Strage del Venerdì santo: il procuratore generale chiede l’assoluzione

L’accusa nega che vi sia alcuna responsabilità della nave italiana “Sibilla”. Secondo le testimonianze, la collisione sarebbe stata causata da una manovra azzardata del comandante della motovedetta albanese

Dopo 13 anni dalla strage in cui morirono in mare cento profughi albanesi, ancora nessun responsabile accertato

Il sostituto procuratore generale della Repubblica di Lecce, Giuseppe Oliva, ha chiesto l'assoluzione per Fabrizio Laudadio, il comandante della nave militare “Sibilla”, che il 28 marzo 1997 entrò in collisione nelle acque del Canale d'Otranto con la motovedetta albanese “Kater I Rades”, provocandola morte di circa un centinaio di persone (52 corpi non furono mai ritrovati). La nave, una piccola motovedetta militare (poteva trasportare solo nove marinai ed era stata allestita 35 anni prima), era salpata dal porto albanese di Valona con 139 persone a bordo, tutti clandestini di nazionalità albanese, in alcuni casi intere famiglie (molte le donne, moltissimi i bambini). Da una settimana l'Italia aveva schierato diverse navi nel Canale d'Otranto con il compito di bloccare le cosiddette “carrette albanesi”. La “Kater I Rades” aveva da poco doppiato il capo dell'isola Karaburun, quando fu intercettata dalla fregata italiana Zeffiro che naviga in acque albanesi e che le intimò di invertire la rotta. Alla 17.30, la motovedetta fu “presa in consegna” da un’altra nave italiana, la Sibilla, che cominciò ad avvicinarsi al naviglio albanese. La tragedia si concretizzò alle 18.45: la prua della nave Sibilla colpì la Kater. Nell'urto molte persone finirono in mare. Poco dopo il naviglio albanese si capovolse, affondando alle 19.03. Furono in pochi i sopravvissuti all’affondamento, solo 34: eravano partiti in 139. Laudadio era stato condannato in primo grado a 3 anni, il 19 marzo 2005. Namik Xaferi, invece, il comandante dell'imbarcazione albanese, era stato condannato a 4 anni di reclusione. Per lui la Procura generale ha invocato la conferma della condanna e una rimodulazione della responsabilità civile. Secondo l’accusa non si trattò di uno speronamento operato dalla nave della marina militare italiana, operato in base ad una norma che stabiliva il blocco militare dell’Adriatico, previsto dall'allora governo Prodi. Secondo il procuratore generale, infatti, il comandante della “Kater I Rades”, dopo essere stato intercettato, avrebbe compiuto una serie di manovre pericolose per sfuggire ai controlli. L'ultima sarebbe avvenuta a circa trenta metri di distanza dalla Sibilla: la motovedetta avrebbe sterzato prima a sinistra e poi improvvisamente a destra cercando di passare davanti alla nave italiana. Dinanzi a tale manovre il comandante Laudadio, secondo quanto riferito dai militari a bordo e da tre clandestini, avrebbe bloccato i motori della nave, unica soluzione possibile. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 5 ottobre.

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