Copersalento: veleni da vent’anni

 

Fino ad oggi a Maglie la Copersalento ha bruciato la spazzatura della Campania, che arrivava da imprese imputate per traffico illecito di rifiuti pericolosi. Dal 1990 le analisi parlano di aria, acqua, terreno contaminati. Erano contaminati dal 2004 anche latte, formaggio e carne di mucche e pecore oggi abbattute

Esiste da 20 anni una centrale termoelettrica nel Salento, una piccola Cerano capace di buttare nell’aria, in un solo giorno, tanta diossina quanta ne butta l’Ilva di Taranto in quattro mesi. Questa centrale termoelettrica nell’opinione pubblica è stata da sempre percepita come un sansificio. Un impianto al massimo un po’ pernicioso per le puzze e i fumi, ma alla fin fine niente di che. Ed in effetti la Copersalento lo è stato, un sansificio, per più di 30 anni. Ma negli ultimi 20 il business vero è stato bruciare rifiuti: la sansa esausta prima, il cdr (combustibile da rifiuto) poi. Negli ultimi 10 anni infine, il business vero è stato percepire incentivi statali perché bruciava rifiuti: incentivi statali che lo Stato prende dalle nostre bollette dell’Enel e gira alla Copersalento (gli incentivi si chiamano Cip6). Il Salento in questi anni, ha ricevuto, come unico beneficio, una trentina di posti di lavoro. In sintesi: un impatto ambientale devastante e ancora mai completamente quantificato in cambio di 30 sudati stipendi e tre morti sul lavoro. In più un aggravio di tasse, soldi che tolgono dalle tasche dei cittadini per dare all’azienda. Tutto avviene secondo legge dello Stato, come in altri impianti simili nel resto d’Italia che bruciano sansa esausta e cdr. Quello che avviene contro la legge, cioè modifiche non autorizzate o anomale dell’impianto, emissioni di fumi e polveri inquinanti al di sopra del tetto consentito, dovrebbe comportare la revoca dell’autorizzazione a bruciare e produrre energia e, come conseguenza, la perdita dei finanziamenti. La sansa esausta e il cdr, per l’Europa e anche per la Scienza sono proprio rifiuti, monnezza, non “fonti rinnovabili” come invece dice l’Italia. E per questa anomalia introdotta dalla legge, l’Italia è stata anche sanzionata dall’Europa. Abbiamo scoperto inoltre che la Copersalento dal 2003 brucia rifiuti provenienti anche dalla Campania, oltre che dal resto d’Italia. Due delle ditte campane che l’hanno rifornita di cdr per anni, sono state imputate nel processo che ha interessato l’inceneritore di Colleferro, insieme ad una trentina di altre ditte. Che cosa facevano? Succedeva che “taroccassero” il cdr che vendevano a inceneritori compiacenti: in mezzo alla comune monnezza c’erano rifiuti tossici. Falsificavano la “carta d’identità del rifiuto” (codice CER) e i materiali pericolosi venivano accettati dall’inceneritore come banale cdr. Non solo: una decina di altre ditte che hanno rifornito di cdr la Copersalento dal 2003, sono state imputate a vario titolo per traffico di rifiuti pericolosi o smaltimento non autorizzato di rifiuti. In quei casi tutto avveniva con il placet dei gestori degli inceneritori. Non diciamo che questo è avvenuto anche con la Copersalento, diciamo che, siccome sono state imputate in vari procedimenti negli anni, in maniera reiterata, non sia mai che abbiano portato qui quel cdr. A controllare che le ditte fornitrici avessero tutte le autorizzazioni a posto c’era un consulente, Antonio Fitto, il sindaco di Maglie. Ricostruire la storia soprattutto attraverso le fonti documentali, di come un sansificio, cioè un impianto che estrae oli per usi industriali dalla sansa, sia diventato un inceneritore, cioè un impianto che la sansa dopo aver estratto l’olio può anche bruciarla, infine sia diventato una centrale termoelettrica, cioè un impianto che brucia la sansa esausta per produrre energia, e per concludere, diventa una centrale termoelettrica che brucia sansa e cdr vendendo l’energia prodotta all’Enel, è stata un’impresa difficile che ha compiuto la collega Martella. La stessa Procura nel 1988 lamenta il fatto che molta documentazione sia mancante presso gli uffici che invece dovrebbero averla. In tutto questo evolversi degl’impianti e del sommare autorizzazioni su autorizzazioni per diventare sempre più potente e redditizio, l’impianto ha prodotto inquinamento nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Ci sono centinaia di carteggi che abbiamo passato al setaccio tra tutti gli enti deputati al controllo: Asl, Provincia, Comune, Arpa che parlano di sforamenti di tutti i tipi già dal 1993. Nel frattempo in Procura si aprivano fascicoli su fascicoli, perché gli sforamenti, almeno quelli degli ultimi 15 anni, sono stati segnalati all’autorità giudiziaria e in almeno un caso (non ce ne risultano altri) è stata emessa sentenza definitiva di condanna. Ecco dunque la storia dell’unica grande centrale termoelettrica salentina, una storia che intreccia, come sempre accade, interessi economici e politici che si nutrono, in un “sistema” ben oleato, della vita delle persone, nascondendo il “bene comune” sotto uno strato spesso di polvere grassa e nera. // L’inchiesta del Tacco Ecco, a grandi linee, che cosa troverete nell’inchiesta del Tacco sulla Copersalento. “Il Tacco d’Italia” dal titolo “Copersalento: veleni da 20 anni” ricostruisce le vicende della più grande centrale termoelettrica presente in Salento, la Copersalento appunto, che dal 2000 fino a qualche mese fa ha bruciato cdr, cioè rifiuti, vendendo poi all’Enel l’energia prodotta dalla combustione. L’impianto, nato come sansificio più di 50 anni fa, ha via via modificato la sua tecnologia, fino a identificare il suo core business proprio nella combustione del cdr, legando la sua redditività soprattutto agli ingenti finanziamenti statali previsti per questo tipo di attività: si tratta dei cosiddetti “cip6”, imposte indirette che lo Stato preleva direttamente addebitandole sulle bollette dell’elettricità per finanziare impianti di questo tipo. Il giornale ricostruisce le vicende degli ultimi 20 anni di attività, i vari passaggi di proprietà, le modalità di funzionamento dell’impianto e i suoi tanti problemi. Nelle 32 pagine dell’inchiesta si illustrano anche le varie responsabilità degli enti deputati al controllo che dal 1990 ad oggi, hanno prodotto circa 200 tra rilievi, analisi, sopralluoghi, senza riuscire però ad incidere in maniera significativa sulla qualità delle emissioni e in generale sull’impatto ambientale dell’impianto. Nel dettaglio infatti vengono illustrati i risultati delle più importanti analisi effettuate nel tempo, i processi penali che hanno coinvolto i responsabili dell’azienda e le relative condanne, fino ad arrivare ad oggi, alla contaminazione da diossina nel latte e nel formaggio e sui capi di bestiame poi abbattuti. // Le analisi Dal 1990 ad oggi, tutti gli enti deputati al controllo (Asl, Comune, Provincia) hanno effettuato analisi sui fumi, sui terreni, nell’acqua. Numerosi gli sforamenti registrati di sostanze pericolose e cancerogene. Nel 2003 in una analisi commissionata dalla Provincia di Lecce si registra il livello di diossina al limite. Si evidenzia anche la necessità di rilevazioni continue nel tempo, anche della durata di un anno, perché “ciò che oggi è al limite ieri o domani potrebbe non esserlo”. // La contaminazione Già dal 2004 la Asl ha rilevato contaminazione di sostanze cancerogene nel latte, formaggi e carni di animali oggi abbattuti. // I tumori Uno studio del 2004 commissionato dalla Provincia di Lecce ad un eminente oncologo mette in relazione di causa-effetto l’aumento di alcuni tumori nel basso Salento e le emissioni della Copersalento. Inoltre lo studio elenca ben 33 Comuni interessati dall’inquinamento dei fumi, praticamente tutti i paesi da Maglie e dintorni fino a Leuca. // Il cdr Dal 2000 ad oggi la Copersalento brucia rifiuti. Per anni ha bruciato rifiuti provenienti da aziende della Campania coinvolte nello scandalo dell’inceneritore di Colleferro in Lazio, dove la magistratura ha scoperto che mischiavano al cdr sostanze tossiche contenenti diossina. In tutto una decina di aziende che hanno rifornito la Copersalento di cdr per anni, sono state denunciate o condannate per traffico di rifiuti pericolosi contenenti diossina o smaltimento non autorizzato di rifiuti. // I processi penali Tra i diversi processi avviati, ne ricordiamo due. 1. Il legale rappresentante Raffaele Rampino e il direttore di stabilimento Egidio Merico sono stati condannati in via definitiva (la sentenza della Cassazione è arrivata alla fine del 2008) a cinque mesi di arresto con la condizionale per diversi reati, tra cui quello di “non aver rispettato i valori di emissione stabiliti dalla normativa statale”. Il processo partì nel 1997, quando ancora non si bruciava il cdr. 2. Nel 2006 per tre volte si registra lo sforamento nei fumi di diversi valori nocivi e per quattro volte quello di altri. Parte il processo e la Procura chiede subito il decreto penale di condanna per Egidio Merico, con la pena di tre mesi di arresto commutata in una multa di 3.420 euro. Si costituiscono parte civile i Comuni di Cursi e Melpignano. Il 22 ottobre prossimo ci sarà la prima udienza.

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