Daniele Gravili: il suo carnefice resta nell'ombra

Vittime di sequestri, vendette e delitti a sfondo sessuale. Sono tanti i minori (ma anche gli adulti) che scompaiono nel a mentre rincasano, vanno in palestra, si recano in un negozio o dai familiari per fare una gita al mare. Alcuni ritornano, altri mai più

E' il 12 settembre del 1992. L'Ansa batte la notizia: “Un bambino di tre anni, Daniele Gravili, è morto per soffocamento dopo essere stato violentato su una spiaggia del Salento da una persona che non è stata ancora identificata. Il bimbo è stato ritrovato ancora vivo (…) su una spiaggia distante un chilometro dalla sua casa di Torre Chianca. Il piccolo è poi morto nel reparto di rianimazione dell’Ospedale Vito Fazzi di Lecce. I medici hanno successivamente accertato che Daniele è stato soffocato dopo aver subito violenza. Secondo i primi accertamenti, il bambino sarebbe stato prelevato dal giardino della sua casa dove stava giocando e portato via su un’auto”. La trama di una giornata come tante, per la famiglia Gravili, si interrompe bruscamente nel primo pomeriggio, di quel lontano fine settimana. Daniele gioca in giardino della sua villetta di Torre Chianca. E’ un attimo e i genitori non lo vedono più. Il cancello in fondo al viale, però, è aperto. Scatta l’allarme. Tutti lo cercano, ma è un ragazzino di 14 anni a trovalo riverso sulla spiaggia. Disperata la corsa verso l’ospedale di Lecce e il ricovero in rianimazione. E’ gravissimo: il bambino è stato soffocato, tenuto con la testa nella sabbia e violentato, affinché non urlasse. Ma della violenza, i medici, si accorgeranno in un secondo momento. La garza con cui puliscono Daniele e su cui rimangono tracce di liquido seminale, viene conservata. Le condizioni, però, peggiorano con il passare dei minuti, fino alla resa definitiva. E’ ormai sera. Le indagini seguono la pista del maniaco. Ma le domande sono già tante. Come ha fatto Daniele ad aprire il cancello se il comando elettrico non era per lui raggiungibile? Perché, quando è stato preso, non ha gridato? Come è stato possibile, per l'uomo che lo ha attirato, raggiungere la spiaggia che dista un chilometro dalla villetta senza destare attenzioni? Ha forse, Daniele, riconosciuto in lui una persona amica? Si sono forse allontanati in auto?. Cataldo Motta è il magistrato che segue le indagini insieme al vicequestore Massimo Gambino. Il Dna, ritrovato sulla garza, sarà confrontato con quello di 19 persone, ma l’esito sarà sempre negativo, in quanto nessun esame accerterà la coincidenza con il codice genetico dell'assassino. Accorata richiesta della madre, il 24 ottobre di quell'anno, per chiedere, a chi ha visto, di parlare. Di non avere paura. “Il 12 settembre – dice la donna – su quella spiaggia – c'erano tante persone. Ogni particolare, anche insignificante, potrebbe essere prezioso”. E' l'appello alla collaborazione che, a volte, per paura o omertà, resta inascoltato. “Non tiratevi indietro” supplica la mamma di Daniele. Riferirà in seguito lo stesso Motta: “So solo che, paradossalmente, la collaborazione che siamo riusciti ad avere dalla gente nei delitti di mafia è superiore a quella che ci hanno dato per Daniele”. Ma tant'è: a 18 anni di distanza, l’assassino del piccolo non ha ancora un volto né un nome. Per le indagini, tanti i sospetti, nessun colpevole, molte le polemiche. Il senatore dell'allora Pds, Giovanni Pellegrino, presentò un'interrogazione parlamentare al Ministro dell'Interno, sottolineando la differenza tra il dispiegamento di forze per Foligno, nel caso della scomparsa di Simone Allegretti, e per Lecce. Pellegrino disse che, per tentare di risolvere il delitto di Foligno “è stato attrezzato uno speciale gruppo investigativo e il Ministero, per ottenere un più intenso impegno e una più ampia collaborazione, ha previsto una taglia per la cattura del colpevole”. A Lecce, invece, “nessuna di queste speciali e apprezzabili misura risulta essere stata adottata o è allo studio”. In ogni caso, l'inchiesta che ne scaturì venne archiviata, dopo indagini condotte a 360 gradi dagli inquirenti coordinati, come detto, dal magistrato Cataldo Motta, attuale capo della Procura. Quello di Daniele resta così uno dei 27 casi italiani irrisolti di cui si è occupata anche l'Unità delitti insoluti (Udi) che si è costituita un anno fa alla Direzione centrale anticrimine della polizia. Ma, comparare la saliva dei sospettati con il Dna rilevato a suo tempo, è un'operazione impossibile: gli inquirenti non sono in possesso del reperto. Pertanto, la Procura della Repubblica di Lecce, dopo aver preso visione del fascicolo dei risultati delle indagini dell’Udi (svoltesi pochi mesi fa), ha deciso di non riaprire il caso. Ultima novità, in ordine di tempo, emersa circa un mese fa, è la testimonianza di una ragazza che all'epoca aveva 8 anni e che, ai microfoni di “Chi l'ha visto”, ha detto di ricordare che, quel pomeriggio, un'automobile di colore bianco (il 1° lancio dell'Ansa già ne parlava) sfrecciò nella via dalla quale era poi possibile accedere alla spiaggia dove fu ritrovato il bimbo, in fin di vita. Servirà a qualcosa? Ciò che è certo è che il 12 settembre 1992 rappresentò per Daniele il punto di non ritorno. Oggi come ieri, i minori soprattutto, ma anche gli adulti, sono vittime di sequestri, vendette e delitti a sfondo sessuale. Scompaiono nel a, mentre tornano a casa, vanno a scuola e in palestra o dai parenti per trascorrere una giornata al mare. Misteri che si consumano in contesti familiari, in una manciata di minuti, in luoghi vicini e lontani, per mano di sconosciuti. Che tali rimangono.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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