, generazionale, relazionale. Per far capire meglio i limiti del PIL, gli esperti citano diversi esempi. Quello del traffico, il cui incremento può contribuire a far crescere il Pil perché aumenta il consumo di benzina, ma che al tempo stesso denuncia il ridotto miglioramento della qualità della vita. Oppure quello di un paese che se scegliesse di abbattere tutte le sue foreste o mandare i bambini a lavorare invece che a scuola potrebbe avere un effetto positivo sul PIL, oppure ancora quello di un uragano con migliaia di vittime e vaste distruzioni che potrebbe risultare benefico per il PIL grazie ai successivi lavori di ricostruzione. Queste misurazioni offrono una visione falsata, distorta o quanto meno parziale della realtà economica e sottolineano l’incapacità del PIL a misurare il benessere reale delle persone. Sull’onda di tali considerazioni, anche l’Italia si appresta a mettere in discussione il PIL. E’ di questi giorni la notizia che a partire dal 2011 Istat e Cnel vogliono affiancare al Prodotto Interno Lordo una serie di altri indicatori in grado di misurare il BES, il “benessere equo e sostenibile”. I nuovi indicatori dovranno tener conto dello stato psicofisico delle persone, dei livelli di istruzione e apprendimento, del lavoro, della sicurezza, dell’ambiente, dei rapporti interpersonali, del grado di partecipazione alla vita della società, della distribuzione di tutte le dimensioni del benessere, non solo quelle monetarie. Sapranno i nuovi indicatori stimolare la politica ad intraprendere un nuovo cammino verso un benessere più equo e solidale per le popolazioni? Sapremo riuscire a compensare in Felicità quello che ormai sembra venir meno in termini di Ricchezza?

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