Etica e finanza. La dura lezione della recessione

Oggi che la crisi finanziaria incombe, appare evidente il generalizzato fallimento della teoria economica dominante, secondo cui i mercati finanziari sono efficienti, razionali ed in grado di trovare le regole adeguate

Di Giorgio Mantovano Uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l'etica, senza la protezione dei più deboli. E questo è il messaggio fondamentale per l'economista, il giurista e l’imprenditore, dell'amore nella verità – caritas in veritate – di cui scrive Papa Benedetto XVI nella sua enciclica. La globalità, l'interdipendenza, la questione sociale “che si fa globale” richiamano la speranza profonda di cui parlava Giovanni Paolo II, alla vigilia del terzo millennio, di “creare un modello di economia a servizio di ogni persona”. Oggi che la crisi finanziaria incombe, con pesantissimi effetti sull’economia reale a livello mondiale, appare evidente il generalizzato fallimento della teoria economica dominante, secondo cui i mercati finanziari sono intrinsecamente efficienti, razionali ed in grado di trovare autonomamente le regole adeguate. Sul banco degli imputati siede, con numerosi e titolati economisti che non hanno saputo prevederla, Alan Greenspan, potente presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, convinto assertore del Dio mercato, a dispetto di ogni calamità, e nemico giurato delle regole. Il suo credo ha consentito alla finanza di divenire sempre più grande, sempre più opaca ed incontrollata. Si sono moltiplicati, come una sofisticata e moderna catena di Sant’Antonio, gli strumenti finanziari di cartolarizzazione del rischio di credito (la cosiddetta securitization). I mercati di investimento sono diventati mercati d’azzardo, dominati dalla speculazione e dal rischio. Un grande gioco d’azzardo in cui i prodotti derivati hanno agito sui fondamentali dell’economia in attesa dell’inevitabile tsunami. Si è finito con lo scommettere, con sfrenata fantasia, su tutto. Anche sull’insolvenza delle stesse società di cui si detenevano le obbligazioni. Le scommesse, senza regole né rete, sono state contenute nei più rischiosi dei derivati, i Credit default Swaps ( Cds), che funzionano come una sorta di polizza assicurativa contro il fallimento di un debitore e possono essere comprati anche da chi non possiede il capitale da assicurare e venduti anche da chi non ha il capitale necessario a pagare in caso di default. Greenspan li aveva giudicati necessari per la stabilità economica, dimenticando che le società emittenti non erano tenute a coprire queste polizze assicurative con adeguate riserve tecniche e proprio questa circostanza è stata la causa, ad esempio, del tracollo del colosso statunitense delle assicurazioni, Aig. Le banche e le altre istituzioni finanziarie, in un ambiente gravido di conflitti di interessi, hanno grossolanamente sottostimato i rischi di liquidità connessi a certi titoli o prodotti finanziari in cui hanno investito i loro attivi. Titoli definiti ‘tossici’ a disastro avvenuto. Anche le Autorità di vigilanza, pur dotate di ampi e penetranti poteri, non sono apparse scevre da colpe. E’ eloquente la recente pubblica confessione della SEC (l’organo di controllo del mercato azionario statunitense), in merito ai propri gravissimi errori di valutazione commessi nella vicenda Madoff, l'ex finanziere condannato a 150 anni di carcere per una maxi truffa da oltre 60 miliardi di dollari. L’indagine interna condotta dall’ispettore generale David Kotz ha messo in luce, purtroppo, disarmanti superficialità ed incompetenze. Un siffatto generalizzato fallimento ha prodotto un altrettanto generalizzato crollo della fiducia, di tutti rispetto a tutto. Al punto che anche le stesse banche, in più occasioni, hanno dimostrato di non aver più fiducia le une nelle altre, costringendo le Banche centrali ad intervenire a più riprese con imponenti iniezioni di liquidità per evitare il collasso del sistema. Emblematico è quanto avviene il 14 settembre 2007, quando la banca britannica Northern Rock chiede aiuto al Governo per fronteggiare una temporanea crisi di liquidità: la notizia genera una corsa agli sportelli d’antica e triste memoria, che si conclude solo quando il Governo britannico garantisce ufficialmente la liquidità e l’integrità dei depositi. Ma è con il più grande fallimento bancario della storia degli Stati Uniti, quello della banca d’affari Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre del 2008, che si scatena la forte reazione negativa dei mercati borsistici. L’evento ha un impatto radicale sulla dinamica al ribasso dei corsi azionari e sulla fiducia degli investitori. L’aggravarsi della crisi costringe gli Stati Uniti a studiare un piano complessivo di salvataggio degli istituti di credito in difficoltà, che verrà, infine, approvato all’inizio di ottobre. Anche in Europa si susseguono iniziative di sostegno alle banche. Ci si rende presto conto che le dimensioni della crisi sono ormai tali da richiedere una risposta coordinata a livello globale. Tra gli aspetti patologici, rilievo centrale, largamente enfatizzato dai media, assume la sconcertante abnormità dei compensi annui, nell’ordine di decine di milioni di dollari, attribuiti ai managers delle banche di investimento maggiormente distintesi per perdite accumulate. Secondo la rivista “Forbes”, Richard S.Fuld della Lehman Brothers ha guadagnato, poco prima del fallimento, 71,9 milioni di dollari. E questa cifra impallidisce sino a diventare insignificante di fronte ai guadagni di alcuni gestori di hedge funds: il veterano degli speculatori, George Soros, nel 2007, ha incassato 2,9 miliardi di dollari. Le cifre fanno riflettere mentre nel mondo quasi un miliardo di persone lotta per sbarcare il lunario con un dollaro al giorno. La crisi attuale, con i suoi intollerabili eccessi, ha confermato, dunque, la necessità di un rapporto più stretto ed effettivo fra etica ed economia. Come di recente ha osservato il Governatore Draghi, l'interdipendenza mondiale esige urgentemente una riforma dell'architettura finanziaria internazionale, finalizzata a un miglior funzionamento dei mercati. In questo senso vanno le proposte volte a garantire una maggiore trasparenza dei bilanci delle società, ad indurre gli operatori ad una maggiore sobrietà nell'accumulazione del debito, ad una maggiore consapevolezza dei rischi insiti nel perseguimento del profitto. Ma l’essenzialità dell’intento lucrativo deve sempre salvaguardare i più deboli, conciliando le opzioni morali con le regole di mercato.

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