Il terribile racconto del killer: così ho ucciso Giannone

Gianpaolo Monaco, accusato dell'omicidio ed elemento vicino al clan Cerfeda, fu condannato all'ergastolo. Freddò l'uomo con due colpi di pistola alla testa procuratagli da Franco Ventura

“Ho ucciso Antonio Giannone perché non accettavo che se la prendessero con la mia famiglia a causa della mia collaborazione con la giustizia. Temevo per la loro incolumità e ho agito. Da solo”. E’ questo uno dei passaggi salienti della deposizione di Gianpaolo Monaco, il 34enne leccese detto “coda”, condannato all'ergastolo in abbreviato per l'omicidio Giannone, il venticinquenne ucciso con due colpi alla testa il 6 aprile 2009 nei pressi dell'appartamento della sua compagna. Monaco, ex collaboratore di giustizia, è comparso nuovamente dinanzi ai giudici, questa volta nel ruolo di teste, nel corso del processo parallelo al suo che si sta svolgendo in Corte d'Assise, a carico di Franco Ventura, accusato di concorso in omicidio. Sarebbe stato proprio Ventura, a procurargli l'arma del delitto e a offrirgli protezione durante la latitanza. Freddo e impassibile, circondato dagli uomini della scorta, (imponenti le misure di sicurezza predisposte dalla questura di Lecce) Monaco, elemento vicino al clan Cerfeda e ritenuto da fonti investigative uno degli elementi più pericolosi della Sacra corona unita, ha raccontato senza alcuna emozione tutti i dettagli di un omicidio preparato in ogni particolare. Ad armare la mano dell’uomo sarebbe stata l’ennesima “infamità” ai danni del fratello, Mirko Monaco: “Mi telefonò dicendomi che Giannone lo aveva picchiato rompendogli il naso. Io gli dissi che non si sarebbe dovuto più preoccupare, avrei pensato a tutto io”. “Coda” si sarebbe subito adoperato per trovare un’arma, telefonando ai suoi vecchi compagni di “sventura”, come lui stesso gli ha definiti. Monaco ha raccontato di aver contattato Franco Ventura, conosciuto tempo addietro nel carcere di Ferrara, spiegandogli che voleva vendicare la sua famiglia. “Ventura – ha dichiarato il teste – si è subito offerto di aiutarmi, anche nell’eseguire l'omicidio, ma io ho rifiutato. Allora lui mi ha raggiunto a Torino, dove mi trovavo in regime di detenzione domiciliare, per consegnarmi l'arma, una calibro 9 parabellum”. Dieci giorni dopo, la sera del 5 aprile 2009, Monaco è partito in treno per Lecce con il fratello. La sera del 6 si sarebbe quindi recato da solo, con la macchina della sorella, a casa della compagna di Giannone, indicatagli sempre dal fratello. “L'intenzione – ha raccontato tranquillamente Monaco – era quella di ammazzarli tutti, ma una volta salito con l'ascensore al sesto piano della palazzina in via Terni, alla periferia di Lecce, mi sono trovato di fronte Giannone. Ho sparato due colpi: il primo al mento, il secondo quando era già a terra per finirlo”. La mamma della vittima, sconvolta dal terribile racconto, ha abbandonato l’aula. La testimonianza è poi proseguita con i dettagli della fuga da Lecce. Monaco avrebbe raggiunto Ventura a Fano, dove i due si sarebbero liberati dell’arma. Il presunto complice gli avrebbe anche procurato una nuova carta d'identità. Dopo alcuni giorni il killer avrebbe raggiunto Bologna, dove fu poi arrestato, dagli agenti della Squadra mobile di Lecce in collaborazione con gli agenti emiliani, il 4 maggio del 2009. Subito dopo la cattura rese piena confessione dell’omicidio. Una confessione ripetuta oggi in aula, con il racconto di una vendetta terribile e spietata, secondo la fredda logica delle leggi criminali. Articolo correlato Omicidio Giannone: condanna all'ergastolo per Monaco (28 giugno 2010)

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