Colitti jr: parola alla difesa

Per Bray non vi sono indizi “gravi, precisi e concordanti” a carico del giovane imputato, manca il movente

22 dicembre 2010 – Colitti jr: parola alla difesa E' stato oggi il turno della difesa di Vittorio Luigi Colitti il giovane imputato dell'omicidio di Peppino Basile, accusato di aver trattenuto il consigliere provinciale dell'Idv mentre il nonno lo accoltellava. Hanno quindi parlato gli avvocati Roberto Bray e Francesca Conte. Per Bray non vi sono indizi “gravi, precisi e concordanti” a carico del giovane imputato, manca il movente e le indagini sono state condotte in maniera superficiale e non hanno tenuto conto delle piste alternative Francesca Conte, che ha prodotto una memoria difensiva di 468 pagine, l’unico vero errore di Colitti jr è stata di aver mentito sull’orario di rientro a casa. Per il resto, la Conte, nel suo documento, ha smontato pezzo per pezzo tutto l'impianto acusatorio La sentenza è attesa dopo Natale. 20 dicembre 2010 – Processo Basile: chiesti 15 anni per Colitti jr “Signori giudici io non vi chiedo di avere coraggio ma di fare giustizia e in questo caso avete tutti gli elementi per farlo, senza ombra di dubbio. Chiedo la condanna di Vittorio Luigi Colitti alla pena di anni quindici di reclusione, tenuto conto delle circostanze attenuanti della incensuratezza e della minore all’età all'epoca dei fatti”. È questa la richiesta dell'accusa al termine della lunga requisitoria del processo per l'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Processo che vede imputato dinanzi ai giudici del Tribunale dei minorenni di Lecce Vittorio Luigi Colitti, il 19enne accusato, in concorso con il nonno, del brutale omicidio del politico ugentino. Sono le 14 quando l’accusa, con voce forte e chiara pronuncia la richiesta di condanna. In aula il silenzio è irreale. Il volto dell’imputato, così come quello di sua madre, è rigato da lacrime amare e silenziose. “Se non condannassimo l’imputato – dichiara il pubblico ministero Simona Filoni – in quest’aula avremmo due vittime: la prima Peppino Basile, ucciso dai Colitti in pochi minuti di pura follia. La seconda una bimba che ha avuto il coraggio di raccontare la verità, a caro prezzo. Lei è ancora lì, dietro quella finestra con i suoi occhioni neri, come una paladina della legge, con la forza che hanno solo gli innocenti e i giusti”. Il pm cita poi Voltaire: “Ai vivi dobbiamo rispetto, ai morti solo la verità”. In oltre dieci ore il pubblico ministero ha ripercorso la storia di uno dei delitti che maggiormente ha scosso l'opinione pubblica nella storia del Salento. Un lungo excursus fatto di circostanze, orari, fotografie, testimonianze, intercettazioni, prove dibattimentali e verbali acquisiti agli atti, per ricostruire quella tragica notte di inizio estate e il lungo percorso intrapreso dagli inquirenti alla ricerca della verità. È circa l'1.30 quando, secondo l'accusa, Basile, appena rientrato a casa, viene aggredito dai Colitti. Una discussione violenta che ben presto degenera. L'imputato trattiene la vittima per un fianco, di lato, mentre il nonno infligge i fendenti mortali al torace con un coltello (saranno ventiquattro in tutto le coltellate rinvenute sul cadavere). Una ricostruzione avvalorata dalla testimonianza della baby testimone, di soli cinque anni, che avrebbe assistito all'omicidio. Una testimonianza assolutamente attendibile secondo la Filoni e fondamentale per l'ipotesi accusatoria. Quella notte la bimba assiste all'omicidio dalla finestra della casa dei nonni materni, di fronte al luogo del delitto, riconoscendo poi i Colitti come gli autori dell'aggressione. Quella del 14 giugno 2008 è una calda notte di giugno, quasi afosa, eppure nessuno sente le urla disperate della vittima, il cui corpo giace in mezzo alla strada, ben illuminato da un lampione. Nessuno, però, sembra aver visto a. È questa una delle peculiarità di questa vicenda, avvolta da una fitta cortina di omertà e silenzi, che le indagini degli inquirenti fanno fatica a diradare. “Ci troviamo dinanzi a un’omertà senza precedenti – dice l’accusa –, in un luogo dove tutti sanno e nessuno parla, pensando che forse è giusto così. E’ come se Peppino fosse stato ucciso due volte: la prima dai Colitti, la seconda dai suoi concittadini”. Anche per questo, prosegue il piemme, le indagini sull’omicidio Basile sono lunghe e complesse, come ci ha spiegato il capitano Carlo Sfacteria, ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri: “Come si è lavorato nel delitto Basile non lo si è mai fatto prima”. A tal proposito l'accusa illustra come proprio il lavoro accuratissimo degli inquirenti abbia permesso di scartare tutte le piste alternative: da quella politica a quella delle numerose frequentazioni femminili, da quella relativa alla discarica di Burgesi a quella del complesso turistico ex Orex, dai contrasti con la famiglia del sindaco di Ugento a quella fornita da Giovanni Vaccaro (il presunto collaboratore di giustizia (mai ammesso al programma di protezione) che ha inizialmente fornito, salvo poi ritrattare, con le proprie dichiarazioni una ricostruzione alternativa dell’omicidio di Basile. Vaccaro si sarebbe adoperato in prima persona per fare un piacere ad un amico, un imprenditore leccese, e “dare una lezione a Basile” e per fare ciò si sarebbe rivolto a un suo sottoposto, Pio Bove. Questi, a sua volta, avrebbe utilizzato “due cittadini extracomunitari, di nazionalità albanese, che non avrebbe avuto difficoltà a reclutare e che poi avrebbe fatto sparire in mare”). Nessuna pista alternativa, dunque, ma un omicidio d’impeto, “la follia di pochi minuti”, alimentata da rancori sopiti per anni. Rancori alimentati da rapporti difficili, fatti di dicerie, sospetti, ingerenze e stili di vita opposti. Un contesto sociologico di vite parallele e diverse secondo l’accusa. Da una parte i Colitti, gente abituata alla fatica e alla chiusura estrema, dall’altra Basile, politico affermato e sciupafemmine, estroverso e imprevedibile. Quella tragica notte d’estate diventa una sorta di regolamento di conti tra Colitti senior e la vittima, che coinvolge ance l’imputato. “In loro – conclude l’accusa – non vi è alcun pentimento. Sono gli unici a non chiedersi mai chi abbia ucciso Basile. Sono loro che covano un odio profondo verso gli inquirenti e chi, come don Stefano Rocca, si batte per la ricerca della verità. Di tutto ciò questo dibattimento ne ha dato ampia prova”. Per domani e mercoledì sono attese le repliche difensive. Il 27, invece, il collegio si chiuderà in camera di consiglio per emettere la sentenza. 18 dicembre 2010 – Processo Basile: per Colittii jr ancora nessuna richiesta di condanna Entra nel vivo, con la requisitoria dell'accusa, rappresentata dal pubblico ministero Simona Filoni, il processo per l'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Processo che vede imputato dinanzi ai giudici del Tribunale dei minorenni di Lecce, Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno, del brutale omicidio del politico ugentino. Quello tracciato dalla pubblica accusa è un lungo viaggio a ritroso che in oltre sette ore di discussione ripercorre attraverso nomi, circostanze, orari, fotografie, testimonianze, intercettazioni, prove dibattimentali e verbali acquisiti agli atti, quella tragica notte di inizio estate e il lungo cammino intrapreso dagli inquirenti alla ricerca della verità. L'ora dell'omicidio, secondo il pubblico ministero, è da collocarsi tra le ore 1,25 e 1,35. Basile torna a casa, parcheggia la sua auto, scende e chiude a chiave la stessa. Poco dopo inizia a discutere con i suoi assassini. La vittima, con ogni probabilità, sottovaluta i suoi aggressori, pensa a un fraintendimento, una bega tra vicini. Una discussione che ben presto degenera, quando probabilmente gli aggressori si accorgono che ormai è troppo tardi per tornare indietro. Le prime coltellate vanno a vuoto o feriscono Basile solo superficialmente. Poi si scatena la furia omicida, il consigliere prova disperatamente a difendersi (come dimostrano le ferite da difesa) e a fuggire. Secondo il pm è l'imputato a trattenere la vittima per un fianco, di lato, mentre il nonno infligge i fendenti mortali al torace. Una ricostruzione che risulta compatibile con la testimonianza della baby testimone di poco più cinque anni che avrebbe assistito all'omicidio. Saranno ventiquattro in tutto le coltellate rinvenute sul cadavere. L'arma del delitto, mai ritrovata, è una cosiddetta da taglio e punta, monotagliente, larga circa 2 cm e lunga tra 10 e 12 cm. L'arma utilizzata e il tipo di ferite inferte sono, secondo il medico legale Alberto Tortorella, sono tipiche dei delitti viscerali, d'impeto. Non si tratterebbe dunque di un omicidio premeditato, e di conseguenza di una spedizione punitiva, di un agguato o di una vendetta politica. Quella del 14 giugno 2008, spiega l’accusa, è una calda notte di giugno, quasi afosa, eppure nessuno sente le urla disperate della vittima, il cui corpo giace in mezzo alla strada, ben illuminato da un lampione. Nessuno, però, sembra aver visto a. È questa una delle peculiarità di questa vicenda, avvolta da una fitta cortina di omertà e silenzi, che le indagini degli inquirenti fanno fatica a diradare. L'unica testimonianza, fondamentale, è quella della bimba che dalla finestra della casa dei nonni materni, di fronte al luogo del delitto, racconta di aver assistito all'omicidio, riconoscendo poi i Colitti come gli autori dell'aggressione. Proprio sull'assoluta attendibilità della baby teste si è a lungo soffermata l'accusa. E’ assolutamente certo che la bimba abbia visto l’omicidio e che abbia riconosciuto gli assassini. Non si spiegherebbe in altro modo, infatti, come siano proprio i nonni della testimone oculare a uscire per ultimi di casa, solo tre ore dopo l’omicidio. Non è un caso poi, spiega la dottoressa Simona Filoni, che il primo a raggiungere il povero Basile sia proprio Stefano Colitti, rispettivamente padre dell'imputato e figlio del presunto correo. È lui che dice ai vicini di casa che Peppino è morto, e più precisamente che è stato ammazzato, come se sapesse già tutto. Non sono bastate sette ore all’accusa per giungere alla richiesta di condanna. La requisitoria, un'interminabile lettura di memorie che hanno ricalcato pedissequamente l’iter dibattimentale, è stata (sorprendentemente) aggiornata a lunedì. A seguire sono attese le repliche difensive degli avocati Roberto Bray e Francesca Conte. Poi, in una data ancora da stabilire il collegio si chiuderà in camera di consiglio per emettere la sentenza di un processo che non finisce mai di stupire. 16 dicembre 2010 – Basile: chiesta proroga per indagini su Colitti senior Nuovo colpo di scena nella sempre più intricata vicenda sull’omicidio di Peppino Basile, il consigliere provinciale dell’Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008. Il sostituto procuratore della repubblica del capoluogo salentino, Giovanni De Palma, ha chiesto una proroga di sei mesi in relazione alle indagini preliminari nei confronti di Vittorio Colitti senior, il 67enne accusato, in concorso con il nipote Vittorio Luigi (oggi diciannovenne ma minorenne all’epoca dei fatti), di essere l´autore dell’omicidio di Basile. Secondo il pubblico ministero, infatti, non si possono ritenere concluse le indagini poiché “occorre verificare la necessità di svolgere ulteriori approfondimenti investigativi in relazione alle emergenze processuali del dibattimento in corso di svolgimento presso il Tribunale per i minorenni di Lecce a carico di Vittorio Luigi Colitti”. La richiesta di proroga smentisce, dunque, quanto emerso nelle scorse settimane (secondo lo stesso procuratore Cataldo Motta) e cioè che anche l’inchiesta che riguarda Colitti senior fosse in dirittura d’arrivo. Nonno e nipote continuano quindi a percorrere iter giudiziari ben diversi. Mentre le indagini per il primo non sono ancora concluse, il processo a carico del secondo è ormai alle fasi finali. E’ attesa per sabato, infatti, la requisitoria dell’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore minorile Simona Filoni. Lunedì e martedì la parola passerà ai due legali del giovane imputato, gli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray. La sentenza, invece, è attesa per mercoledì, a meno di nuovi colpi di scena. 13 dicembre 2010 – Vittorio Luigi Colitti: 'non ho ucciso Peppino Basile' “Signor presidente vorrei far capire a lei e alla Corte il mio stato d'animo. Da quella notte di giugno del 2008 la mia vita è stata completamente stravolta. Mai avrei potuto immaginare di trovarmi accusato insieme a mio nonno di aver massacrato una persona, io che non sono stato mai capace di schiacciare una formica, pur essendo un gigante. Non ho ucciso Peppino Basile, che per me non era una persona qualsiasi, era un amicone, un compare, uno di famiglia, una persona speciale. Ho sempre vissuto lavorando e studiando, così come mi hanno insegnato i miei nonni e i miei genitori e non ho mai fatto male a nessuno. So che mi saprete ascoltare e giudicare con imparzialità ed equilibrio”. Inizia così, con delle dichiarazioni spontanee, il giorno più lungo di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno, dell'omicidio di Peppino Basile, il consigliere provinciale dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. A sette mesi dall'inizio del processo, in cui da detenuto prima e da uomo libero poi ha assistito al racconto della vita della propria famiglia e della piccola comunità che la ospita, tocca proprio a Vittorio salire sul banco dei testimoni. Maglione celeste, jeans e immancabili scarpe da ginnastica ai piedi, il ragazzone dalla faccia buona legge con vece emozionata e mano tremante le due pagine con le proprie dichiarazioni. La voce si fa quasi commossa quando conclude: “Dieci mesi di carcere mi hanno insegnato, proprio come ha sempre detto don Stefano Rocca, che bisogna sempre cercare la verità”. Parole che sembrano quasi una liberazione. Chissà quante volte, in questi lunghissimi mesi, avrebbe voluto gridare la propria innocenza in tante udienze trascorse ad assistere a un processo che ha messo a nudo la sua vita e l'ha cambiata forse per sempre. Incalzato dalle domande del pubblico ministero, la dottoressa Simona Filoni, il diciannovenne ha ripercorso, in maniera chiara e lineare, senza tentennamenti o contraddizioni, gli eventi di quella drammatica sera che ha sconvolto la sua vita. “Ricordo – spiega l'imputato – che quella sera siamo andati all'oratorio perché avevamo una partita del torneo di calcetto. Ci siamo trattenuti lì fino alle 23 e poi con il mio amico Luigi Ponzetta sono tornato a casa. Abbiamo deciso di lavarci, cambiarci e uscire di nuovo per andare a mangiare qualcosa. Alle 23.30 circa siamo andati con il mio scooter a Torre San Giovanni, dove ci siamo fermati a mangiare un panino a un chiosco. Un'oretta dopo è arrivata la telefonata del papà di Ponzetta e siamo tornati di corsa a casa. Sono rientrato verso l'una di notte”. Colitti junior, incalzato dalle contestazioni dell'accusa, ha poi spiegato ai giudici perché ha mentito inizialmente sull'orario di ritorno a casa, dicendo che poco dopo la mezzanotte era già a letto: ” Si è vero ho mentito, ma solo perché avevo paura di essere punito dai miei genitori. Loro non sapevano che ero uscito di nuovo, e gli accordinerano che massimo a mezzanotte dovevo stare a casa. Ho sbagliato e me ne pento, mi maledico di non aver saputo affrontare con freddezza una situazione per me sconvolgente, ma quello era per me un periodo difficile. Ero molto confuso, non ho mai avuto a che fare con le forze dell'ordine o con la giustizia e mai avrei immaginato di essere coinvolto in una vicenda come questa. Io ero stato l'ultimo a rientrare quella notte e avevo paura che gli assassini di Peppino potessero prendersela con me”. Il racconto è poi continuato con il ricordo dei drammatici momenti dell'omicidio: “Circa venti o trenta minuti dopo che ero rientrato a casa ho sentito delle urla. Nel dormiveglia mi è sembrato di udire una persona che ha gridato aiuto tre volte e come dei passi sulla brecciolina. La stessa persona ha anche chiamato “comare o compare. Solo dopo ho capito che si trattava di Basile”. “Qualche istante dopo – ha spiegato il giovane imputato – mio padre si è precipitato in strada. Io mi sono infilato i pantaloncini e l'ho raggiunto. Lui mi ha chiesto di rientrare a prendere il cellulare, allora ho incrociato i miei nonni. Poi sono arrivati gli altri vicini e l'ambulanza”. Un racconto drammatico, di un ragazzo che troppo presto è dovuto farsi uomo e che a soli 19 anni vede la sua vita vacillare pericosamente in un'aula di Tribunale e che affida ai giudici le proprie speranze, la voglia di poter continuare a cullare i sogni e le aspirazioni di tutti suoi coetanei. L'ascolto dell'imputato chiude, di fatto, la fase dibattimentale. È attesa per il 18 dicembre, infatti, la requisitoria dell'accusa. Poi toccherà alla difesa replicare. La sentenza, invece, dovrebbe essere pronunciata il 21. 10 dicembre 2010 – 'Non ho a a che fare con la morte di Basile' “Non ho mai ordinato a Pio Bove di uccidere nessuno. Se avessi voluto ammazzare Peppino Basile me ne sarei occupato di persona. Lo avrei fatto sparire o gli avrei sparato due colpi in testa. Bove non ha mai ammazzato nessuno, si è inventato tutto, ha raccontato un sacco di fesserie”. È lo stesso Giovanni Vaccaro a confutare la pista alternativa sull'omicidio Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Il presunto collaboratore di giustizia (mai ammesso al programma di protezione) ha inizialmente fornito con le proprie dichiarazioni una ricostruzione alternativa dell’omicidio di Basile. Vaccaro si sarebbe adoperato in prima persona per fare un piacere ad un amico, un imprenditore leccese, e “dare una lezione a Basile” e per fare ciò si sarebbe rivolto a un suo sottoposto, Pio Bove. Questi, a sua volta, avrebbe utilizzato “due cittadini extracomunitari, di nazionalità albanese, che non avrebbe avuto difficoltà a reclutare e che poi avrebbe fatto sparire in mare”. Dichiarazioni che, è giusto ricordarlo, sono state già ritenute dalla Procura del capoluogo salentino assolutamente irrilevanti e poi smentite dallo stesso protagonista, che ha dichiarato di essersi confuso sulla persona di Basile. In mattinata Vaccaro è comparso per la prima volta dinanzi ai giudici del Tribunale per i minorenni di Lecce, dove è in corso il processo nei confronti di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne accusato, in concorso con il nonno, dell'omicidio del politico ugentino. Personaggio singolare Vaccaro, che si atteggia da boss e dichiara, con malcelato orgoglio, di essere un “uomo d'onore” e di essere a capo di un sodalizio criminale dedito al traffico internazionale di droga, all'usura, all'estorsione e altro. Cappotto elegante e sciarpa griffata al collo, marcato accento campano, il teste afferma con convinzione e voce quasi sprezzante: “A mio carico c'è un'ordinanza di custodia cautelare di oltre 350 pagine. Ho fatto esplodere bombe in palazzi occupati da donne e bambini, ho ordinato gambizzazioni ma non ho a a che fare con la morte di Basile. Come ho già spiegato ai magistrati della Procura di Lecce c'è stato un malinteso, la persona che si era presentata negli uffici dell'imprenditore dove lavoravo non era l'ex consigliere provinciale ma un'altra persona”. Bove dunque, a suo dire si sarebbe solo vantato di aver commesso l'omicidio Basile (e di altri episodi di sangue) per conquistare peso criminale nei confronti di Vaccaro, per sua stessa ammissione vicino al clan Padovano. È singolare, però, come il teste ricordi con precisione date, nomi, particolari ed episodi lontani nel tempo ma confonda il volto di Basile. Una vicenda comunque dai contorni oscuri, attorno a cui ruotano diversi personaggi. Innanzitutto l'imprenditore leccese (nel frattempo deceduto) che tramite Vaccaro entra in contatto Bove. Questo personaggio (Basile?!) che minaccia di svelare i loschi traffici dell'imprenditore e di raccontare tutto ai giornali. E ancora Vaccaro che chiede a Bove di dargli una lezione, tanto che il 17 giugno 2008, due giorni dopo l'omicidio Basile, questi gli racconta di aver risolto la faccenda. Resta dunque da chiedersi: dove finsice la verità e dove inizia la menzogna? Perchè Vaccaro ritratta? Si è davvero confuso oppure, come scrive il suo avvocato, ha paura che possa accadere qualcosa alla sua famiglia? Interrogativi che finiscono inevitabilmente per pesare sul processo in corso. Il suo racconto svaria poi tra episodi estranei alla vicenda Basile. Vaccaro racconta di aver anticipato, nelle missive indirizzate ai procuratori di Napoli e Reggio Calabria, gli attentati al giudice Pignatone e addirittura a Silvio Berlusconi: “Il cavaliere che doveva cadere da cavallo”. Altri misteri e vicende tutte da chiarire. Aggiornamento Dinanzi ai giudici è comparsa anche la Dr.ssa Laura Volpini (psicologa giuridica e forense, psicoterapeuta e docente di conflitti in ambito giuridico presso l'università “La sapienza” di Roma), consulente della difesa in merito alle deposizioni della bimba presunta testimone oculare dell'omicidio, della relativa attendibilità anche e soprattutto in merito a eventuali condizionamenti familiari, soprattutto da parte della mamma e della nonna. La testimonianza della bimba (di soli cinque anni all’epoca dei fatti) è uno dei punti fondamentali dell'impianto accusatorio. La piccola teste ha così ricostruito i tragici fatti di quella notte: “Ho preso la sedia alla mia destra, mi sono messa alla finestra vicino alla nonna e ho visto due persone che davano le botte a Peppino”. Secondo il consulente gli ascolti della minore non sarebbero avvenuti in maniera corretta, quanto meno secondo gli standard scientifici minimi. Lacune che non consentirebbero una giusta valutazione sia di quanto relazionato dalla dottoressa Francia (che aveva già ritenuto inattendibile la piccola) che nei due incidenti probatori (in cui bisogna registrare la mancanza di esperti). La mancanza di registrazioni video, la presenza di elementi in grado di suggestionare la bimba come la mamma, l'assenza di colloqui preliminari in grado di valutare la capacità di comprendere e riportare la realtà e il mancato rispetto dei protocolli previsti dalla Convenzione dei diritti del fanciullo, inficerebbe in assoluto, secondo la dottoressa Volpini, il racconto della baby-testimone. Un racconto che sarebbe frutto di condizionamenti esterni e di suggestioni introdotte da persone adulte, o da domande in grado di creare delle profonde fratture tra ricordi reali e storia appresa. “In questi casi – ha spiegato la psicologa – la narrazione dovrebbe essere libera e non secondo lo schema canonico di domanda e risposta utilizzato di norma con gli adulti”. Una testimonianza, di fatto, del tutto inutilizzabile. 17 novembre 2010 – Basile: parla il collaboratore di giustizia Mendolia Spunta un nuovo mandante nell’omicidio di Salvatore Padovano, alias “Nino bomba”, storico boss dell’omonimo clan della Sacra corona unita assassinato il 6 settembre di due anni fa a Gallipoli, nei pressi della pescheria “Il Paradiso del Mare”. Oltre che dal fratello Rosario Padovano (già rinviato a giudizio), infatti, l’assassinio del boss della città jonica sarebbe stato ordinato anche dal cugino Marcello Padovano. E’ Carmelo Mendolia, il collaboratore di giustizia autoaccusatosi di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, a svelare il nuovo retroscena. Sentito come teste nel corso del processo nei confronti di Vittorio Colitti junior, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno, dell'omicidio del marito, il consigliere dell'IdV assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008, il “pentito” ha ricostruito il contesto in cui è avvenuta l’esecuzione. “L’omicidio di Salvatore Padovano – ha dichiarato Mendolia, collegato in video conferenza dalla località protetta in cui si trova attualmente – è stato commissionato dal fratello Rosario e dal cugino Marcello. Io sono stato l’unico esecutore materiale ed ho utilizzato due pistole calibro 9 e 7,65 che Rosario mi aveva procurato”. Incalzato dalle domande di accusa e difesa, il collaboratore di giustizia di origini siciliane, ha spiegato che “Nino bomba andava eliminato perché secondo i mandanti era ormai fuori di testa. Inoltre gli stessi avevano interesse a subentrare nei vasti affari che il clan Padovano aveva non solo nelle zone limitrofe ma addirittura fino a Bari”. Una tesi che ricalca quella fatta dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Dda, Elsa Valeria Mignone, hanno ricostruito scenari e moventi in cui l’omicidio avrebbe avuto origine. Un delitto di mafia scaturito dai contrasti sorti tra i Padovano all’indomani della loro scarcerazione. Riguardo al possibile coinvolgimento di Marcello Padovano, gli inquirenti sostengono che questa tesi non abbia avuto riscontri investigativi. Mendolia ha poi smentito ogni collegamento con Giovanni Vaccaro, il collaboratore di giustizia che ha fornito (prima di ritrattarla alcune settimane fa) con le proprie dichiarazioni una ricostruzione alternativa dell’omicidio di Basile, dichiarando di essersi occupato con Pio Bove – per fare un piacere ad un amico, un imprenditore leccese – di “dare una lezione a Basile” e che per fare ciò “si sarebbe avvalso di due cittadini extracomunitari di nazionalità albanese che non avrebbe avuto difficoltà a reclutare”. La parole del collaboratore di giustizia (la cui immagine, rigorosamente di spalle, veniva trasmessa su un monitor) hanno riempito il vuoto dell’aula della Corte di Assise: “Non conosco Vaccaro e Bove, e non so a dell'omicidio Basile. Sono venuto nel Salento solo due volte: la prima negli anni Novanta e la seconda nel 2008. In quest’ultima circostanza mi sono fermato poco meno di un mese a Gallipoli, il tempo necessario per preparare l’omicidio di Salvatore Padovano”. Lo stesso Rosario Padovano, sentito sempre come teste, aveva negato di conoscere Vaccaro ed ogni suo coinvolgimento nell’omicidio del fratello. Le tesi di Vaccaro, dunque, già ritenuto inattendibile dalla Procura del capoluogo salentino, sembrano tramontare definitivamente. L’udienza è stata rinviata al prossimo 4 dicembre. 16 novembre 2010 – Basile, parla la vedova: “Non credo possano essere stati i Colitti” “Io non vedo i Colitti come gli assassini di mio marito”. A parlare è la vedova di Peppino Basile, la signora Addolarata Cairo, comparsa, per la prima volta, dinanzi ai giudici del Tribunale per i minorenni di Lecce nel processo nei confronti di Vittorio Colitti junior, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno, dell'omicidio del marito, il consigliere dell'IdV assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008. “I Colitti – ha spiegato la vedova alla corte presieduta dal Dr. Aristodemo Ingusci – sono persone umili che hanno sempre lavorato la terra. Tra loro e il povero Peppino Basile non vi sono mai stati motivi di screzio, soprattutto da giustificare un omicidio”. Proprio questo è stato uno dei passaggi su cui maggiormente si è soffermata la difesa del giovane imputato, rappresentata dagli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray, e cioè il fatto che, come ha sostenuto anche la vedova (in realtà i due erano separati di fatto, nonostante seguitassero ad avere un ottimo rapporto tanto che la Cairo continuava, comunque, ad assisterlo cucinando per lui e lavandogli la biancheria. Basile, infatti, pranzava ogni giorno da lei ad eccezione del fine settimana), non siano mai stati motivi, anche banali, di screzio tra loro e qualche membro della famiglia Colitti, in particolare con l’imputato o con il nonno di costui, l’altro presunto assassino. La donna ha poi spiegato come tutt’ora, dopo gli arresti e il processo, i rapporti con gli ex vicini del marito continuino ad essere buoni. Tanto che ogni qualvolta la donna si reca in via Nizza, in quella che era casa dell’ex consigliere, passa a salutare la famiglia Colitti. La signora Cairo ha poi evidenziato come la casa di Basile fosse stata oggetto, nel corso degli anni, di numerosi furti, proprio in virtù del fatto che la stessa sorge in una posizione periferica, facilmente raggiungibile dalla campagna circostante. La vedova ha poi ripercorso i drammatici momenti di quel 15 giugno del 2008, raccontando di essere stata raggiunta a casa, nel corso della notte, da Vittoria De Giorgi, la mamma dell'imputato. “Peppino sta male” le avrebbe detto la donna al citofono, celandole che Basile fosse stato assassinato. La Cairo, temendo che il marito fosse stato colto da malore, si sarebbe recata in via Nizza con la propria auto. Giunta sul luogo del delitto, poco prima delle due, la donna sarebbe stata subito allontanata dal cadavere dalle forze dell’ordine. Lì vicino, contrariamente a quanto dichiarato nel corso delle testimonianze rese dinanzi ai carabinieri, la signora Cairo ha deposto di aver visto tutti i membri della famiglia Colitti, compreso l’imputato. Solo all'alba, invece, sarebbero usciti dalla propria abitazione i nonni della baby testimone, che le avrebbero detto di non aver visto e sentito a. 12 novembre 2010 – Basile, per i consulenti dell'accusa è stato un omicidio premeditato “La strategia operativa dell'agguato è logicamente e più realisticamente legata ad una pianificazione dell'aggressione che nasce all'interno del giardino della casa della vittima, area facilmente raggiungibile dalla campagna”. È questa la ricostruzione fatta dai consulenti della difesa, il generale Luciano Garofano (ex comandante dei Ris dei carabinieri) e il medico-legale Enrico Risso, nell’ambito del processo nei confronti di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno Vittorio, dell'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008. L'ex consigliere provinciale, dunque, secondo il parere degli esperti nominati dai legali dell'imputato, gli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray, sarebbe stato vittima di un agguato avvenuto all'interno del giardino della sua abitazione. Dopo essere rientrato a casa, la vittima avrebbe parcheggiato la sua auto, sarebbe sceso e avrebbe chiuso a chiave la vettura. Nei pressi della stessa, Basile avrebbe ricevuto le prime coltellate, dei colpi superficiali, e poi avrebbe cercato di sfuggire ai suoi aggressori correndo verso via Nizza, il posto in cui con maggiore facilità avrebbe potuto ricevere aiuto. Qui, non lontano dall'abitazione dei due presunti assassini, sarebbe stato raggiunto dagli aggressori (quasi certamente due). La vittima avrebbe poi compiuto una sorta di percorso a ritroso e avrebbe ricevuto i fendenti mortali, quelli che hanno provocato le lacerazioni multiple ai polmoni e al cuore. Alla base della ricostruzione dei fatti operata dai consulenti, vi è proprio lo studio delle ferite inferte e delle tracce ematiche secondo prove scientifiche ed un'attenta analisi legata alle procedure di una disciplina criminalistica denominata Bpa (Bloodstain pattern analysis), secondo cui l’analisi delle macchie di sangue è fondamentale per la ricostruzione della dinamica degli eventi di un delitto. I consulenti si sono anche serviti di una ricostruzione video per provare le loro tesi. Ciò che si evince è che si sarebbe trattato di un vero e proprio agguato nell'ambito di un omicidio premeditato, e non, come sostenuto dall'accusa, un delitto d'impeto perpetrato dai vicini di casa. Tesi antitetiche che ribaltano, di conseguenza, l'intera vicenda. Secondo il dottor Risso, inoltre, le condizioni di salute e il quadro clinico pregresso di Vittorio Colitti senior, sarebbero assolutamente incompatibili con l’omicidio di Basile. Il più anziano dei due presunti assassini, infatti, non sarebbe stato in grado di raggiungere la vittima e colpirlo o tenerlo fermo. Una tesi che ha trovato la ferma opposizione del pubblico ministero, la dottoressa Simona Filoni, che ha più volte ribadito come Vittorio Colitti fosse andato a caccia fino a pochi giorni prima dell’omicidio. Ma, nella giornata di ieri, durante l'udienza, è stato ascoltato anche Stefano Colitti, padre di Colitti jr, che ha ricordato come Basile, incatenadosi, avesse inteso protestare contro “Orex”, l'albergo costruito in pieno parco regionale di Ugento senza sottostare alla valutazione d'impatto ambientale (Via). Per Stefano Colitti, la mobilitazione del consigliere contro l'ecomostro è il movente che ha armato la mano che lo ha ucciso. 5 novembre 2010 – Riesame: Colitti scarcerato per vizio di forma La scarcerazione, da parte del Tribunale del Riesame, di Vittorio Colitti, l’agricoltore di 67 anni, indagato con il nipote 19enne per l’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere dell’Idv assassinato ad Ugento la notte tra i 14 e il 15 giugno, è avvenuta per un vizio di forma. A confermarlo sono le motivazioni dell’ordinanza depositate nei giorni scorsi dai giudici del Riesame. Si tratta, in particolare, di una questione procedurale legata al diritto alla difesa, cioè alla trasmissione di tutti gli elementi, anche quelli sopravvenuti, a favore della persona sottoposta alle indagini. Gli atti in questione sono quelli relativi alle affermazioni di Giovanni Vaccaro, il presunto collaboratore di giustizia che ha fornito con le proprie dichiarazioni una ricostruzione alternativa dell’omicidio di Basile. Vaccaro si sarebbe adoperato in prima persona per fare un piacere ad un amico, un imprenditore leccese, e “dare una lezione a Basile” e per fare ciò “si sarebbe avvalso di due cittadini extracomunitari preferibilmente albanesi che non avrebbe avuto difficoltà a reclutare”. Dichiarazioni che, è giusto ricordarlo, sono state già ritenute dalla Procura del capoluogo salentino assolutamente irrilevanti. Nelle trentadue pagine redatte dal collegio presieduto da Silvio Piccinno si legge testualmente: “Certamente il pubblico ministero non può che essere libero di selezionare, secondo la propria valutazione dello stato delle indagini preliminari ancora in corso, gli atti a sostegno della sua richiesta, ma tale potere non può essergli attribuito con riferimento a quelli favorevoli all’altra parte e la valutazione dell’essere essi in concreto favorevoli o meno a quest’ultima non può che essere demandata all’organo terzo chiamato a valutare l’esistenza dei presupposti per l’applicazione della misura”. La piccola presunta testimone oculare dell’omicidio, viene inoltre considerata attendibile, sebbene per lo stesso collegio ci siano degli elementi che non andrebbero trascurati: innanzitutto il fatto che la bambina all’epoca dei fatti avesse solo quattro anni; il fatto che la stessa riferì dell’omicidio dopo diciassette mesi, dando una versione al pm diversa da quella rilasciata alla psicologa; le modalità dell’interrogatorio alla piccola, durante il quale vennero registrate solo le risposte, non potendo in questo modo valutare il grado di suggestività delle domande. Nonostante tutto, però, anche per il Riesame il racconto della bimba è convincente ed è talmente dettagliato da “impedire di ritenerlo frutto di un’elaborazione fantastica”. 3 novembre 2010 – Scarcerazione di Colitti junior: depositate le motivazioni Sono state depositate ieri le motivazioni della sentenza con cui, il 2 settembre scorso, la Corte di Cassazione ha anato, accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray, l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno, dell'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'IdV assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008, torna in libertà. “Il ricorso”, scrivono i giudici della Suprema corte, “è fondato e merita accoglimento limitatamente alla ravvisata sussistenza di esigenze cautelari”. “Riguardo ai rilievi presentati dalla difesa di Colitti,– spiega il procuratore delle Repubblica per i minorenni, Maria Cristina Rizzo – la Cassazione ha recepito solo la parte riguardante le esigenze cautelari, di fatto cessate. Per il resto i giudici hanno confermato la gravità degli indizi emersi a carico dell’imputato, e tutti gli elementi ad essi collegati, ritenendo dunque valida l’attendibilità e la credibilità della piccola testimone oculare dell’omicidio. I giudici hanno inoltre confermato la completezza degli atti e degli elementi trasmessi dal pubblico ministero in riferimento alle cosiddette piste alternative”. La scarcerazione di Colitti junior è dunque avvenuta “solo ed esclusivamente” in base alle cessate esigenze cautelari. Sono due gli elementi che hanno portato la Cassazione a tale decisione: innanzitutto la mancanza di condotte mirate all’inquinamento delle prove legate in maniera diretta all’imputato. La seconda è la cosiddetta possibilità di condotta recidiva: i giudici, infatti, hanno escluso che Vittorio Luigi Colitti possa tornare a delinquere allo stesso modo, sia perché quello di cui è accusato è un delitto d’impeto e non programmato, sia per la mancanza di precedenti penali o giudiziari. Le motivazioni della Cassazione sembrano dunque tracciare nuovi scenari nell’ambito del processo a carico del più piccolo dei Colitti, tutt’ora in corso di svolgimento e la cui sentenza è attesa per la fine di dicembre. 26 ottobre 2010 – Processo Basile: baby testimone contraddetta dalla nonna “Non so perché mia nipote sta dicendo queste cose, a me non ha mai detto a. Se avessi visto qualcosa, avrei parlato e avrei smesso immediatamente di frequentare i Colitti”. E’ questo uno dei passaggi chiave della signora Annamaria, la nonna della baby testimone oculare dell’omicidio Basile, la bimba di soli quattro anni (all’epoca dei fatti) che ha così ricostruito i tragici fatti di quella notte: “Ho preso la sedia alla mia destra, mi sono messa alla finestra vicino alla nonna e ho visto due persone che davano le botte a Peppino”. E’ lei il teste principale comparso ieri mattina dinanzi ai giudici del Tribunale per i minorenni di Lecce, nel corso del giudizio immediato nei confronti di Vittorio Luigi Colitti, il 19enne (minorenne all'epoca dei fatti) accusato, in concorso con il nonno Vittorio, dell'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008. Incalzata prima dalle domande del pubblico ministero, la dottoressa Simona Filoni, e poi dai legali del giovane imputato, gli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray, la teste ha ripercorso gli avvenimenti di quella tragica notte di metà giugno. Ai giudici la donna ha raccontato di essersi svegliata verso le 3.30 da alcuni rumori e di essere subito andata a controllare i bambini, che dormivano tranquillamente. “Sono sicura – ha spiegato la donna – che i miei nipoti non si sono mai svegliati quella notte, altrimenti non si sarebbero riaddormentati”. Sempre secondo la versione della nonna, la piccola super testimone oculare sarebbe apparsa molto tranquilla la mattina dopo l’omicidio, tanto da fare colazione e andare con il nonno al mare. La teste ha poi smentito ciò che la nipotina ha raccontato in sede di incidente probatorio, e cioè che la nonna le aveva detto di non raccontare a perché poteva succedere qualcosa di brutto: “Non abbiamo mai parlato di questa vicenda”. 26 ottobre 2010 – Processo Basile: scena muta dei nonni di Colitti jr in aula In aula è comparso anche l’altro presunto assassino, Vittorio Colitti, nonno dell’imputato, che in qualità di “indagato in procedimento connesso” si è però avvalso della facoltà di non rispondere. Scena muta anche da parte della moglie, la signora Antonia Marigliano, la “cumare Tetta”, che ha preferito non sottoporsi all’esame. Luigi Ponzetta, invece, seppur indagato presso la procura ordinaria per aver reso false dichiarazioni al piemme riguardo l’ora in cui lui e l’imputato erano rientrati a casa la notte dell’omicidio, ha preferito rispondere alle domande di accusa e difesa. Ponzetta, amico di infanzia di Colitti junior, ha spiegato di aver mentito (su richiesta dello stesso) sul ritorno a casa dell’amico in buona fede, vale a dire per evitare che il papà di Vittorio scoprisse che erano rientrati molto tardi e che lo mettesse in punizione, e non dunque per coprirlo o avvalorare il suo alibi. Una tesi che non convince l’accusa, che ha sempre sostenuto il contrario, evidenziando come i genitori dei due ragazzi si sarebbero anche incontrati per mettersi d’accordo sulla versione da fornire agli inquirenti. L’ultima teste, al signora Pisanelli, vicina di casa della vittima, ha dichiarato che tra i Colitti e Basile non vi è mai stato alcun litigio. “In via Nizza – ha affermato la donna – siamo tutti come fratelli, uniti da rapporti di “comparaggio”. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 11 novembre. 23 ottobre 2010 – Processo Basile: Giovanni Vaccaro ritratta Nuovo colpo di scena nel processo sull’omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato ad Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008. Giovanni Vaccaro, il collaboratore di giustizia che ha fornito con le proprie dichiarazioni una ricostruzione alternativa dell’omicidio di Basile, raccontando di essersi occupato della vicenda in prima persona per fare un piacere ad un amico, un imprenditore leccese, mettendolo in contatto, per “dare una lezione a Basile”, con un certo Pio Giorgio Bove che “si sarebbe avvalso di due cittadini albanesi che non avrebbe avuto difficoltà a reclutare”, ritratta tutto. Lo scorso 29 settembre, infatti, dinanzi al sostituto procuratore della Repubblica di Orvieto (dov’è attualmente recluso), Annalisa Giusti, Vaccaro ha dichiarato di essersi “accorto che effettivamente il Basile non era la stessa persona che si era presentata presso l’ufficio dell’imprenditore”. Riguardo a Bove, l’ex collaboratore di giustizia ha detto di aver capito che si era vantato con lui dell’omicidio di Basile solo perché era a conoscenza del fatto che era a capo di un’organizzazione criminale e voleva quindi avvicinarsi a lui. “Quando mi sono accorto – prosegue Vaccaro – che i fatti non erano accaduti come in precedenza avevo dichiarato, ho cercato di contattare la Procura di Lecce, come si può costatare dall’ufficio matricola, ma non sono stato ascoltato da nessuno. Questa è la prima occasione in cui posso dichiarare che né io, né l’imprenditore leccese, né Pio Bove siamo coinvolti nell’omicidio di Giuseppe Basile, precisando che quanto dichiarato in precedenza era frutto di un fraintendimento”. La cosiddetta “pista Vaccaro” sembra dunque uscire definitivamente dall’omicidio Basile. Le sue dichiarazioni, del resto, erano già state ritenute dalla Procura del capoluogo salentino assolutamente irrilevanti, anche se proprio la mancata trasmissione degli atti relativi alle deposizioni del presunto collaboratore, era stata una delle motivazioni alla base dell’anamento, da parte della Cassazione, dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei due presunti autori dell’omicidio: Vittorio Luigi Colitti e il nonno Vittorio. Nuovi testi sono stati sentiti corso dell’udienza di ieri nell'aula del Tribunale per i minorenni di Lecce. Dinanzi ai giudici ha deposto il dottor Annino Gargano, dirigente della Squadra mobile di Lecce, che ha ripercorso le indagini svolte e le varie piste battute. In particolare Gargano ha spiegato come sia la polizia che i carabinieri abbiano analizzato minuziosamente le varie ipotesi investigative: da quella politico-amministrativa a quella della vita privata e delle tante frequentazioni femminili della vittima; dai contatti avuti con alcune prostitute rumene ai contrasti con la famiglia del sindaco di Ugento, Eugenio Ozza, di cui più volte Basile aveva denunciato gli interessi in alcuni progetti. Nulla, ha spiegato Gargano, è emerso dalla peculiare attività di indagine. Dopo il dirigente della Mobile, sul banco degli imputati, è salito un altro teste, la donna di origini thailandesi cui Basile avrebbe confidato i propri timori e le proprie paure. Pochi giorni dopo l’omicidio, la donna ha dichiarato ai carabinieri che la vittima gli aveva raccontato di essere seguito, da qualche tempo, da una Mercedes scura. L’otto settembre del 2009, presentandosi spontaneamente agli “amici poliziotti”, la donna ha aggiunto che Basile le aveva confidato i suoi contrasti con i vicini, che lo spiavano e sparlavano di lui. La testimonianza della donna, quanto mai reticente, è stata comunque contraddistinta da una lunga serie di “non mi ricordo”. Ai giudici la teste ha inoltre dichiarato di essere spaventata e di voler dimenticare l’intera vicenda, evitando di coinvolgere, oltre che se stessa, la propria famiglia. Cosa assai singolare, durante l’escussione del maresciallo dei carabinieri Cambò, è emerso come da alcune intercettazioni eseguite (per un altro procedimento) sull’utenza di don Stefano Rocca, siano emerse due lunghe telefonate che il parroco di Ugento avrebbe avuto con il governatore Nichi Vendola (riguardo alla discarica di Burgesi) e con D’Agata, poco prima di essere sentito, come persona informata sui fatti, dalla dottoressa Simona Filoni lo scorso febbraio. In aula si è presentata anche la mamma del giovane imputato, che si è avvalsa della facoltà di non rispondere. L’udienza è stata aggiornata a martedì prossimo. Articoli correlati Omicidio Basile. I testimoni: nessun rapporto tra Basile e l'imprenditore salentino (26 settembre 2010) Omicidio Basile: venerdì sit in di Idv (21 settembre 2010) Colitti senior, i consulenti chiedono ulteriori esami clinici (7 settembre 2010)

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