Basile anno secondo

Pubblichiamo il “controcanto” che abbiamo pubblicato sullo Speciale del Tacco d’Italia in distribuzione oggi in tutta la provincia di Lecce, contenente l’inchiesta sull’omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell’Italia dei valori assassinato con 24 coltellate nella notte tra il 14 e 15 giugno di due anni fa. Nell’inchiesta ripercorriamo le principali tappe delle indagini della Procura, analizzando gli atti processuali; ripercorrendo le piste alternative; pubblicando i passaggi clou delle testimonianze e della sentenza della Cassazione che ha giudicato inattendibile la testimone chiave dell’accusa, a seguito della cui deposizione sono stati arrestati i vicini di casa di Basile, nonno e nipote Colitti. Abbiamo chiesto a Gianloreto Carbone, il giornalista di “Chi l’ha visto”? che ha curato le due puntate sull’omicidio di Peppino Basile andate in onda su Rai 3, di raccontarci che cosa ha provato nei giorni di permanenza nel Salento, quale impressione si sia fatta del “caso Basile”, che il Tacco d’italia ha portato all’attenzione non solo di “Chi l’ha visto?”, ma anche di “Linea notte”, “L’Unità”, “Il fatto quotidiano”, ecc. Gianloreto ci ha regalato un racconto sincero e commosso, facendoci sentire quanto profondamente abbia condiviso e condivida la nostra ansia di verità. Sul “caso Basile” e su tutti gli argomenti che diventano inchieste, sulle pagine del nostro piccolo, irriducibile giornale.

In ricordo di Peppino
di Gianloreto Carbone

Quando la figura di Peppino Basile ha fatto prepotentemente, drammaticamente , irruzione nella mia vita, sono rimasto a bocca aperta davanti ad un personaggio così, ed ho pensato che uno come lui, così vero, così sovrabbondante, così affascinante, così prezioso, così com’era insomma, andava protetto ad ogni costo perché non si estinguesse la specie, perché abbiamo un dannato bisogno di uomini appassionatamente sfacciati come era lui, con quell’italiano sgangherato e seducente, la sigaretta eternamente tra pollice ed indice, o depositata all’angolo della bocca, epigono salentino di certi personaggi un po’ maledetti di film francesi che vedevo in gioventù. Con quei personaggi Peppino divideva anche la fama di cacciatore irriducibile di donne a volte di dubbia reputazione, che se ne sbatteva bellamente del fatto di essere già entrato nella cosiddetta terza età, cosa che, ne sono certo, per te caro Peppino contava meno di a, non è vero? Caro vecchio esagerato Peppino, simpatico rompicoglioni che mette il becco in tutti gli affari che puzzano di bruciato, impavido, sfrontato, senza il timore di scottarsi le dita e tutto il resto, come forse alla fine gli è accaduto, uomo così esageratamente vivo, e così inesorabilmente morto, con la faccia conficcata nella polvere davanti a casa sua, quella casona esagerata anche lei com’era esagerato lui, sempre in costruzione, con qualche porzione in odore di abusivismo, che però lui stesso si precipita a denunciare ed a sanare. Caro Peppino, nato e cresciuto in un mondo furbastro e disonesto, che impari da solo ad essere onesto, ti ho amato fin dal primo istante, guascone sfrontato, e nella galleria di personaggi, belli, brutti, affascinanti, coinvolgenti, odiosi e repellenti, comunque degni per qualche ragione di ricordo, che uno come me, che fa il mestiere che faccio io da vent’anni, ha incontrato in maniera torrenziale in ogni angolo d’Italia e conserva tutti nella galleria della memoria, ed rincontra periodicamente a turno, uno per uno, e coccola, disprezza, odia, ama, irride, rimpiange. Tu Peppino nella galleria che si snoda nella mia mente hai occupato da subito il posto di riguardo che ti compete, ed ogni volta che ti penso e ti rivedo, il tuo ricordo mi fa sorridere di tenerezza e di melanconia. Devo dirti, caro Peppino, che non avendoti disgraziatamente conosciuto in vita, non mi sono fatta un’idea di te, di com’eri, studiando attentamente i video che pure mi sono stati mostrati, essenzialmente video di tuoi comizi. Lì ho visto come ti muovevi, vecchio istrione sincero, quant’era roca la tua voce di fumatore incallito. Devo confessarti però, che ho capito profondamente com’eri tu, al punto che a volte mi pareva di averti vicino, sentendo parlare di te i tuoi amici, i tuoi meravigliosi amici – sapevi di averne tanti? – ed anche i tuoi avversari. Ascoltando le loro parole, osservando la luce che illuminava i loro occhi, di tenerezza, di ironia, di malinconia, di rimpianto, di perplessità, di incazzatura, ti ho rivisto vivo, che ti muovevi, che ti agitavi in quella tua vita vitale e non banale, ed ho compreso tutti i problemi della tua terra. Terra bellissima, persone meravigliose, ed una matassa di problemi e di porcherie – ci sono anche altrove naturalmente – che si chiamano abusivismo, discariche colme di schifezze pericolose, depuratori fasulli ed altre robacce come queste. Avete un prete gagliardissimo laggiù,ed un sindaco marpione con l’occhio intelligente, per cui ho tentato la metafora di Peppone e don Camillo del terzo millennio, a parti rovesciate. Ma non ho insistito più di tanto perché quella metafora banalizza, non rende affatto la ricchezza vitale e drammatica della vostra terra. Una vitalità che contagia, infatti io che sono stato da voi solo per pochi giorni, ad un certo punto mi sono reso conto che stavo diventando pericolosamente uno di voi, che cominciavo a ragionare come voi, come te Peppino, come il parroco, come i molti tuoi amici che ho conosciuto, e che stavano diventando anche amici miei, e questo è bellissimo, ma per un giornalista forse non va bene (…perché non va bene?), ma tant’è. L’angolo d’Italia in cui vivete, o meglio l’angolo del “tacco d’Italia” in cui vivete, quando sono stato lì mi è sembrato il centro dell’universo. Ad un certo punto è venuto fuori che la morte di Peppino era dovuta a motivi banali, di cattivo vicinato, niente complotti politici o cose del genere, che ad assassinarlo erano stati alcuni sfuggenti personaggi che io avevo anche incrociato, e con uno dei loro avevo forse scambiato qualche mozzicone di parola, mentre occhi guardinghi appostati dietro usci socchiusi, studiavano ogni mio movimento, pronti a ritrarsi e a sbattere le porte se io mi dirigevo verso di loro. Peppino ucciso per motivi squallidi e banali? Ho continuato ad amarlo smisuratamente lo stesso, mentre sulla mia testa si formava un punto interrogativo. Che negli ultimi tempi diventa sempre più grande, perché pare che le cose non siano così chiare, come qualcuno vuole far credere. Se anche la Cassazione ha i suoi bravi dubbi sull’inchiesta perché non dovremmo averli noi, non vi pare? Insomma, caro Peppino perché continui a rompere così tanto i coglioni anche da morto? Uno di questi giorni vengo giù a trovarti, ad occuparmi ancora di te.

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