Basile due anni dopo: l’omelia di don Stefano

Circa 20 persone davanti alla tomba di Peppino Basile al cimitero. Una settantina, dopo, in chiesa, alla messa in suo suffragio. Una cerimonia di commemorazione sobria, ché di questo c’è bisogno, adesso, a due anni dall’omicidio del consigliere di Italia dei valori, quando tanto, forse troppo, si è detto. Vito Rizzo, presidente del comitato civico “Io conto” l’ha spiegato: “Volevamo una cerimonia sobria e ricordare la nostra richiesta di verità soprattutto per via della situazione di estrema confusione che si è creata, anche perché le notizie ufficiali, ad esempio la sentenza della Corte di cassazione, si smentiscono di giorno in giorno a vicenda”. Alla celebrazione religiosa, tra i cittadini, vi erano anche il sindaco Eugenio Ozza ed i consiglieri comunali Gianfranco Coppola, che di Basile ha preso il posto in Comune e Provincia, Nico Giannuzzi, Angelo Minenna, Oronzo Cavalera e Luigi Corvaglia. Don Stefano, prima di dare il via alla messa, ha stretto la mano al primo cittadino e ringraziato gli intervenuti. Nella sua omelia ha ripercorso due anni di vita ugentina, a partire dall’indomani della morte di Basile. Non smettendo mai di chiedere verità. Riportiamo di seguito l’omelia. Sono già 730 giorni che il nostro fratello Peppino Basile è stato massacrato in una strada di periferia della nostra parrocchia. Ma è ancora vivo il ricordo di quel giorno, di quelle ore. Lo stupore prima, poi lo sconforto, la paura, la rabbia, la rassegnazione. Personalmente non riesco a fare a meno ogni giorno di tornare a riflettere su quello che è accaduto, sulla forza del male che ha avuto la sua massima apoteosi in quel sangue versato, ma su tutta la storia successiva, quasi una faida che a a che fare con un comunità che vuole vivere lo spirito del Vangelo, oppure di una comunità che vuole accrescere piuttosto i vincoli di solidarietà e responsabilità sociale e civile. Ci sono diversi modi per considerare la storia di questi due anni. C’è un aspetto investigativo e giudiziario della vicenda, che evidentemente ha preso il sopravvento in questi due anni, riempiendo della sua preponderanza il dibatto pubblico, la discussione nelle famiglie, fra gli amici. La nostra comunità cittadina è stata rivoltata come un calzino, come non era mai successo nella sua storia recente, sono stati interrogati giovani e adulti, bambini e donne, amministratori e preti. Era necessario che questo accadesse, per individuare piste e per cercare la verità. Dobbiamo lavorare per rendere inoffensivi le tracce rimaste di sospetti, dubbi, lacerazioni, paure, accuse, minacce. C’è poi un aspetto culturale e antropologico della vicenda. Mi chiedo: ma la nostra comunità cittadina, dopo questi due anni così turbolenti, a quale modello di persona e di rapporti sociali sembra in realtà ispirarsi? Siamo ancora immersi in quella sorta di fatalismo, figlio delle paure e dell’ignoranza, che fa ritenere che le cose non cambieranno mai, che i potenti scriveranno come sempre la storia, che se parla una persona umile rischia di venire schiacciato? Vale solo il proverbio ‘Fatte li fatti toi ca campi cent’anni’ oppure pensiamo che invece dovremmo essere gli uni responsabili degli altri? C’è, inoltre, un aspetto politico della vicenda. Mentre si scavava in questi anni sul delitto Basile, è cresciuta fortemente la conflittualità politica, la polemica. Rivelazioni di vere o presunte situazioni illecite, controlli, accuse. Alla fine rimane un strano odore di elusioni o di falsificazioni, che non risparmia nessuno, maggioranza o opposizione. Perfino la comunità ecclesiale con i suoi pastori è stata trascinata, suo malgrado, nella battaglia politica, forse con il tentativo di riempirla di fango in modo che si affermasse il principio che ‘tanto nessuno si salva’. C’è infine un aspetto più prettamente spirituale e religioso. Ed è su questo che vorrei soffermami maggiormente, anche – credo – per onorare al meglio la memoria di questo fratello massacrato due anni fa, sul quale molti si sono riempiti la bocca di calunnie, dimenticando l’avvertimento di Gesù che ci ricorda: ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’; e tutti, annota il Vangelo, lasciarono la pietra per terra e a capo chino tornarono a casa loro. Peppino non era un Santo, non era un eroe: era un uomo, un politico, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Come tanti uomini e politici. Ma la memoria di quest’uomo ha diritto di avere giustizia. Abbiamo bisogno di chiederci perdono. Prima di tutto fra di noi, per le menzogne che abbiamo lasciato crescere: per le cattive parole che abbiamo messo in circolazione dal primo momento quando ancora il cadavere era per terra; per il fatto che ci siamo lasciati coinvolgere in una guerra senza fine e senza senso; per il fatto che non abbiamo lavorato tutti insieme per accrescere l’amore e la sete di verità. A noi credenti tocca di testimoniare la verità del comandamento dell’amore fino allo stato eroico, anche di fronte all’evidenza di una società e una cultura che deride le ragioni della fede. Dobbiamo rispondere alla menzogna con la verità, all’odio con l’amore, alla vendetta con il perdono. E io per primo, oggi, mentre celebro il ricordo di un fratello morto, voglio gridare a tutti il mio bisogno di essere perdonato e quello di perdonarci, perché solo dal perdono può ripartire la costruzione di una comunità vera, di una comunità solidale, di una comunità che costruisce la verità e la speranza. Che la morte di Peppino diventi per la comunità di Ugento il suo riscatto, dalla schiavitù della menzogna e dell’odio, per ricominciare tutti a testimoniare l’amore di Dio.

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