Popolari o populisti. Siamo tutti figli di Maria (De Filippi)

Da un po’ di anni assistiamo alla trasmigrazione delle tecniche televisive e pubblicitarie nella comunicazione politica. Oggi vince chi è popolare-populista. Chi parla alla pancia. Chi, pertanto, è “vero”

Chi non vede i reality show? Tutti sappiamo che cosa sono e quali siano i loro meccanismi: il più popolare, dentro e fuori le “case”, vince. Sembra facile, recitava una reclame degli anni Sessanta. Perché che cosa fa di una persona un personaggio, e che cosa lo rende popolare? L’approvazione, la condivisione delle idee, il saperle comunicare in maniera semplice. Il sapere trasformare concetti complessi in frasi-proclami, slogan, claim pubblicitari. Anche il riuscire a smuovere il subconscio dell’interlocutore con toni, movimenti, atteggiamenti, con tutto ciò che è linguaggio non verbale. Da un po’ di anni assistiamo alla trasmigrazione delle tecniche televisive e pubblicitarie nella comunicazione politica. Il meccanismo è stato ampiamente sviscerato dai professori universitari ma soprattutto, anche senza stare ad approfondire alcunché, i cittadini lo vivono in prima persona comodamente a casa loro. Davanti alla tv. In maniera graduale ci stiamo abituando a dividere i politici in persone “vere” e persone “false”, persone che ci comunicano delle “emozioni” e persone che non ci “dicono” niente. Tra simpatici e antipatici, tra amati e odiati, in una personalizzazione della politica sempre più schiacciante. Diventiamo dei tronisti, un Marcelo, una Tina, che devono scegliere se “fidarsi” o no, sull’onda della “pelle”. Nella campagna elettorale per le regionali, il meccanismo innescato è il medesimo. Questo accade anche perché la legge elettorale non prevede il doppio turno ma permette il voto disgiunto, per cui il candidato presidente che prende più voti vince. Addirittura i giornali contribuiscono alla nostra trasformazione in personaggi da reality show di Maria: “Vero”, emozionante”, “popolare”. Così viene definito Vendola udite udite, dal Secolo d’Italia e dalla sua direttora finiana Flavia Perina. Poli Bortone si definisce “terrona”, con orgoglio, e accattiva l’astante, cercando la condivisione dell’appartenenza. Palese promette “niente bugie”, facendo il verso a “poesie”, che è il leit motiv di Vendola. Niente a che vedere con “vota comunista” o con “fiamma tricolore”: semplice appartenenza politica, corrispondenza diretta tra il rappresentato e la sua rappresentazione, tra il simbolo e il suo contenuto e tra l’eletto e l’elettorato. Ricordate la “realpolitik”? Ossia una politica che antepone gli obiettivi concreti alle questioni di principio. Una concezione che da Machiavelli ad oggi, attraversa tutti i rapporti diplomatici nazionali ed internazionali dell’universo-mondo. Oggi, con la dura legge pubblicitaria che imperversa in politica, se qualcosa viene rappresentato come vero, vero è. La realtà coincide con la sua rappresentazione. E in questa metamorfosi, è reale ciò che è popolare; è vero quello che viene percepito dalla maggioranza come tale. Spesso poi, alla ricerca della popolarità, seguendo le leggi televisive, si sceglie il populismo: e se è vero ciò che viene percepito dalla maggioranza come tale, il populismo, ripetuto fino all’ossessione, diventa verità. Il populista parla alla pancia, strappa l’applauso, emoziona, è vero. Il vero tronista è populista e viceversa chi è populista salirà sul trono. O sullo scranno.

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